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Full text of "Storia della geografia e delle scoperte geografiche esposta da Luigi Hugues .."

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STORIA DELLA GEOGRAFIA 

(parte seconda) 



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STORIA 

DELLA 

GEOGRAFIA 

DELLE SCOPERTE GEOGRAFICHE 

ESPOSTA 

LUIGI HUGUES 



PAKTji SECONDA 
LA GEOGRAFIA NEL MEDIO EVO 

(dal IV iKlhi Mì'ln lolggre Bili icDpertB dal Cipo di SoHl Spirdlil) 



TORINO ^ 

ERMANNO LOESCHER ^ì^ 

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PROPRIETÀ rLlKTT'ERARIA 



ToRiHO — Tipografia Vincenzo Bona. 






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ToRiHO — Tipografia Vincenzo Bona. 



Capitolo I. 



Le invasioni barbariche — La propagazione del Cristianesimo — Am miano Marcel- 
lino — Macrobio — Marciano Capella — La geografia patristica — La geografia 
esploratrice. Zemarco e Cosma Indopleuste. 



1. Le invasioni barbariche. — Nel crescere eccessivo 
della popolazione sta, secondo Niccolò Machiavelli, una delle 
cause principali delle migrazioni. « I popoli , egli dice sul 
principio delle Storie Fiorentine, ì quali nelle parti setten- 
trionali di là del fiume Beno e del Danubio abitano, sondo 
nati in regione generativa e sana, in tanta moltitudine spesse 
volte crescono, che parte di loro sono necessitati abbandonare 
y i terreni patrii, e cercare nuovi paesi per abitare » (1). Non 
. è però necessario che Taumento della popolazione assuma delle 
o» grandi proporzioni perchè ciò avvenga, imperocché, mentre un 
j) popolo agricoltore e commerciante vive agiatamente in angusto 
lj[ spazio, vastissime contrade sono insufficienti alle orde pasto- 
rali (2), e si può asserire, in generale, che tanto maggiore è lo 
^ spazio necessario alla vita materiale, quanto minore è il grado 
di cultura dei popoli. La storia delle migrazioni ci avverte 
eziandio che, una volta cominciato il movimento di migrazione, 
tribù e nazioni intere persistono, per secoli, in una certa in- 
quietezza che le conduce, alla minima scossa, ad abbandonare 
le loro nuove dimore (3). Il fatto del quale ci informa Erodoto 
(lY, 24), che gli Sciti Nomadi, mentre abitavano l'Asia, essendo 



1 




(1) Lo stesso concetto era già stato espresso da Paolo Diacono, scrit- 
tore del secolo 8<>, neiropera De gestis Langobardorum, lib. I, cap. 1 e 2. 

(2) BoGGARDO, Storia del Commercio^ pag. 77. 

(3) Ratzel, Antropogeographie, pag. 442 e 443. 

HuGURs, Storia della Geografia^ II. 1 



— 2 — 

con la guerra molestati dai Massagetì, trapassato l'Arasse (1), 
entrarono nella Cimmeria, non fu che il principio — se pure 
non era stato preceduto da altri consimili — di mutamenti 
ben più importanti, giacché quelle medesime regioni della Bussia 
meridionale si veggono, nei tempi posteriori, occupate succes- 
sivamente dai Sarmati, dagli Avari, dagli Unni, dai Tatari e 
dai Turchi ; per cui la origine prima di questi spostamenti di 
popoli è a ricercarsi nell'Asia Centrale, direttamente unita colle 
vaste pianure steppose dell'Asia occidentale, e quindi colla pia- 
nura Sarmatìca deirEuro))a Orientale, mediante il paese, rela- 
tivamente depresso, che si estende tra i gruppi montagnosi 
dell' Aitai e del Tien-Scian, ed è comunemente noto sotto il 
nome di Zungarìa. 

Talora le migrazioni sono volontarie, ossia fatte nello scopo 
^i migliorare condizione. Per causa dell'abbassamento lentissimo 
cui vanno soggette le coste occidentali della Scandinavia, questa 
penisola e le isole adiacenti perdettero di molto, in tempi an- 
tichissimi, della loro estensione superficiale. La distruzione dei 
terreni adatti alla coltura od alla pastorizia, cagionata dalla 
irruzione del mare nella direzione dell'est, condusse gli abitanti 
di quel paese settentrionale, cioè i Cimbri e i Teutoni, a cer- 
care in altri paesi più stabile e più sicuro asilo. E così ne 
avvenne che questi popoli, i più settentrionali della famiglia 
germanica, furono appunto quelli che, dopo lunghe scorrerie, 
vennero, per primi, in contatto coll'elemento romano, tanto nel 
Noricum (anno 113 av. C), quanto nella Qallia meridionale 
(anno 102 av. C.) (2). 

Le migrazioni sono sovente cagionate dallo incalzare e dal 
soverchiare di popoli più forti : ce ne offrono esempi, il fatto, 
citato da Erodoto, della emigrazione degli Sciti dall'Asia in 
Europa, ed i mutamenti avvenuti nelle regioni del Ponto per 
lo irrompere successivo, nella direzione da oriente ad occidente, 



(1) L'Arasse di questo passo delle Storie è probabilmente il Don o il 
Volga. 

(2) KiEPERT, Lehrbuch der alien Geographie^ pag. 539. 



— 3 — 

dei Sarmati, degli Avari, degli Unni, dei Tatari e dei Turchi. 
Notiamo anche, tra le cause che hanno potuto alimentare la 
emigrazione, la inclinazione alla guerra ed alle grandi imprese^ 
l'avidità di bottino, le dissensioni intestine, il desiderio di un 
«lima più dolce, ecc. 

Una osservazione importante, fatta dal Batzel nella sua opera 
citata (1), è questa, che nelle grandi migrazioni storiche la 
popolazione si divide, quasi sempre, in due parti, Tuna che ri- 
mane fedele all'antica dimora, l'altra composta degli emigranti. 
Paolo Diacono riferisce che dei Germani già stabiliti nella 
Scandinavia, il terzo rimase colà (2): Procopio, parlando della 
migrazione dei Vandali della Slesia, dice che i rimasti in paese 
* conservarono ed ebbero cura dei terreni appartenenti agli emi- 
grati, ed aggiunge che questi non vollero rinunciare ai loro di- 
ritti sulla terra natia malgrado tutte le sollecitazioni fatte dai 
primi al re Genserico per ottenere una tale rinuncia. Duecento 
anni erano già trascorsi dalle prime migrazioni dei Longobardi 
dal bacino inferiore dell'Elba, quando essi si rivolsero, per aiuti, 
ai loro antichi amici, i Sassoni, i quali vennero di fatti in 
Italia lasciando il loro paese in balìa degli Svevi settentrio- 
nali (3). Importantissime sono queste divisioni per le loro con- 
seguenze nella distribuzione geografica dei popoli, in quanto 
che non raramente si manifestarono durante il movimento stesso 
di migrazione. Solo per questo modo si spiega la straordinaria 
diffusione di certe famiglie : così degli Alemanni nei bacini della 
Mosa e della Mosella, nei dintorni di Maastricht, di Colonia, 
di Jùlich e nella valle della Nahe; dei Chatti nella Lorena, 
nelle contrade dell' Odenwald e nell'Alsazia; dell'antica confe- 
derazione Sveva nella Fiandra, nel Saalgau e nella Moravia ; 
degli Angli nella penisola del Jutland, nelle regioni del Beno 
inferiore, nella Turingia e nell'Inghilterra. 

Questi diversi frastagliamenti parziali dovettero favorire in 



(1) Ratzel, Antropogeographie, pag. 454 e 455. 

(2) De gestis Langobardorum, lib. I, cap. 2. 
^3) De gestis Langobardorum, lib. I, cap. 6. 



— 4 — 

sommo grado le commistioni di famiglie etnograficamente di* 
verse, sia perchè quelle rimaste in paese non potevano, per la 
poca forza numerica, opporre grave ostacolo alla introduzione^ 
di elementi stranieri, sia perchè gli emigrati venivano neces- 
sanamente a porsi in contatto con popolazioni appartenenti ad 
altri gruppi etnografici. 

Un altro importante fatto che accompagna le grandi migra- 
zioni ne è la conseguenza è, che ben sovente ai popoli emi- 
granti si uniscono, in cammino, altre famiglie. É noto, ad es.^ 
che insieme coi Vandali condotti da Genserico giunsero in Africa 
molti Alani. Così pure, quando neirinverno dell'anno 406 una 
delle orde piti numerose tra quelle ricordate nella storia delle 
migrazioni tedesche passò dalla destra alla sinistra del Beno, si , 
sa dagli scrittori di quel tempo che essa si componeva di molte 
famiglie, tra cui primeggiavano gli Svevi, i Vandali e gli Alani; 
che alla medesima si unirono poscia i Burgundi, e che più tardi 
ebbe nuovi rinforzi da altre popolazioni germaniche. Nelle grandi 
scorrerie dei Mongoli ebbero parte importantissima tutte le fa- 
miglie dell'Asia Centrale. 

Nelle migrazioni che caratterizzano in grado così eminente la 
storia dell'Europa nei primi secoli dell'era cristiana è necessario 
in fine non perdere di vista la influenza esercitata sulla direzione 
di quei grandi movimenti dalle condizioni naturali dei diversi 
paesi, tra cui principalmente la forma del terreno, se piano o 
montuoso, e le valli dei grandi fiumi, come sarebbero quelle del 
Danubio e del Beno. Così pure i luoghi in cui si combatterono 
le più sanguinose e decisive battaglie erano, per così dire, a ciò 
predestinati dalle loro particolari posizioni, talché non pochi tra 
essi acquistarono rinomanza anco maggiore dagli avvenimenti 
militari di cui furono sovente il teatro in tempi recenti. Valgano^ 
ad esempio, i dintorni di Lùtzen, le pianure della Fiandra e 
della Lombardia. 

Dai popoli barbari, i quali, di origine asiatica o da lunga pezza 
stabiliti nell'Europa centrale e settentrionale, irruppero, in di* 
versi tempi, nelle contrade ad occidente del Beno e a mezzo- 
giorno del Danubio, non dobbiamo attenderci alcuna notizia 



— 5 — 

geografica. Ma, per altro lato, la storia delle loro guerre e con- 
quiste getta non poca luce sulle condizioni d'allora di quasi tutte 
le contrade d'Europa, specialmente in ciò che si rapporta alla 
etnografia, alla linguistica ed alla corografia. È inoltre a notare 
^he l'introduzione dell'elemento germanico nel seno della società 
romana ebbe per conseguenza una radicale trasformazione, non 
^olo in tutto il mondo politico dell'Europa centrale e meridio- 
nale, ma eziandio nella vita e nei costumi delle stesse popola- 
zioni barbare, le quali, da nomadi che esse erano da principio, 
^i condussero gradatamente a stabile dimora e fondarono innu- 
merabili città e villaggi ; per la qual cosa, come bene osserva 
€arlo Bitter, senza una cognizione ben fondata di quelle grandi 
migrazioni la conformazione geografica della moderna Europa 
riesce, sotto molti aspetti, inintelligibile. 

Se non che la violenta immistione di popolazioni a mezzo 
selvaggie fu cagione di un generale abbassamento nel livello del 
sapere e delle idee, e, come già si è avvertito (1), i 400 anni 
compresi tra la prima irruzione degli Unni al di qua del Volga 
(anno 374) e il termine delle invasioni barbariche dovuto alle 
vittorie di Carlomagno sugli Avari delle contrade del Danubio e 
del Tibisco e sui popoli Sassoni dell'Europa centro-settentrionale, 
segnano un periodo di decadenza pressoché completa nella geo- 
grafia, specie nella parte scientifica, che i lavori di Eratostene, 
di Ipparco, di Posidonio, di Strabene e di Tolomeo avevano con- 
dotto ad un alto grado di perfezione. Di questi e di altri geo- 
grafi della Scuola Alessandrina e del Periodo Bomano va, quasi 
del tutto, perduta ogni traccia nel mondo occidentale, ed appena 
sono ricordati in Càssiodoeo (468-565) ministro di Teodorico (2), 
in Isidoro di Siviglia (570-639) (3), il quale confonde però 



(1) V. Prefazione, p. x. 

(2) Gassiodoro, scrivendo a Boezio, dice: « Translationibus tuia Pytha- 
goras musicus, Ptolomaeus astronomus^leguntur Itali ». Yariarum, lib.1,45. 

(3) Originum, lib. Ili, 25 : « Inter quos (scrìptores) tamen Ptolomaeus 
rex Alexandrìae apud Qraecos habetur praecipuus ». 



- 6 — 

Tolomeo con uno dei re egiziani della dinastia dei Lagidi; in 
loRNANDES cho nella sua opera De Getarum sive Goihorum 
origine et rebtss gestis mette a profitto le geografie di Strabene 
e deir Alessandrino (1); neir Anonimo di Eàyenna, il quale cade^ 
a proposito di Tolomeo, nella medesima confusione di Isidoro (2). 
Gli autori più in voga erano Pomponio Mela, Solino e Plinio, 
specialmente i due primi. Quasi negletta era la parte fisica 
della scienza, e questa si riduceva per la maggior parte, ad 
un'arida serie di nomi locali colla indicazione delle distanze 
dall' uno all' altro luogo, similmente al sistema adottato negli 
antichi Itinerari (3). 

Tuttavia, se il movimento scientifico nel Medio Evo, anziché 
procedere senza alcuna o ben poche discontinuità, come si è 
veduto succedere nella parte che tratta della Geografia pressa 
gli antichi, non solo si rallenta, ma anzi manifesta una nota- 
bile tendenza retrograda, specialmente nel ramo matematico o 
cosmografico, non ci pare conveniente lasciare in disparte, od 
anche non toccare che di passaggio l'esame di quegli scrittori 
che si occuparono, più o meno direttamente, di cose geogra- 
fiche. Imperocché, come dice il Vivien de Saint Martin, anche 
nel seno di questo triste decadimento, ferveva un lavoro di rin> 
novazione, latente, insensibile, innosservato, dal quale, a un date 
momento, doveva sorgere lo spirito ritemprato delle società. 



(1) Gap. Ili: « De hac (Scanzìa insula) enìm in secando sui operi» 
libro Glaudius Ptolomaeus orbis terrae descriptor egregius meminit » e 
poco prima (cap. II) : « Refert autem Strabo Graecorum nobilis scriptor ». 

(2) Ravennatis Anonymi, Cosmographia et Guidonis Geographica: 
€ Nonnullos mundanos philosophos, inter quos Liginium et Ptolomaeum 
regem Aegyptiorum ex stirpe Macedonum » (lib. I, cap. 9): e nel lib IV, 
cap. 4: « atque Ptolomaeus rex Aegyptiorum Macedonum » e nel mede- 
simo libro, cap. 11: « philosopbi, ex quibus ego legi Ptolomaeum regem 
Aegyptiorum ex stirpe Macedonum ». In queste osservazioni circa, al- 
l'oblio in cui erano gli scrittori deirantichità classica presso quelli del 
Medio Evo facciamo astrazione da alcuni autori medievali anteriori al 
secolo B^*, tra cui, ad esempio, Ammiano Marcellino. 

(3) V. Parte prima, pag. 80 e 87. 



— 7 — 

moderne. Il germe era soffocato, ma non distrutto. È il privi- 
legio delle razze occidentali quello di avere in sé questo prin- 
cipio di vita interna, questa forza di espansione morale che è 
la condizione ed il punto di partenza delle alte civilizzazioni. 
E così la società moderna uscì dal seno delle rovine, più grande, 
più forte, e animata da più nobili aspirazioni che non lo fosse 
qualunque delle civiltà antiche » (1). 

2. La propagazione del Cristianesimo. — Al rinasci- 
mento di cui parla l'illustre geografo or ora citato, contribui- 
rono in sommo grado i progressi della Beligione del Vangelo 
nei tempi posteriori all'Editto di Milano (anno 313 di C). Di 
questi pr<^essi è necessario tener qui breve parola, giacché b 
estendersi delle nozioni geografiche durante il Medio Evo è in- 
timamente collegato collo espandersi delle missioni cristiane 
nei paesi più lontani dal bacino del Mediterraneo. 

Nell'anno 354 i missionari Frumenzio ed Edesio introducono 
il Cristianesimo nelle alte regioni dell'Etiopia conosciute più 
tardi col nome di Abissinia, le cui popolazioni, da tempi an- 
tichissimi, professavano il giudaismo. Intorno allo stesso tempo 
le famiglie dell'Iberia (Transcaucasia), dell'Arabia meridionale 
e dell'Armenia abbracciano la nuova religione. I progressi più 
importanti, nell'Asia Centrale e nella Cina occidentale, sono 
però dovuti ai Nestoriani (2). Secondo Ebedeno Sobiense i 
Nestoriani eressero due sedi vescovili, l'una in Samarcanda, 
l'altra in Sina — probabilmente Kan-ciu-fu, ove per interessi 
commerciali grande era la tolleranza religiosa — : e dalla fa- 
mosa Tavola Nestoriana sappiamo che nell'anno 635 il missìo- 



(1) VAnnèe géographique, voi. 2% pag. 404. 

(2) Cosi detti dal monaco Nestorio, il quale, nominato nelKanno 428 
patriarca di Costantinopoli, cominciò a negare alla Vergine Maria il ti- 
tolo di Madre di Dio, e in Gesù Cristo volle distinte non solo due na- 
ture, ma due persone eziandio. La nuova eresia fu condannata nel Con- 
cilio di Efeso (anno 431), ma a Nestorio sopravvissero le sue dottrine: 
le quali, insegnate nella scuola di Edessa, e favorite dalla politica dei 
re Sassanidi, furono le sole che da Peroze fossero ammesse nel dominio 
persiano. 



— 8 — 

nano nestoriano Olopenn portò nella Cina i libri santi i quali 
furono poi tradotti in lingua cinese, e che alla fine del se- 
colo VII esistevano chiese cristiane in tutte le provinole del- 
l'Impero Celeste. 

Anco prima di abbandonare le loro sedi al nord del Danubio, 
i Goti erano stati convertiti al Cristianesimo da Ulfila, vescovo 
ariano (311-381) (1), il quale tiene pure un posto eminente 
nella Storia della scienza del linguaggio come traduttore della 
Bibbia in lingua gotica. 

Se sì vuole prestar fede alle tradizioni locali, le prime pre- 
dicazioni cristiane nella Provenza risalirebbero al I secolo, e 
già nel III secolo si sarebbero estese alla maggior parte della 
Gallia: nella seconda metà del secolo lY anche gli abitanti 
delle campagne abbracciano il Cristianesimo, per l'opera zelante 
di San Mastino, vescovo di Tour^ ed apostolo delle Gallio ; 
presso i Franchi, invasori del Nord, il battesimo di Clodoveo, 
dopo la battaglia di Tolbiac (anno 496), suggella definitiva- 
mente il dominio del paganesimo nelfe contrade settentrionali 
della regione francese. 

Nell'Irlanda {Teme dei Greci, Hibemia dei Eomani), con- 
vertita, nel secolo V, al Cristianesimo da San Patrizio (Patrik), 
fondatore e vescovo della città di Armagh, gli stabilimenti re- 
ligiosi si succedono così rapidamente e tanto numerosi, che 
l'isola diventa ben presto il più attivo centro dell'Europa per 
la propagazione della Fede, e riceve il jiome di Isola dei Santi 
(Sanctorum Insula) che ricorda quello di Isola Sacra già da- 
tole dagli antichi, secondo la relazione del cartaginese Imil- 
cone (2). E San Colombano, nato nel 521, dopo aver fondato 
parecchi monasteri, istituisce sopra uno scoglio delle Ebridi a 
Iona una famiglia di uomini poveri e laboriosi al pari di lui, 
la quale in breve salì a grande celebrità ; né per trent'anni 



(1) Già alcun tempo prima di Ulfila il Grìstianesimo era penetrato nei 
paesi al nord del Danubio per mezzo dei Cristiani della Galazia e della 
Gappadocia. 

(2; V. Parte prima, pag. 9. 



— 9 — 

restò mai dì valicare il mare col suo burchiello di vimini per 
recarsi a predicare il Vangelo agli Scoti ed ai Picti. Nei se- 
coli VII ed Vili gli Irlandesi penetrano neir Europa centrale 
fra i Germani e gli Slavi, riconquistando quanto era stato per- 
duto dalla civiltà romana, occupano la Caledonia, le Orcadi, le 
Ebridi, le Shetland, le Fàroer, e finalmente, nell'anno 795, la 
lontana Islanda (1). 

L' anno 420, nel quale i Bomani incominciarono ad abban- 
donare i loro domimi nella Bretagna, segna il principio di un 
nuovo periodo nel governo, nelle condizioni sociali, nella lingua 
e nella geografia politica di quella grande isola. Le cronache 
monastiche riferiscono che i Sassoni ed altri popoli della Ger- 
mania settentrionale, i quali facevano loro principale occupa- 
zione della pirateria, erano stati richiesti dai Britanni perchè 
venissero in loro difesa contro gli attacchi delle tribù semibar- 
bare stanziate a settentrione delle opere di fortificazione co- 
strutte sotto Adriano, Antonino Pio e Settimio Severo. Il primo 
arrivo dei Sassoni alla imboccatura del Tamigi risale all'anno 449, 
e da quel tempo sino alla fine del secolo VI quei popoli ger- 
manici, insieme cogli Angli e gli luti, giungono a frotte nel- 
r isola, e riescono a fondare, dall' angolo sud-est alle parti 
settentrionali ed alle regioni del centro, i setti regni conosciuti 
nella storia col nome complessivo di Eptarchia. 

Nel 597, undici anni dopo l'ultima invasione degli Angli, 
sotto il pontificato di S. Gregorio Magno, giungono nella Bre- 
tagna i primi missionari sotto la direzione del monaco Sant'A- 
gostino, n re anglo-sassone Etelberto si converte alla Fede, 
r antico tempio pagano di Canterbury è ridotto a chiesa cri- 
stiana, ed in breve tempo tutti gli abitanti dell'isola, dalla 
Manica al Northumberland, abbracciano la nuova religione, il 
Cristianesimo. Una nuova luce si diffonde sulla geografia del- 
l'Inghilterra, della Scozia e dell'Irlanda, quantunque, come nota 
il Bitter (2), questa geografia si limiti, quasi unicamente, ad 



(1) Marinelli, La Geografia e % Padri della Chiesa^ pag. il. 

(2) Geschichte der Erdhunde und der Entdechungen^ pag. 141 e seg. 



— Io- 
ana enumerazione di diocesi, di stabilimenti religiosi, di chiese^ 
di abbazie, ecc. Nella Storia Ecclesiastica del venerabile Beda 
(morto nell'anno 735) si ha la prima geografia, alquanto par- 
ticolareggiata, della Bretagna. 

L'irlandese San Colombano (1) fonda le abbazie francesi di 
Luxeuil e di Fontaine, distrugge i rimasugli del paganesimo nei 
paesi dei Vosgi e del Giura, e converte i Sassoni e gli Alemanni 
stabiliti nei dintorni del lago di Costanza (2). Il più celebre 
dei suoi discepoli, San Gallo, si conduce a vita romita in una 
foresta sulle rive della Steinach (3), ed in questo umile luogo 
sorge, circa cinquant' anni dopo la morte del pio monaco 
(anno 640), e sotto gli auspicii di Pipino di Heristal, il mo- 
nastero di San Gallo, primo fra tutti i centri scientifici e let- 
terari dell'Europa nei secoli VII, Vili e IX. 

Le prime predicazioni cristiane nei paesi del medio Danubio 
risalgono alla seconda metà del secolo V. In esse va special- 
mente ricordato San Severino (morto nel 482), fondatore di 
molte chiese e conventi nell'Austria propriamente detta, e rac- 
coglitore delle prime notizie geografiche sopra questo paese. 

Gli abitanti della Baviera (Boiari, Bavarii) sono convertiti 
al Cristianesimo da missionari franchi, tra cui SanfEmmerano 
(m. nel 654) e San Euperto (m. nel 718). L'anglosassone Vil- 
libaldo, nel suo ritomo dal pellegrinaggio a Gerusalemme 
(nell'anno 730?), del quale egli stesso lasciò una minuta rela- 
zione, inizia le prime missioni cristiane nella valle dell' Altmùhl, 
coadiuvato nel suo ministero da alcuni monaci Benedettini del- 
l'abbazia di Monte Cassino (4), e fonda la chiesa di Eichstadt^ 
che fu per molto tempo uno dei principali centri della cultura 
tedesca nell'Alemagna meridionale. 



(1) Da non confondersi col missionario dello stesso nome, fondatore di 
Iona. 

(2) San Colombano morì, nelFanno 615^ nel monastero di Bobbio da 
lui fondato. 

(ó) Piccolo fiume tributario del lago di Gostanza. 
(4) Fondata da San Benedetto di Norcia (480^3). 



— 11 — 

Furono pure missionari cristiani quelli che fecero meglio 
conoscere le contrade marittime della Frisia, già note agli an- 
tichi col nome di Insula Batavorum (1). San Villebrod, nato 
nel Northumberland verso la metà del secolo VII, fonda la 
prima chiesa olandese nel luogo detto dai Bomani Traiectum 
(moderna Utrecht): a lui debbonsi anche i primi tentativi per 
introdurre il Cristianesimo in Danimarca. Ma sopra tutti i 
missionari della Germania va distinto l'anglosassone Vinfredo, 
comunemente conosciuto col nome di Bonifazio (680-755), le 
cui predicazioni si estesero, a cominciare dair anno 719, nella 
Turingia, nella Frisia, nella Sassonia, nell'Assia ed in Baviera. 
A lui ed a Sturmo, uno de' suoi piti fedeli discepoli, è dovuta 
la fondazione del monastero di Fulda, centro principale delle 
lettere e delle scienze in tutta la Germania centrale durante i 
tempi di mezzo. 

Sottomessi dalle armi franche i popoli Sassoni dei bacini 
inferiori del Weser e dell'Elba, e condotti dall'esempio del 
duca Vitikindo e degli altri loro capi ad abbracciare il Cri- 
stianesimo, sorsero in quei paesi i vescovadi di Bremen, Hal- 
berstadt, Hildesheim, Minden, Munster, Osnabrùck, Paderborn, 
Verden e la famosa scuola di Gorbia (Corvey), così detta dalla 
Gorbeja Veius della Gallia, illustrata dalle prime missioni di 
Ansgario, r apostolo del Nord (826-872). Questo grande mis- 
sionario può essere considerato come lo scopritore della Scan- 
dinavia, appena menzionata dagli scrittori del periodo romano; 
per suo mezzo furono eziandio meglio conosciuti i paesi del- 
l' Holstein, dello Schleswig e la penisola del Jutland (antica 
Chersonesus Cimbrica). 

Col regno di Ottone I imperatore (937-973) incominciarono 
i grandi progressi della geografia nelle contrade ad oriente del- 
l'Elba, grandemente favoriti dalle vittorie di Ottone sulle po- 
polazioni slave dei Sorbi e dei Vendi, dalla fondazione di 
vescovadi che diventarono altrettanti focolari di propaganda 



(1) V. Parte prima, pag. 50. 



— 12 — 

religiosa attraverso paesi e popoli dianzi affatto sconosciuti nel- 
r Occidente, e, per ultimo, dallo stabilimento, nelle contrade 
assoggettate, delle così dette Marche (1), poste sotto la giu- 
risdizione di Margravi. 

Le predicazioni di Adalberto (997-1000), vescovo di Praga, 
procacciano le prime notizie positive sulla geografia dei paesi 
appartenenti ai bacini deirOder, della Yarta e della Vistola; 
la scuola di Ghiesen diventa, a guisa di quelle occidentali di 
Fulda e di Corvei, il principale nucleo degli studi religiosi e 
scientifici nei paesi più orientali dell'Europa allora conosciuta. 

Ampie notizie geografiche sulle contrade degli Slavi trovansi 
nell'opera Ghronicon Slavorum composta dal sacerdote Hemold 
di Lubecca (secolo XII) compagno al vescovo Gerold nei suoi 
viaggi in quelle contrade. 

Ottone, vescovo di Bamberg (prima metà del secolo XII) è 
considerato, a buon diritto, come l'apostolo della Pomerania. 
Nelle sue numerose missioni egli percorse la massima parte 
dei paesi tra la Vistola e l'Elba, la regione corrispondente al 
moderno Meklenburgo, la Pomerania e l'isola di Eùgen. Pare 
che prima di intraprendere il suo viaggio nella Pomerania egli 
non avesse notizia del mar Baltico, poiché si manifesta som- 
mamente sorpreso della estensione di questo bacino marittimo, 
tanto grande che « dal mezzo di esso le rive opposte sembrano 
quali nuvole all' orizzonte ». Al medesimo Ottone debbesi la 
introduzione della coltura della vite nelle campagne di Stettino, 
di Cammin e di Colberg, luoghi della Pomerania. 

Cinquantatre anni, dal 1230 al 1283, durò la conquista e, 
con essa, la scoperta della Prussia propria, cioè della regione 
tra la Vistola inferiore ed il Memel. Nel 1239 cade la fonda- 
zione del primo stabilimento cristiano in Elbing; nel 1250 
quella di Kònigsberg. Anco più lenta fu la propagazione del 



(1) Veggasì, per i nomi e le posizioni delle principali di queste Marche, 
la Tavola 4 àeW Atlante storico-geografico dello Spruner. V. pure Ritter, 
op. cit., pag. 158. 



— 13 — 

Cristianesimo nella Lapponia e nella Lituania; le prime mis- 
sioni cristiane penetrarono in Lapponia neir anno 1330, e la 
conversione dei Lituani non è anteriore all'anno 1386. 

Nei paesi al sud del Danubio inferiore, cioè nel regno di 
Bulgaria fondato nella seconda metà del secolo YIII, molte fa* 
miglie sono già convertite alla nuova religione nell' anno 860 ; 
lo stesso è, pochi anni dopo, dei Bussi stabiliti nel bacino 
medio del Dnjepr (Ucrania) per opera di missionari Greci. E 
la prima geografia della Bussia meridionale adiacente al mar 
Nero si fonda per l'appunto sopra notizie radunate da scrittori 
greco-bizantini, e particolarmente sull'opera De Thematihus 
scritta dall'imperatore Costantino Porfirogenito (secolo X),. 
nella quale è una completa descrizione delle provincie e dello 
prefetture dell'Impero Bizantino. 

Cirillo e Metodio, della scuola di Cherson, introducono il 
Cristianesimo nella Boemia (anno 895), e quando gli Ungheri 
Magiari, sconfitti da Ottone il Grande nella sanguinosa bat- 
taglia di Lechfeld presso Augusta (anno 955), si ridussero de- 
finitivamente a stabile dimora nelle pianure del Danubio e 
della Theiss, la fede cristiana trovò anche presso quelle popo- 
lazioni, dianzi barbare e feroci, facile accesso, specialmente 
sotto il regno di Stefano il Santo, apostolo e legislatore del^ 
l'Ungheria. 

3. Ammiano Marcellino (320-396 di C). — Se ora ci 
facciamo ad esaminare le opere di quegli autori che trattarono 
di cose attinenti alla geografia tra il IV ed il X secolo del- 
l'Era Cristiana, primo ci si presenta, in ordine cronologico, il 
greco Ammiano Marcellino di Antiochia, le cui storie, Berum 
Gestarum^ libri XXXI (1), sono assai ricche di notizie geo- 
grafiche, in parte tolte da Tolomeo e da altri scrittori, in parte 
dedotte dalle osservazioni &tte dall'autore in molti viaggi nel- 
l'Egitto, nella Siria e nelle altre parti dell'Oriente, nella Bre- 
tagna e nelle Gallio. Il loro maggiore interesse sta in ciò, cho 



(1) Di questi 31 libri andarono perduti i primi 13, dalFanno 91 , oy& 
finisce Tacito, all'anno 352. 



— 14 — 

esse ci fannno assistere al principio del movimento delle tribù 
nomadi e guerriere, le quali^ uscite dal fondo delle contrade 
germaniche o dalle regioni occidentali dell'Asia, dovevano con- 
durre, in meno di cento anni, alla rovina della metà occidentale 
dell'impero romano. In questa parte, che diremmo etnografica, 
le storie sono un lavoro veramente originale, e giustificano 
quanto si è detto da alcuno, con alquanta esagerazione ma non 
senza un fondo di vero, che Ammiano è l'Erodoto della storia 
moderna. 

Lo stesso non si può dire delle parti del lavoro che trattano 
di geografia positiva, giacché ben sovente V autore vi cade in 
gravi e poco scusabili errori. Del Tanai è detto che, nascendo 
dalle rupi Caucasie, cade per sinuosi sentieri e, dividendo l'Asia 
dall'Europa, si perde nella palude Meotide (XXII, 8). Il Ponto 
Eussino ha, secondo Ammiano, la forma di un arco scitico 
congiunto dalla sua corda ; 1 due Bosfori, il Tracio ed il Cim- 
merio, occupano le due estremità dell'arco, l' una occidentale, 
l'altra orientale, e sono perciò situati l' uno rimpetto all' altro 
nella direzione da occidente ad oriente. Lo stesso mare è chiuso 
dalla Palude Meotide da quella parte donde il sole sorge dal- 
l' Oceano orientale (XXII, 8). Le Gallio sono limitate verso 
occidente dall'Oceano e dalle alture dei Pirenei (XV, 10), per 
cui saremmo condotti a ritenere che Ammiano desse a questo 
gruppo di montagne una direzione meridiana, similmente a 
quanto diceva Strabene (1). Il lago detto dai Beti Brigantìa 
(lago di Costanza) è lungo 460 stadi e largo quasi altrettanto, 
ed è paragonato ad una mistura fangosa (XV, 4). Affatto sba- 
gliata è r orientazione dell' Egitto (XXII, 15): « La nazione 
egizia, dice Ammiano, è chiusa a mezzogiorno dalle Sirti mag- 
giori, dai Oaramanti e da altre varie genti ; donde guarda al- 
l'Oriente le si stendono intomo Elefantina e Meroe città degli 
Etiopi e i Catadapi (2) e il mar Bosso, e quegli Arabi Sceniti 



(1) V. Parte prima, pag. 67. 

(2) Catadupa è detta da Cicerone la cateratta di Syene (De somnio 
Scipionis, cap. 5) : « Ubi Nilas ad illa quae Catadupa nominantur, prae- 



— 15 — 

che noi chiamiamo Saraceni (1); dalla parte settentrionale con- 
fina con quell'immenso spazio di terra donde hanno principio 
TAsia e le provinole della Siria: a ponente è terminata dal 
mare Issico denominato da alcuni Partenio ». Ed altri esempi 
di simili inesattezze potremmo qui addurre se non lo vietasse 
la economia del lavoro. 

Non mancano tattavia nelle Storie di Ammiano notizie che 
danno indizio di un certo progresso, specialmente nella geografia 
dell'Asia centro-occidentale. Così , tra gli scrittori dei primi 
tempi del Medio Evo, egli è Tunico che alluda all'esistenza del 
lago di Arai, nel seguente passo che si legge nel capitolo 6® 
del Libro XXIII : « Ai piedi dei monti chiamati Sogdii stanno 
i Sogdiani : fra i quali scorrono due fiumi attissimi ad essere 
navigati, l'Araxates e il Dymas, che per gioghi e per valli 
precipitando discorrono in una campestre pianura e formano 
l'ampia palude chiamata Oxia » (2). 

Lo storico di Antiochia si dimostra anche molto famigliare 
coi vari e molteplici argomenti della geografia fisica. « Nelle 
parti del Ponto che sono esposte all'aquilone ed alle brine in- 
durisce il ghiaccio per modo , che né i fiumi , per quanto si 
crede, scorrono sott'esso, né però sull'infido e labile suolo pos- 
sono fermare il passo e gli uomini e le bestie : difetto cui non 
soggiacciono i veri mari, ma quelli soltanto ai quali frammi- 
schìansi troppe acque di fiumi » (XXII, 8). In questo fatto è 
chiaramente espressa la differenza tra i gradi termometrici cor- 
rispondenti al congelamento delle acque dolci e a quello delle 
acque marine. Circa alle piene del Nilo, l'opinione, che gli pare 



cipitat ex altissìmis raontibas ». Plinio (V, 9) chiama Catadupi quelli 
che abitano nelle vicinanze della cateratta medesima, da lui detta cate- 
ratta nuovissima. 

(1) I Saraceni sono già menzionati da Plinio (VI, 28), da Tolomeo 
(VI, 7), nel Periplo del golfo Aràbico di Marciano di Eraclea in cui 
si legge: « Loca ad cervicem Arabiae Felicis post Petream et Desertam 
tenent Saraceni qui vocantur ». 

(2) V., sopra questo argomento, Hugues, Il Lago di Arai, pag. 18. 



— 16 — 

la più accreditata, è quella che « traendo i venti così detti Pro- 
dromi, e poi per quarantacinque giorni continui gli Etesii, ne 
contrariano il corso per modo, che Tonda risospinta si gonfia 
e straripa ; e per quel soffio contrario crescendo ogni più, e da 
una parte resistendo la forza dei venti, dall'altra incalzando il 
corso delle sorgenti perenni, il fiume sollevasi altissimo e copre 
ogni cosa, e facendo disparire la terra si allarga sui campi e 
rende sembianza di un mare » (XXII, 15). Quanto alle sorgenti 
del fiume egiziano , egli pensa che « rimarranno ignote anche 
all'età avvenire, come si ignorano dalla presente > : tuttavia am- 
mette ciò che diceva il re Giuba « che il Nilo nasce da un certo 
monte situato nella Mauritania e riguardante all'Oceano^ perchè 
nelle paludi mauritane trovansi pesci , erbe e mostri simili a 
quelli del Nilo » (Ibid.) (1). 

Ammiano ci ha conservate le opinioni già manifestate da 
Anassagora e da Anassimandro intomo alle cause dei terre- 
moti. Secondo Anassagora questo fenomeno è prodotto da che 
« i venti entrando con forza nelle parti della Terra , traggono 
contro massi indurati, e non trovandovi luogo da uscirne, som- 
movono quelle parti del suolo, nelle quali è penetrata la umi- 
dità. Laonde il più delle volte si osserva, che nei terremoti non 
sentesi vento che soffi, perchè tutti sono occupati nei reconditi 
nascondigli del globo ». E Anassimandro dice, che « la terra, o 
troppo inaridita dalla troppa siccità della state, o troppo ba- 
gnata dalla pioggia, apre grandi crepature, per le quali cac- 
ciandosi poi l'aria estema e troppo, e con troppa forza, la scuote 
con soffi violenti nelle sedi sue proprie. Perciò questi terribili 
fenomeni sogliono accadere nei tempi di grande siccità, o di 
pioggie eccessive » (XVII, 7). Lo storico passa quindi a trat- 
tare delle specie di tremuoti, tra cui le irasmajnej che som- 
movono fortemente la terra e slanciano in alto moli stragrandi ; 
le climaisfie, che vengono oblique e da lato, ed appianano città, 
edifizi e montagne; le casmazie^ per cui si spalancano delle 



(1) Gfr. Plinio (lib. V, 10) e Parte prima, pag. 78. 



-- 17 — 

voragini, che inghiottiscono parti di terreno; finalmente i mi- 
cemamj cioè i terremoti nei quali gli elementi, sciogliendosi 1 
loro legami, da sé medesimi si sollevano e ricadono abbassan- 
dosi la terra (Ibid.) (1). 

4. Macrobio. — La esistenza di una grande Terra meri- 
dionale divisa, per mezzo dell'Oceano, dalla parte della superficie 
terrestre corrispondente al Mondo Antico^ era già stata ammessa 
da Aristotele e da Eratostene. Tale era la opinione generale 
degli Alessandrini, eccezione fatta da Ipparco e da' suoi seguaci, 
e la sì ritrova piti tardi in Cicerone (2), in Manilio, in Pom- 
ponio Mela ed in Macrobio, scrittore greco della prima metà 
del secolo V. Quest'ultimo, analizzando la teoria Aristotelica, 
secondo la quale le due masse continentali abitabili sono l'una 
dall'altra separate per mezzo di un Oceano che occupa tutta la 
zona calda, aggiunge che questo Oceano è circondato da quattro 
altre terre divise da canali che conducono nel nostro emisfero 
le acque del mare estemo (3). Molto acutamente osserva Ales- 



(1) Suirautorità di Posidonio, Seneca il Filosofo distingueva due specie 
di terremoti. Si legge nel capitolo XXI del libro VI delle Naturales 
Quaestiones: « Duo genera sunt (ut Posidonio placet) quibus movetur 
terra, utrique' nomen est proprium. Altera successio est, cum terra qua- 
titur, et sursum ac deorsum movetur. Altera inclinatio, qua in latera 
nutat navigii more ». Queste due specie di terremoti corrispondono ai 
terremoti sussultorii e ondulatorii dei geologi moderni. Ad esse il filo- 
sofo romano aggiunge una terza specie, quella cioè del terremoto vibrar 
torio. Il medesimo capitolo delle Questioni naturali, dedicato, quasi per 
intero, ai fenomeni di cui è parola, contiene eziandio la esposizione dei 
diversi sistemi, di Anassagora, Anassimene, Aristotele, Democrito, ecc. 

(2) De Somnio Scipionis, cap. XIII: Dopo aver detto che la Terra è 
cinta e quasi circondata da alcune fascie, due delle quali grandemente 
diverse tra loro^ e da ambe le parti appoggiate agli stessi poli del cielo, 
appaiono irrigidite per gelo, mentre quella che è nel mezzo, ed è la 
massima, si mostra infiammata per gli ardori del sole, Cicerone aggiunge: 
« Duo (cinguli) sunt habitabiles; quorum australis ille (in quo qui insi- 
stunt adversa nobis urgent vestigia) nihil ad vestrum genus; hic autem 
alter subiectus Aquiloni, quem incolitis, cerne, quam tenui vos parte con> 
tìngat ». 

(3) Magrobii, In Somnium Scipionis expositio^ lib. II, cap. 9. 

HnenKB, Siorùi della Geografia^ II. 2 



— 18 - 

Sandro di Humboldt (1)^ che se Colombo avesse conosciuto il 
Commentario di Macrobio — di cui prima dell'anno 1492 enmo 
già state pubblicate tre edizioni — sarebbe stato certamente 
colpito da questa Terra quadrifida, di cui due parti erano si- 
tuate nell'emisfero settentrionale, a guisa dì quanto supponeva 
Sirabtme (Lib. I, Gap. lY, 6); imperocché un navigante che, 
partendo dalle coste dell'Iberia, si fosse diretto verso occidente, 
avrebbe necessariamente incontrato sul suo cammino la massa 
continentale invisibile per quelli che dimoravano nella nostra 
Terra abitabile. Se hi immagina TAfrica settentrionale separata 
dalla meridioBale per mezzo di un Oceano equinoziale, e l'istmo 
di Panama surrogato — come forse lo era nei tempi preistorici 
— da un canale marittimo, la Terra quadrifida di Macrobio 
sarebbe rappresratata dall'America del Nord, dall'Asia colllia' 
ropa sua appendice peninsulare, dall'Africa 6 dall'America me- 
ridionale. 

È singolare la spiegazione che Macrobio dà delle maree. U 
letto principale dell'Oceano, formante la divisione tra la coppia 
settentrionale e la coppia meridionale della Terra quadrìfida^ 
si scompone, ad oriento, in due rami, l'u&o dei qu:di si dirige a 
settentrione, l'alialo a mezix)A ; lo stesso avviene nella direzione 
di occidente. I due rami settentrionali si incontrano al nord 
della prima coppia, e i due rami meridionali si incontrano al 
sud della seconda coppia : da questi urti sono prodotti il flusso 
òSl il riflusso, e, se in alcun luogo del Mediterraneo si notaaio 
questi due movimenti, es^ debbonsi considerare coiae una di- 
pendenza del movimento generale ddlX)ceano (2). 

Quantunque nel sistema geogn£co di Macrobio prevalga la 
regolarità che forma uno dei kattì più caratteristici della geo- 
grafia presso gli antichi Greci, non si può tuttavia arguire, 
dalle cose die si leggerne nel Cmnimentario^ che egli adottasse 
la teorìa dei quattro golfi , quale è es^rnssa, tra gli scrittori 



(1) Kritxsche Untersuchungen, I, pag. 167 e 168. 

(2) Magrob., In sonmmm Scipiams^ iìb. n, cap. 9. 



— 19 -- 

aatoriori a Mac^obio, in Plutarco , in Amano , ed in Dionigi 
Periegete. Nel primo di questi scrittori si legge : « Quindi col 
fiore del suo esercito egli (Alessandro) discese in Ircaaia, e 
yeggendo quel seno di mare che, a qu^ «he appariva, non era 
minore del P<mtOi ma che più dolce era dell'altro mare , per 
quanto indagasse non potè mai rilevare nulla di .certo intorno 
ad esso; ma più di tutto s'avyìsò che fosse un ristagno della 
palude Meotide. Non fu occulta per altro ai fisici la verità della 
<x)sa , i quali molti anni prima di quella spedizione di Ales- 
sandro avevano già smtto, che di quadro seni che scm nella 
terra, e che vi penetrano dal mare ^st^ore, il più settentrio- 
nale m è questo che mare lircano e Caspio si appella » (1). 
<jìì altri tre golfi o seni erano il mare nostro (Mediterraneo), 
il mar Sosso ed il golfo Persico. Del resto anche Maerobio 
«onsiderava il mar Caspio come formato dall'Oceano a somi- 
glianza del mar Bosso e del mare Indico, q^iantunque dichiari 
di non ignorare che alcuni geografi assieurass^o il ctmtrario (2), 
eioè facessero di quel mare un bacino a sé e affatto indipen- 
dente da;ll'Oceaiio mondiaile. 

Maerobio ammette, per la circonferenza massima della sfera 
terrestre, lo sviluppo eratostenico di 252.000 stadi: il diametro 
terrestre è adunque di 80.000 stadi (Lib. I, Gap. XX) (8). La 
lunghezza deirom^bra proiettata dalla Terra si ottiene, secondo 
il medesimo autore, moltiplicando per 60 la lunghezza del dia- 
metro, ed è pertanto dì 4.800.000 stadi, i quali rappresentano 
inoltre il r^^o deU9> cìrcp^^forenza descritta d«^ Sojle (Ibid.). 
Ma il diametro solare equivale aUa 216* parte di questa cir- 
conferenza , ed è perciò di quasi 140.000 stadi ( J39.682 ^ 

22 

4.800.000 X j : 216). Il rapporto del diametro dell^ Terra 



(1) Plutarco, Vita di Alessandro, cap. 44. 

(2) Lib. Il; cap. "9: « Non ignoro esse nonnallos qui ei de Oceano in- 
gressnm negent ». 

(3) Realmente il diametro terrestre sarebbe di80216 stadi (=-252.000: 
3, 14t5). 



— 20 — 

al diametro solare è adunque come quello di 8 a 14, o, all'in- 
circa, come quello di 1 a 2, e la sfera del Sole risulta otto 
volte maggiore della sfera terrestre (1). 

La circonferenza meridiana si divide in 60 parti uguali, cia- 
scuna di stadi 4200 (cioè di 6 gradi): otto delle 30 parti com- 
prese tra il polo nord e il polo sud toccano alla zona torrida 
(33.600 stadi : lunghezza di 48 gradi); cinque a ciascuna dell& 
due zone temperate (30 gradi o 21.000 stadi); sei a ciascuna 
delle due zone fredde (36 gradi o 25.200 stadi) (2). 

Delle cinque zone, due sole sono abitate, cioè le temperata 
(Lib. II, 5) : ma dei viventi nella zona temperata meridionale 
non si può determinare la natura, poiché gli uomini delle re- 
gioni settentrionali non potranno mai attraversare la zona tor- 
rida per recarsi ai paesi del sud. Questa predizione, dice Gia- 
como Leopardi (3), prova che Macrobio non era miglior profeta 
che geografo o dialettico. 

Dalle cose dette apparisce che Macrobio era favorevole a co- 
loro che ammettevano resistenza degli antipodi. Ma egli osserva 
inoltre, che i medesimi fenomeni, i quali hanno luogo nel no- 
stro emisfero, debbono similmente accadere nell'altro ; previene 
la volgare obbiezione della gravità, che farebbe cader gli anti- 
podi verso il cielo, e ne fa vedere molto bene la insufficienza ; 
finalmente fa riflettere che la opposizione, che v' ha tra noi e 



14 

(1) 11 rapporto del diametro solare al diametro terrestre essendo — q-, cioè 

o 

1,75, quello dei volumi risulterebbe esattamente 5,36 = (1,75)3. 

Adottando, con Macrobio, il rapporto dei due diametri come quello di 
2 a 1, e la distanza della Terra del Sole in 60 volte il diametro terre- 
stre, la lunghezza del cono d'ombra «- dal centro della Terra al vertice 
del cono — sarebbe uguale precisamente a quella distanza, e ciò concor- 
derebbe con quanto dice lo stesso Macrobio rispetto al raggio della cir- 
conferenza descritta del Sole pel suo movimento. 

(2) Lib. II, cap. 6. Il quadrante dall'equatore al polo è adunque divisa 
dal tropico e dal circolo polare artico in tre parti che stanno fra loro 
come i numeri 4, 5 e 6. 

(3) Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, cap. XIL 



— 21 — 

gli antipodi, non è molto diversa da quella, che v'ha tra gli 
Orientali e gli Occidentali (Lib. II, Gap. V) (1). 

5. Marciano Capella. — Di poco posteriore a Macrobio fa 
Marciano Capella, cartaginese, presso il quale trovasi forse l'ul- 
tima eco del concetto ellenico sulla sfericità della Terra in un 
periodo del bizzarro trattato De Nuptìis Phihlogiae et Mer- 
limi (Libro VI), in cui è detto, che la forma della Terra non 
è né piana, né concava, ma sì rotonda gioiosa. La medesima 
opera di Marciano Capella è pure importante, perchè tutto ci 
induce a ritenere che il materiale del Libro Vili sia un estratto 
-dei Libri dell' Astronomia, sfortunatamente perduti, di Terenzio 
Varrone (116-27 av. C), nei quali è esposto il sistema astrono- 
mico immaginato da Eraclide Pontico (contemporaneo di Pla- 
tone), e generalmente noto col nome di sistema egizio (2). 

6. Procopio di Cesarea e Stefano di Bisanzio. — Tra 
gli scrittori bizantini, dai quali si possono trarre importanti 
notizie geografiche, vogliono essere ricordati Procopio di Ce- 
sarea e Stefano di Bisanzio, amendue del secolo VI. Nei libri 
di Procopio sono specialmente interessanti le informazioni in- 
torno alla Mesopotamia, ai paesi del Caucaso, alla regione afri- 
cana dell'Atlante, ed all'Europa germanica. Le sue descrizioni 
delle lontane terre dell'Occidente sono però, quasi tutte, miste 
di cose favolose, e rivelano una grande ignoranza geografica. 
Cento anni appena erano trascorsi dal tempo in cui i Bomani 
avevano definitivamente abbandonato la Gran Bretagna, e tut- 
tavia lo scrittore bizantino aveva di quell'isola un'idea così in- 
certa e confusa da credere che essa fosse divìsa in due parti, 
« da mezzodì a settentrione — anziché da oriente ad occidente 
— dalle opere di difesa costruttevi dai Eomani sotto Adriano, 
Antonino e Settimio Severo. La parte orientale, secondo Pro- 



(1) Lbopardi, Ice. dt. 

(2) In questo sistema il Sole è posto al centro dei movimenti di Ve- 
nere e di Mercurio: esso segna adunque un passo importante verso la 
dottrina Copernicana. V. G. Schiaparelli, I precursori di Copernico 
nelV antichità^ pag. 26 e 27. 



— 22 — 

copio, nulla bai di particolare cbe la dìstisgua dagli altri paesi r 
la occidentale^ invece, e per il cliida pestilenziale, e perchè 
infestata da serpenti, da vipere e da altri animali velenosi, b 
disabitabile. Molto lontana dalla Britannia nella direzione del 
Bord^ ed an^i alVestretno limite dell'Oceano settentrionale, si 
innalza risola di Thuk, che Procopio dice essere dieci volte 
più grande della Britannia stessa. In quella remota terra il 
Sole non tramontava fet quaranta giorm di seguito ver^ il 
solstizio d'estate^ e per uguale spaziò di tempo età continua 
notte verso il solstizio di inferno. Questo dato astronomico con- 
duce alla latitudine di circa 68 gradi, la quale, più che al- 
l'Islanda^ contiene alle parti settentrionali della Norvegia, cioè 
al Finmark, cbe, per tale ragione, un egregio geografo moderno 
identifica colla Tbule dello storico bizantino (1). Oli abitanti 
di quella terra sono detti da Procopio Sóritifinni, JoRKAià)ES 
(anno 552) parla delle genti Befennae che vivevano nella parte 
settentrionale di Scandza (Scandinavia), ove la luce nel cuore 
della state dura per quaranta giorni e quaranta notti continue^ 
e nel verno durano per altrettanto tempo le tenebre. Paolo 
Diacono (m. neira&no 801) chiama quegli abitanti dell'alto 
nord col nome di Scritohmi^ dal costume loro di saltare usando 
un legno curvo a foggia di arco, ed aggiunge che nel loro 
paese i giorni sono molto maggiori che altrove, e per egual 
modo le notti nel verno. Gli Scritifinni di Procopio^ i Sefenni 
di Jomandes e gli Scrìtobini di Paolo Diacono vivono a guisa 
di fiere, cibandosi di carni crude degli animali selvatici e ve- 
stendoci delle loro pelli. E dai costumi di quelle genti, e dal 
calcolo delle latitudini fondato sui climi astronomici si può^ 
conchiudere che i tre storici intendono di uno stesso popolo e 
d'uno stesso paese. 

Stefano di Bisanzio è noto come autore di un Dizionario 
geografico e storico^ lavoro di grande mole pubblicato sotto il 
regno di Giustiniano. Quest'opera non ci pervenne, per mala 



(1) MiNiscALCHi Erizzo, Le scoperte artiche, pag. 73. 



— 23 — 

sorte» che sotto forma di un compendio molto scarso e dìsu* 
guaio fattone dal grammatico Ermolao, di poco posteriore a 
Ste&no. 

7. La Geografia patristica. — Mentre la sfericità della 
Terra e la esistenza degli antipodi erano concetti divulgatìssimi 
fra gli antichi» anche tra i fautori del sistema geocentrico, senza 
che alcune poche obbiezioni di poeti e di filosofi valessero a sce- 
mare la universalità dell'idea (1), lo stesso non è per i Padri 
della Chiesa, nei quali, secondo la interpretazione letterale deUa 
Sacra Scrittura e delle tradizioni bibliche, prevale il concetto 
del cielo emisferico e della terra pianeggiante. Pare tuttavia che 
la sfericità della Terra fosse ammessa da Clemente Alessandrino, 
da Origene, da Sant'Ambrogio e da San Basilio (2). 

Lattanzio, africano (m. nel 326), combatte strenuamente la 
teoria degli antipodi. « È egli possibile che si trovi ancora per- 
sona tanto sciocca da credere esservi uomini che camminano 
coi piedi in aria e colla testa alVingiù? che gli alberi e le 
frutta crescano colle radici all'inverso? che la pioggia» la neve, 
la grandine ascendano in luogo di cadere? E mentre si conside- 
rano i giardini pensili tra le sette meravìglie del mondo, si pos- 
sano ritenere e i campi e i mari e le città e le montìigne come 
sospesi nell'aria? » (3). Secondo il medesimo scrittore, quelli 
che pensano il contrario parlano per gioco, e a bella posta pren- 
dono a sostenere delle falsità, onde esercitare il loro ingegno e 
farne pompa malvagiamente (4). 

Sant'Agostino (354—430) dice, che non è ragionevole cosa 
quella di credere agli antipodi, ma si dimostra assai più ri- 
messo di Lattanzio nel combattere questa teoria : « Coloro che 
ammettono la esistenza degli antipodi, egli dice, non affermano 



(1) Marinelli, La Geografia e i Padri della Chiesa^ pag. 31. 

(2) GÙNTHER, Die kosmographischen Anschauungen des Mittelalters^ 
nel periodico Deutsche Rundschau fiir Geographie und Statistik, IV, 
pag. 253 e 313. Marinelli, Jlfem. cit.^ pag. 31. 

(3) Lactantius, Divinarum Institutionum, lib. Ili, cap. 24. 

(4) Idem, loc. cit. 



— 24 — 

già di esserne informati per cognizione storica, ma lo congettu- 
rano quasi col raziocinio, poiché la terra è sospesa per entro la 
concavità del cielo, ed il mondo ha il medesimo luogo, e infimo 
e medio ; per cui essi opinano, che la parte della Terra, la quale 
sta al disotto, non possa mancare di abitazioni umane. Né avver- 
tono costoro che, quantunque si creda, o si dimostri con qualche 
ragione, che la Terra ha una forma conglobata e rotonda, non ne 
consegue tuttavia che anche in quella parte le terre si innalzino 
dalla massa delle acque; che inoltre, quand'anche ciò fosse, non 

sarebbe però necessario che essa fosse abitata Troppo assurdo 

sarebbe il dire, che alcuni uomini sieno potuti giungere in quella 
parte della Terra, navigando l'immensità dell'Oceano » (1). 

Cosma, monaco alessandrino della prima metà del secolo VI, 
detto Indopkuste o Indicopleuste per i suoi viaggi all'India, è 
autore di un sistema geografico o cosmografico che, malgrado la 
sua assurdità, può tuttavia chiamarsi ingegnoso (2). Secondo 
Cosma la Terra è piana e limitata tutto all'intorno dall'Oceano, 
e al di là di questo si estende un altro continente già sede degli 
uomini prima del diluvio universale, ma presentemente inaccessi- 
bile. Gigantesche muraglie, sulle quali posa la vòlta del firma- 
mento, si innalzano lungo i contorni della Terra, i quali non 
sono già tutti al medesimo livello, ma si innalzano notabilmente 
nelle due direzioni di settentrione e di ponente, come è dimostrato 
sia dalle maggiori difficoltà incontrate dai naviganti diretti verso 
quelle parti, sia da che quasi tutti i fiumi vengono dal nord, sia 
infine dallo stesso Nilo, il quale, nel suo cammino da mezzodì a 
settentrione, scorre assai meno velocemente del Tigri e dell'Eu- 
frate. 

L'innalzamento immaginato da Cosma gli serve eziandio per 
ispiegare il movimento diurno del Sole. L'astro, entrando per la 



(1) Be Civitate Dei, lib. XVI, cap. 9. 

(2) Abbiamo detto Cosma autore del sistema comunemente noto col 
suo nome. Realmente, come dice egli stesso nella sua Tqpographia Cri- 
stianay i concetti mondiali esposti nel sistema gli erano stati rivelati da 
un dotto caldeo, per nome Patrizio. 



— 25 — 

parte di oriente, percorre durante il giorno la vòlta del cielo e 
si nasconde quindi dietro le elevazioni di ponente. Esso non entra 
poi nell'emisfero inferiore rispetto all'orizzonte dell'osservatore, 
ma sibbene, girando a settentrione, si nasconde agli sguardi degli 
uomini, grazie alla elevazione del lembo settentrionale. E qui 
vuoisi avvertire che un sistema poco diverso da quello di Cosma 
era già stato immaginato da S. Severiano (secolo IV). Secondo il 
quale, il Sole non ascende né discende rispetto all'orizzonte, ma 
gira visibile da oriente ad occidente, passando per il mezzogiorno, 
e ritorna alla parte orientale per quella del nord. Senonchè du- 
rante quest'ultimo tragitto esso rimane invisibile per la interpo- 
sizione di una specie di muraglia che la massa delle acque 
forma accumulandosi nelle regioni del nord. 

Rimaneva però a Cosma di spiegare col suo sistema il feno- 
meno delle stagioni, vale a dire le differenze tra le durate, dei 
giorni e delle notti. Per ciò egli immaginava sull'alto della parte 
settentrionale una immensa montagna di forma conica. Secondo 
che il Sole girando al nord si allontana o si avvicina a questa 
montagna, pare a noi, che ne siamo molto lontani, che esso si 
muova più vicino al vertice o più vicino alla base del cono, e 
quindi si nasconda per un tempo più breve nel primo caso, per 
un tempo più lungo nel secondo, al che corrispondono evidente- 
mente le giornate più lunghe (estate) e le più lunghe notti (in- 
verno). 

Anche San Severiano si era occupato di questa spiegazione 
delle stagioni, ma otteneva il suo intento in modo alquanto di- 
verso da quello proposto dall'Indopleuste. Il Sole ora si avvicina 
ora si allontana dal mezzodì. Nel primo caso esso non raggiunge 
la sommità del cielo, ma lo attraversa obliquamente e in allora 
il giorno è breve. Tramonta quindi all'estremità meridionale del 
ponente, e dovendo, prima di far ritorno alla parte orientale del 
cielo, percorrere tutto il ponente, il settentrione e il levante, è 
chiaro che debba impiegare, in tutto questo corso, un tempo 
assai più lungo, donde le lunghe notti invernali. Se poi il Sole 
trovasi alla sua massima distanza dal mezzodì, le cose avvengono 
in modo opposto, e si ha l'estate. Infine, l'equinozio avviene 



— 26 — 

quando le lunghezze dei due tragitti del Sole, dal leyante 
al ponente, e da questo a quello sono uguali tra loro (1). 

Sant'Isidoro, vescovo di Siviglia (570 — 639) , pare che ac- 
cenni, nel Libro XII delle Origini^ alla sfericità della Terra, 
dicendo che « questa è posta nella regione centrale del mondo e, 
a guisa di centro, ad uguale distanza da tutte le parti del cielo », 
ma afferma poco dopo (XIV, 2) che la forma del corpo terrestre 
è a un dipresso quella di una ruota* Simile contraddizione si nota 
circa agli antipodi. Imperocché nel capitolo secondo (De gentium 
vocabulis) del Libro IX, Isidoro dice, che non si può ragionevol- 
mente credere alla esistenza degli antipodi, essendo questa una 
semplice congettura dei poeti, e nel capitolo quinto (De Lybia) 
del Libro XIY, trattando di una quarta parte delUorbe, che sa- 
rebbe situata nel mezzodì al di là dell' Oceano intemo, considera 
come favolosi i suoi abitatori; ma nel capitolo terzo (De portentis) 
del Libro XI si trovano accennati gli antipodi della Libia. 

L'Anonimo di Bavenna, geografo del VII secolo, mantiene il 
medesimo concetto della Terra piana tutta illuminata contempo- 
raneamente dal Sole dall'un capo all'altro ; ma il grande astro, 
muovendosi sulla vdlta del cielo, passa sopra i diversi paesi come 
un immenso e provvidenziale orologio, in modo che la prima ora 
spetta all'India, la seconda alla Persia, e co^ di seguito sino alla 
dodicesima ora, che tocca ai Britanni ed agli Iberni, al di là dei 
quali cessano le terre abitate (2). Le ore della notte corrispon- 
dono al tempo che il Sole impiega per ritornare al luogo donde 
era partito, girando, secondo il testo biblico, per le parti boreali. 
Il Bavennate non sa se ciò avvenga dietro una massa monta- 
gnosa, come nel sistema dell'Indopleuste, oppure col tuffarsi del 
Sole nelle acque del settentrione, passando sotto o dietro la 
Terra. 



(1) y., per questi due sistemi di Cosma e di San Severiano, Gosmae 
AfiGTPTn Monachi, Christiana Topographia, edizione latina di Ber- 
NABDO MoNTPAUCON, BibUotKeca veterum Patrum, voi. 27, pag. 108. 
Cfr. Marinelli, Mem. cit, pag. 3543. 

(2) Marinelli, Mem. city pag. 43 e 44. 



— 27 — 

Il venerabile Beda (673^735) molto attinse da Isidoro di Si- 
viglia, ma non dì rado, colla sua interpretazione astronòmica della 
Storia della Creazióne, professa le medesime teorie di Tolomeo^ 
che lo conducono necessariamente ad ammettere la sfericità della 
Terra. 

E l'esistenza degli antipodi è rìcisàmente affermata, nella prima 
metà deirVIII secolo, da Virgilio, vescovo di Salisburgo, come è 
provato dalla lettera di Papa Zaccaria (741 — 752) a S. Bonifacio, 
arcivescovo di Magonza, nella quale il Pontefice proclama per- 
versa ed inìqua la dottrina della rotondità della Terra, e meri^ 
tevole il suo autore (Virgilio) di essere espulso dal seno della 
Chiesa e privato dell'abito ecclesiastico (1). 

Il dottissimo Babano Mauro, abate di Fulda (secolo VIII) , 
non si dimostra più avanzato de' suoi contemporanei, giacché, 
non sapendo conciliare l'idea dell'orizzonte col detto dell'Evan- 
gelio di San Matteo « congregabunt electos ejus a quatuor an- 
« gulis terrae », conchiude, conformemente a Cosma Indopleuste, 
che la Terra è quadrangolare. Né diverse da quella di Babano 
Mauro sono le teorie di Valfredo Strabene, di Anselmo, di Be- 
migio di Auxerre, di Fredegisio di Tours, ecclesiastici di quei 
tempi. 

8. La Geografia esploratrice. Zemarco e Cosma Indo- 
pleuste. — Il periodo del quale ci stiamo occupando è assai 
povero di viaggi di esplorazione, astrazione fatta dalle peregri* 
nazioni dei missionari, di cui si è trattato più sopra. Oli unici 



(1) « De perversa autem, et iniqua doctrìna eius, si clarificatum fuerit, 
ita eum confìteri, quod alius mundus, et alii homines sub terra sint, seu 
sol et luna, hanc, habito Consilio^ ab Ecclesia pelle, sacerdotis honore 
privatdm ». La grande raccolta del Galvisìo (Galvisii antiquae lectiones 
ad sacrum ordinem digestae) contiene, in uno dei suoi capitoli (De mo- 
numentis Salisburgensibus adnotatio), una lettera del Papa Zaccaria a 
San Bonifacio, nella quale si legge : € Postrema denique erat dissidii 
causa perversa et iniqua doctrina, qua in Deum et animam peccabat 
Yirgilius, cum doceret Antipodas. Asserebat ille esse homines, qui ad- 
versam mundi plagam et alteram hemispbaeram habitarent ». 



— 28 — 

dei quali troviamo utile di tenere qui breve parola, sono i viaggi 
di Cosma Indopleuste e quello dell'ambasceria di Zemarco, inca- 
ricata dall'imperatore Giustino (nell'anno 569) di aprire amiche- 
voli relazioni di politica e di commercio con Dissabulo, capo di 
un'orda turca che, abbandonate le contrade dell'Asia Centrale, 
erasi inoltrata vittoriosa nelle pianure irrigate dall'Osso e dallo 
lassarte. 

Del viaggio di Zemarco si hanno alcuni cenni in un'opera di 
Menandbo, scrittore bizantino del secolo sesto. Nella descrizione 
del viaggio di ritomo, Monandro dice, che i Romani, attraver- 
sato il fiume Oich (lassarteP), giunsero, dopo una strada non 
breve, ad una smisurata palude. In quest'ultima non pochi au- 
tori sono condotti dalle altre circostanze del viaggio a ricono- 
scere il lago di Arai (1) : il Bòsler opina invece che essa deb- 
basi identificare col lago Balchasch (2). Egualmente il monte 
Ectag od Actag^ che segna il punto estremo raggiunto dalla 
legazione nella direzione di oriente, e che Menandro traduce col 
nome di Monte Aureo, è identificato da alcuni colle montagne 
ieìVAsferah, che formano la cintura meridionale della valle 
media del Syr Daria, da altri coli* Aitai occidentale. Comunque 
sia la cosa, il viaggio di Zemarco ha un'importanza non piccola, 
giacché per suo mezzo si vennero finalmente a conoscere, quan- 
tunque assai superficialmente, le lontane regioni dell'Asia Cen- 
trale, che nessun geografo greco o romano aveva, prima di quel 
tempo (anno 570) descritto in base a relazioni attendibili. 

Cosma Indopleuste, sul principio del secolo VI, percorse l'O- 
riente sino all'isola di Ceylon, penetrò nell'Abissinia equatoriale, 
e radunò nella sua Tqpographia Christiana molte notizie im- 
portanti sul commercio di quei tempi. Il paese che occupa l'e- 
stremo oriente della Terra abitata è detto da Cosma Teinitza 
(moderna Cina). Esso è bagnato ad oriente dall'Oceano, ed è fre- 
quentato da mercatanti, che vi giungono dopo un lungo e fati- 



(1) HuGUES, Il lago di Arai. 

(2) RòSLER, Die Aralseefrage. 



— 29 — 

COSO viaggio. A mezzo cammino tra Tzinitza e il golfo Persico 
Cosma pone l'isola Selediva (Ceylon), centro principale del com- 
mercio in quei lontani paesi. Questa terra è lunga 180 miglia 
e larga altrettanto : nelle sue vicinanze si innalzano numerosis- 
sime isole, probabilmente le Maldive della moderna geografia, 
le quali abbondano di acqua dolce e di noci di cocco. 

La costa occidentale dell'India anteriore, dal Sind (bacino in- 
feriore dell'Indo) alla estremità meridionale della grande peni- 
sola che porta nella Topographia Christiana il nome di Male, 
è notabile per i suoi prodotti naturali, tra i quali primeggia il 
pepe, e per molte e ricche città di commercio. Nel bacino su- 
periore del .Sind (Indo) Cosma pone la dimora di un popolo po- 
tente , quello degli Unni Bianchi , già padrone di una parte 
molto considerabile dell'India. 

Allo stesso viaggiatore debbesi la scoperta, nelle vicinanze 
del luogo di Adulis (sulle rive occidentali del Mar Eosso), di 
due iscrizioni in caratteri greci, delle quali la più antica risale 
ai tempi di Tolomeo Evergete (246 — 221 p. di Cr.), in cui i 
Greci d'Egitto estesero i loro stabilimenti di caccia e di com- 
mercio sopra tutta la estensione della costa occidentale del golfo 
Arabico, e la seconda, di una immensa importanza per la storia 
e la geografia del regno axumita, e posteriore di alcuni secoli 
all'altra, racconta brevemente le conquiste di un principe indi- 
geno. Le quali, limitate dapprima ai paesi circostanti alla città 
di Axum, si estendono successivamente , ad occidente, tra il fiume 
Takazzè e il gran lago alpestre Tzana o Tana; a settentrione, 
nei bassopiani percorsi dal Takazzè e dal Mareb al di là della 
loro uscita dall'altipiano etiopico, e, più lungi ancora, nelle re- 
gioni deserte o steppose della Nubia ; a mezzodì ed a scirocco, 
nelle contrade montagnose corrispondenti al moderno regno di 
Scioa, nelle pianure irrigate dall'Hawash, nei paesi di Barrar 
e dei Somali, sino al golfo di Aden; al di là del golfo Ara- 
bico, in una grande parte della costa dell'Heggias. Ai quali dati 
storici, che risalgono ai tempi più gloriosi del regno axUmita, 
si aggiunge, nella iscrizione di Adulis, una nomenclatura etno- 
grafica e geografica che, oltre all'avere un deciso carattere di 



— 30 - 



autenticità e di precisione, è anche incomparabilmente più ricca 
di quelle che ei furono trasmesse dagli antichi geografi, non 
escluso lo stesso Tolomeo (1). 



Capitolo IL 

Coloniuaiione deU*Isl<anda — Scoperta 'delift Oroenlandia ^ Navigasipni dei Nor- 
maimi ad occidente ddla OroenUndia ~ Scoperta dei paesi orientali dell'Amen 
rica del Nord — Viaggi di Other — Viaggio di Vulfstano — Alfredo il Grande 
— Cronaoisti tedeschi dei secoli XI e XII. 

9. Colonizzazioae deirLslanda. — Mesiiare l'Europa set- 
tentrionale, dilaniata e sconvolta da siterìlì ed insensate guerre, 
distruggeva le sue piti antiche tradisicm, queste ermo raccolte 
e conservate «con religiosa cura in 91b paese situato verso la 
estremità del mondo abitabile, in quell'isola formata dì lave e 
di ghiacci, di neve e di solfo, di crateri e di ghiacciai, che detta 
dal norvegese Naddod (anno 861) Snaelemd^ cioè Terra di 
neve, n^ntiene ancora in oggi il fUMQoe di Manéki {Iceland , 
cioè Terra del ghiacciò) , che le veniva dato pochi anni più 
tardi dal pilota Floki Bafna. 

I Norvegesi non furono p^ò i primi ec(q)ritori deirislanda. 
Prescindendo dal marsigliese Pitba , la cui isola di Thvde è 
da alcuni autori identificata co(n queir isola deirAtlantico bo- 
reale (2), sappiamo dal trattato De mensvim <Grbi$ terrae^ .com- 
posto neiramio 825 dal monaco irlandese Dioqil, e dal com^ 
mento fattone dal Letbonne (3), che le Eàcoer, popolate già da 
100 anni da moBaci provenienti dalla jSeetia {Sc&iorum Instdat 
elle così <^ia3BOS8i rirlanda ^uo ai temipì del Ee Malcolm H), 



(1) Viv^iN DE SaimT'-Mìirtin^ Le Nord de VAfrique dans Vantiquité 
grecqite et romaine, pag. 224 e segg. 

(2) V. Parte prima, pag. 30. 

(3) Hecherches gèographiques et critiques sur le livre De Mensura 
orbis l&rae, pag. 129-1^. 



— 31 — 

erano state abbandonate da quei primi missionari e colonizza- 
tori nell'anno 725, in cai cade la prima inrazione dei Normanni 
nelle isole Britanniche, e cfae, andando in cerea di nuove sedi 
che fossero meglio acconcie a proteggierU contro quei pirati 
del nord, gli irlandesi approdarono in Islanda nell'anno 795« 

A NjLD0OD, che nell'anno 861, mentre nangava dalla Nor- 
vegia sdle Faroer, era stato gettato da nna forte burrasca sulle 
coste dell'Islanda, tenne dietro, nell'anno 864, la spedizione di 
Gabbar, diretta alla ricerca della terra nuovamente scoperta. 
Il Gardar la circumnavigò per intero, ne determinò lo sviluppo 
eostiero in 168 l^be (circa 1250 chilometri), e le diede il nome 
di Gvmkxràyolm (Isola di Gardar). A lui suecedette Floki Euiìtà, 
il quale soggiornò nell'isola per quasi due anni , esplorandone le 
cosrfie ed anche un buon tratto dell'interno. La descrizione che 
egli ne fece al sao ritorno in Norv^ia (anno 872) non fu tale da 
ìnTOgliare altri a stabilirsi. L'isola era^ secondo lui, sconvolta 
da fiacchi sott^ranei ; agitata, senza posa, da terribili convul- 
sioni; ooperta, in gran parte, di nevi eteme, e, nel medesimo 
tanpo, squarciata, in mille luoghi, da abissi, donde zampilla- 
vano con violenza fontane di aequa bollente. Alcuni dei suoi 
compagni però dipii^evano l'isola sotto bra altri colori. Tho- 
BOLF, tra essi, diceva che quella tetTa del nord era un paese 
ben soleg^ato, sRoiailtato di fiori e fecondissimo, un paese be- 
nedetto dagli dei, nel quale l'uomo avrebbe potuto vivere libero 
dalla tirannide dei re e dei Signori (1). 

La favorevele descrizione di Thorolf indusse altri Norvegesi 
a recarsi in Manda, sotto la condotta di Ingulf. Ciò avvenne 
nell'anno 874. E quando^ nell'anno seguente, colla memorabile 
vittoria di Hafursfiord (o Stavanger), Harald Haarfager riusci 
a rendersi signore di tutta la Norvegia « molte furono le fa- 
mìglie nobili che, non reggendo al despotismo di quel principe, 
abbandonarcsDO spontaneameirte il paese na;tìo, e si stabilirono 



(1) Gratubr, Découverte de VAmérique par ies Normands au X« siècle, 
pag. 23; Marinelli, La Geografia e i Padri della Oiiesa^ pag. i2. 



- 32 — 

nelle Ebridi, nelle Orcadi, nelle Shetland, nelle Faroer, ma 
specialmente nell'Islanda, di cui, nel frattempo, Ingolf aveva 
recato in Europa liete notizie. Secondo alcuni cronacisti, le 
emigrazioni verso queir isola furono anzi tanto numerose e 
frequenti da far temere un rapido spopolamento della Nor- 
vegia, e da indurre il re Harald ad imporre un'ammenda a 
chi abbandonasse il regno per recarsi in Islanda. Ciò nondi- 
meno già nell'anno 920, e così nel breve spazio dì 45 anni, 
i deserti di lava e di ghiaccio di quel lontano paese erano con- 
vertiti in una colonia popolata e fiorente. Nella quale la forma 
del governo repubblicano durò per circa quattro secoli , cioè 
sino all'anno 1265, in cui l'isola fu annessa alla Norvegia, per 
passare, nel 1387, sotto il dominio della Danimarca. 

L'Islanda tiene un posto eminente nella storia delle lingue 
nordiche dell'Europa. È difatti in quell'isola che si conservò in 
tutta la sua primitiva originalità l'antica lingua dei popoli 
Scandinavi, designata da principio col nome di DònsJo tunga, 
cioè lingua danese. Della letteratura islandese sono preziosi mo- 
numenti le due raccolte conosciute col nome di Edde. La più 
antica, l'Edda di Semondo Sigpusson (1056—1133) è una rac- 
colta di poemi mitologici e storici. La seconda, VEàiB.prosaica^ 
fu composta da Snorri Sturluson (1178—1241), e contiene 
parecchi trattati, gli uni destinati a rendere più intelligibile 
e più popolare la mitologia degli antichi Scandinavi, gli altri 
diretti alla spiegazione dei passi più difficili degli antichi scrit- 
tori. Alle Edde si aggiungono le Sagas (tradizioni verbali o 
racconti fatti a viva voce) , nelle quali si hanno i principali 
fatti storici relativi all'Islanda ed agli altri paesi del Nord. 

10. Scoperta della Groenlandia. — Le prime ricognizioni 
di questa grande terra polare risalgono agli ultimi anni del 
secolo IX, probabilmente all'anno 877, in cui l'islandese Gùnn- 
BJòBN scoperse, ad una grande distanza dall'Islanda, nella dire- 
zione di occidente, una serie di isole, cui diede il nome di 
GrUnnbjómscheeren j cioè scogli di GrUnnijòm^ e, al di là di 
esse, giunse in vista di una grande distesa di terre diretta da 
settentrione a mezzodì, che egli lasciò tuttavia inesplorata. 



— 33 — 

Questa scoperta, quantunque nota agli Islandesi per la rela* 
zione fattane dal Gùnnbjórn, rimase infruttuosa per molti anni, 
sino a che, nel 983, Erik Kauda (Erik il Rosso) , islandese di 
nobile famiglia, essendo stato condannato, per delitto comune, 
ad un esilio di tre anni, decise di impiegare questo tempo nel- 
Tesplorare la terra veduta dal suo compatriota. Egli vi giunse 
difetti sotto la latitudine di 64° ; navigando quindi nella dire- 
zione del sud-ovest, ne toccò la estremità meridionale (modenio 
capo Farewelt) , e, dopo averla oltrepassata, si stabili nel golfo 
fiord di Igalikko, che egli chiamò Eriksfiord. A questo ar- 
dito avventuriero risale la denominazione di Orònland (Terra 
Verde) da lui immaginata per invogliare i suoi compatrioti del- 
l'Islanda ad emigrare numerosi verso quella grande terra po- 
lare. E le sue istanze non furono senza frutto, che, già nel- 
l'anno 985, trentacinque navi, con a bordo molte famiglie e bene 
provviste di sementi, di bestiame e di attrezzi, misero alla vela 
per la nuova colonia. Di queste navi, quattordici sole giunsero 
a buon porto, e con esse quelle di Erik e di Herjulf, il cui figlio, 
Bjarn, doveva, poco tempo dopo, acquistare rinomanza per la 
scoperta di parecchie tprre situate a sud-ovest della Groenlandia. 
Un nuovo Stato indipendente, con una forma di governo repub- 
blicano simile a quella dell'Islanda, sorse così al di là dell'A- 
tlantico, e tale si mantenne, aumentando sempre più in popola- 
zione ed in floridezza, per quanto lo permettessero il rigore del 
clima e la natura del suolo, sino a che nell'anno 1261 cadde 
sotto il dominio della Corona di Norvegia. 

Nell'anno 986, Bjarn, che al tempo della partenza degli emi- 
grati islandesi trovavasi in mare per affari di commercio, giunge 
in Islanda, ove, saputo che suo padre, Hjerulf, era con Erik 
in un paese dell'occidente, non mette tempo in mezzo, e con au- 
dacia giovanile si dirige verso la Groenlandia, che egli non co- 
nosceva che di nome. Secondo la relazione di Erik Banda, la 
nave di Bjarn fu, per i primi tre giorni , favorita da buon 
vento, al quale tennero dietro fittissime nebbie e forti venti 
del nord, che la spinsero a grande distanza verso il sud-ovest. 
Dopo alquanti giorni il tempo si rimise al bello, e grande fu 

HoouBs, storia deUa Geografia, II. 3 



— 34 — 

la sorpresa dei naviganti quando videro estendersi dinanzi al 
loro sguardo una terra coperta di boschi, interrotta qua e là 
da colline, e talmente diversa, nell'aspetto, dalla Groenlandia, 
quale era stata descritta a Bjam durante il suo breve soggiorno 
in Islanda, che questi non si curò per allora della sua scoperta, 
ma, volgendo la prora al nord, giunse, dopo sei giorni di viaggio, 
alla Groenlandia, non senza riconoscere, in questo tragitto, pa- 
recchie coste , che dal maggior numero dei geografi moderni 
sono identificate con quelle della Nuova Scozia, dell'isola di 
Terranuova e del Labrador. 

11. Navigazione dei Normanni ad occidente della 
Groenlandia. — Tra le avventurose spedizioni nell'Oceano 
Atlantico settentrionale , delle quali è cenno nelle Sagas del 
popolo islandese, vogliono essere ricordate quelle nella direzione 
del nord , attraverso i lunghi bracci di mare che dovevano , 
assai più tardi, ricevere i nomi di Stretto di Davis e di Baia 
di Baffin, Spedizioni che furono certamente anteriori all'anno 
1135, come è provato da un'iscrizione runica, scoperta nell'anno 
1824 in un' isoletta della Groenlandia, sotto la latitudine di 
72® 55'. E ai coloni Normanni non rimasero sconosciuti i paesi 
polari a settentrione del continente americano e il labirinto di 
stretti e di canali che caratterizza quelle inospiti regioni del 
nord. Gli stretti di Lancaster e di Barrow erano, tra gli altri, 
i luoghi di convegno delle barche normanne che vi si recavano 
ogni anno per la caccia alle balene , ai trichechi , agli orsi 
bianchi, e per la raccolta dei legnami galleggianti, che le cor- 
renti marine vi trasportano dai mari siberiani. La prima spe- 
dizione verso quei bracci di mare, effettuata da alcuni sacer- 
doti della diocesi di Gardar, e nella quale sarebbe stata rag- 
giunta la latitudine di 76®, è posta dalle tradizioni scandinave 
nell'anno 1266: gli inglesi Bylot e Baffin furono adunque 
preceduti, di circa tre secoli e mezzo, dai navigatori normanni 
nella sezione orientale del passaggio del nord-ovest. 

12. Scoperta dei paesi orientali dell' America del 
Nord. — Quindici anni dopo il viaggio di Bjam (V. il n® 10), 
e cosi nell'anno 1000, Leif, secondogenito di Erik Randa, nello 



— 35 — 

intento di esplorare più da vicino i paesi veduti da quel na- 
Tigatore nella direzione del sud-ovest, partì dalla Groenlandia 
a bordo di una piccola nave e con trentacinque uomini d'equi- 
paggio, e, dirigendosi verso il sud, giunse ad una terra, nella 
quale si innalzavano grandi montagne nevose, ed occupata, tra 
la spiaggia del mare ed i piedi di quelle montagne, da campi 
di ghiaccio. Questo paese, al quale venne dato il nome di Heìr 
iuland (Terra rocciosa), era assai probabilmente il Labrador. 
Più avanti la spedizione toccò una terra piana, bassa verso il 
mare e coperta di boschi , per cui fu chiamata Marhland o 
Terra boschiva: i geografi moderni sono concordi nel ricono- 
scere in essa YAcadia o Nuova Scozia. Due giornate di navi- 
gazione, a partire dal Markland, condussero Leif ed i suoi com- 
pagni alla foce di un fiume, ove sbarcarono e costrussero una 
casa per passarvi Tinverno. 11 giorno e la notte erano, in questo 
luogo, più eguali che nella Groenlandia e nell'Islanda, e più 
particolarmente è detto nella relazione del viaggio , che il 
giorno più breve vi era di ore nove, la qual durata corrisponde 
alla latitudine di circa 41° 30'. Durante il soggiorno colà, fu- 
rono fatte molte escursioni neirinteruo del paese, in una delle 
quali venne dato ad un tedesco, per nome Tyrker, di trovare 
molte viti cariche di grappoli, per cui quella regione venne 
detta Vinland it goda^ o Paese del bmn vino. Tenendo conto 
della latitudine del luogo di approdo e della circostanza, che 
realmente gli Stati della Nuova Inghilterra producono in ab- 
bondanza uve selvatiche , si è condotti a porre il Paese del 
buon vino in alcuno degli Stati odierni del Massachussetts, di 
Rhode Island o del Connecticut. 

Ma i Groenlandesi non furono, a quanto pare, i primi coloni 
di queste contrade dell'America del Nord. Are Frode, scrittore 
della prima metà del secolo XII, dopo fatta menzione del 
Paese del buon vino, parla anche di un'altra terra vicina dal 
lato di mezzodì , conosciuta col nome di Terra degli uomini 
bianchi, o con quello di Grande Irlanda (1), e riferisce che 

(1) Secondo il Rafn la Grande Irlanda corrisponderebbe all'insieme 
^ella Carolina, della Georgia e della Florida. 



— 36 — 

neiranno 983 un islandese, per nome Abi Mabson, gettato da 
una tempesta di mare sulle coste di quel paese , vi era stato 
battezzato , e che gli abitanti , compresi per lui del più alto 
rispetto, si opposero alla sua partenza, ed anzi lo innalzarono 
al grado di capo di tribù. Questa circostanza di un'antica po- 
polazione cristiana nella Terra degli uomini bianchi^ e la tra- 
dizione , comune presso le tribù originarie della Florida , che 
questo paese fosse già abitato da un popolo bianco che faceva 
uso di strumenti di ferro, ci autorizzano a ritenere che gli abi- 
tanti della Grande Irlanda, presso i quali Ari Marson ayeya 
trovato così favorevole accoglienza, fossero coloni Irlandesi colà 
stabiliti da molti anni. 

Parecchi altri viaggi furono fatti dai Groenlandesi al Yin- 
land nello intento di stabilirvi una colonia. Tra essi notiamo 
il viaggio di Thorwald, fratello di Leif (anni 1002 — 1004) ; 
quello di Thorstein, altro fratello di Leif, in compagnia di 25 
persone (1004—1005); la spedizione di Thorfinn, che rimase 
al Vinland per tre anni (1007 — 1010), ma dovette far ritomo 
in Groenlandia per le ostilità degli Eschimali o Skrellings. E 
pare che dopo questa spedizione di Thorfinn le relazioni col 
Vinland si facessero sempre più rare: appena si sa che Erik^ 
primo vescovo della Groenlandia, vi giunse nell'anno 1121; che 
nel 1285 e nel 1288 si scopersero nuovi paesi al di là dell'A- 
tlantico; che infine nell'anno 1347 una nave groenlandese giunse 
al Vinland dopo aver toccato il Markland. 

13. Viaggi di Other. — Nello stesso tempo in cui i Nor- 
manni, condotti da Ingulf (V. il n® 8) fondavano colonie nel- 
l'Islanda, ed iniziavano le navigazioni che dovevano condurli^ 
poco più tardi, alla scoperta dei paesi nordest del continente 
occidentale, la parte orientale dell'Atlantico boreale e le regioni 
più settentrionali dell'Europa erano diligentemente esplorate e 
descritte da Other, patrizio norvegese, il quale, nell'anno 870^ 
a fine di riconoscere di quanto la Scandinavia si estendesse al 
di là dell'Halogaland od Halgoland, navigò i mari della Nor- 
vegia prima verso settentrione (per sei giorni), quindi verso 
oriente (per giorni quattro) e infine verso mezzodì (per giorni 



— 37 — 

cinque), e giunse sino alla imboccatura di un gran fiume, che 
egli non potè esplorare per l'attitudine ostile degli abitanti dei 
dintorni. Other non indica la posizione dell'Halgoland, suo paese 
natio, ma noi la possiamo dedurre dalla durata della naviga- 
zione costiera tra quel paese e il capo Nord , osservando, col 
Yivien de Saint-Martin, che una giornata di navigazione corri- 
sponde, assai approssimativamente, a 60 miglia geografiche (1): 
THalgoland verrebbe adunque ad essere di sei gradi più al sud 
del capo Nord, cioè a circa 67 gradi di latitudine. Le 240 mi- 
glia percorse da Other nella direzione approssimativa di oriente, 
a partire dal capo Nord, corrispondono precisamente alla di- 
stanza tra questo promontorio ed il capo Sviatoi alla entrata 
del Mar Bianco: infine, le 300 miglia percorse nella direzione 
del sud durante le ultime cinque giornate, porterebbero alla foce 
di una grande fiumana, la quale, secondo questi dati, sarebbe 
il Mesen, ma si potrebbe forse, con miglior ragione, identificare 
colla Dvina, quando si ponga mente alla circostanza che Other 
chiama questo corso d'acqua un gran fiume che si avanza di 
molto nell'interno. Da tutto ciò apparisce chiaramente che il 
navigatore normanno, dopo avere oltrepassato la estremità set- 
tentrionale della penisola scandinava, percorse un tratto consi- 
derabile del mar polare europeo, e penetrò nel vasto addentra- 
mento che, detto nel Medio Evo Ma/re Ghrandmcum^ è cono- 
sciuto comunemente in oggi col nome di Mar Bianco. 

Ma la relazione di Other è anche molto importante sotto 
l'aspetto etnografico. Al nord dell'Halgoland il paese è deserto, 
ad eccezione di alcuni pochi luoghi popolati dai Finnas, i 
quali si occupano , nell' inverno , della caccia e , nella state , 
della pesca marittima. I Finnas di questa prima parte della 
relazione sono i nostri Lapponi^ di origine finnica; anche in 
oggi le loro occupazioni principali sono la caccia e la pesca; 
alle quali si aggiunge l'allevamento del bestiame, e particolar- 
mente delle renne che ne costituiscono la principale ricchezza. 
Più avanti, lungo le coste della penisola di Kola, Other nomina 



(1) Eistoire de la Géographie, pag. 229. 



— 38 — 

il popolo dei Terfenniy che ricorda i Eerefenni e gli Scirdi- 
fenni dell' Anonimo Ravennate, gli Scritifinni di Procopio, i 
Befennae di Jornandes. Nei paesi adiacenti alla imboccatura 
della Dvina, il navigatore normanno indica il popolo assai nu- 
meroso dei Beormas, e dice che questi ed i Finnas parlavano 
la medesima lingua. Questa osservazione è esatta , giacché i 
Finnas ed i Beormas (Biarmesi o Permiani) appartengono alla 
grande ed estesa famiglia finnica, e propriamente i primi al 
ramo ciudico , ed i secondi al ramo permico della famiglia 
stessa. È noto inoltre che i Permiani si estendono, nella dire- 
zione di occidente, sino ai corsi inferiori della Dvina e del 
Mesen , ove confinano dall'una parte coi Samoiedi , dall'altra 
colle popolazioni slave della Bussia. 

Alla descrizione del viaggio lungo le coste del Finmark nor- 
vegiano e della Lapponia Bussa segue, nella relazione di Other,. 
quella del paese dei Normanni (Northmannaland) e della Fin- 
landia (Evenaland). 

« Il paese dei Normanni, dice Other, è molto lungo e molto 
stretto. La parte adatta ai pascoli ed alla coltura giace sulle 
rive del mare, ed in alcuni luoghi è assai rocciosa. Verso 
oriente si trovano molte paludi, nelle quali abitano i Finnas. 
Bispetto al paese coltivato, la sua massima larghezza è verso 
mezzodì , e tanto più diminuisce , quanto più ci avanziamo a 
settentrione: al sud è largo sessanta miglia, ed anco più, nel 
mezzo trenta, ed al nord appena tre miglia. £ i terreni palu- 
dosi sono, in alcuni luoghi, di tale estensione, che per attra- 
versarli si impiegano due settimane. 

« Dirimpetto al Northmannaland, verso il sud e dall'altro 
lato delle paludi, trovasi lo Sveoland, e verso il nord il Kve- 
naland. I Kvenas assaltano di quando in quando i Normanni 
al di là delle paludi, ma sono, alla loro volta, assaliti e de- 
rubati da questi. Tra le paludi si estendono grandissimi laghi 
di acqua dolce. I Kvenas trasportano per terra le loro navi- 
celle sino a questi laghi, e per tal maniera giungono sino alle 
dimore dei Normanni, che essi mettono a sacco. Le loro navi 
sono molto piccole e leggiere ». 



— 39 — 

Nello Sveoland della relazione di Other si riconosce imme- 
diatamente la Svezia, di cui la principale provincia ancora in 
oggi porta il nome di Svealand, come nel Kwenaland , ricco 
di laghi, è facile riconoscere la Finlandia. Secondo un recente 
lavoro di Hallstèn (1), la maggior parte della popolazione della 
Finlandia si compone di Finni lavasti e di Finni Caroli. Il 
primo di questi gruppi abita i territori del sud-ovest, il se- 
condo i territori del nord-est. I Tavasti erano già conosciuti 
col nome di Sumi (Finni propriamente detti), i Kareli con 
quello di Qveni, 

14. Viaggi di Vulf stano. — Contemporaneamente ad Other, 
si presenta nella Storia della geografia dell'Europa settentrio- 
nale il viaggio del danese Vulfstano lungo i paesi costieri che 
fiancheggiano a mezzogiorno il Mar Baltico. La relazione di 
questo viaggio fu, come quella della navigazione di Other, ag- 
giunta dal Ke Alfredo d'Inghilterra (872—901) alla sua tra- 
duzione anglo-sassone della Storia Universale di Paolo Orosio, 
monaco spagnuolo della prima metà del secolo V. 

In essa relazione è detto, che partito dal porto danese di 
Haefhum (Heidaba in Adamo di Brema, Schleswig della geo- 
grafia moderna), Vulfstano giunse, navigando di continuo per 
sette giorni e sette notti, alla città di TrìAso^ posta sulle rive 
di un bacino detto Esimere, In questa navigazione egli ebbe 
sulla destra il Veonothland sino alla foce di un grandissimo 
fiume detto Visla^ e sulla sinistrale terre (od isole) di Lan- 
galand, di Laaland, di Fàlsier e di Sconeg, appartenenti alla 
Danimarca, quindi il Burgendaland, governato da un re pro- 
prio, ed i paesi di Becinga, di Meore, di Eowland e di Got- 
land, che appartengono agli Sveoni. Al di là della Visla si 
estende il Vitland, che fa parte dell' JSs^wm. L'Estmere è largo 
per lo meno 15 miglia, e riceve, oltre la Visla, le acque^ del- 
Vllfing^ fiume che viene idìlVEstland: e siccome la Visla to- 



(1) Hallstèn, Das Grossenfùrstenthum Finnland, nel Giornale della 
Società geografica di Berlino, 1871, pag. 113. 



J 



— 40 — 

glie airilfing il suo nome e, uscita dairEstmere, gettasi nel 
mare nella direzione del nord-est, così questo luogo di sbocco 
prende il nome di Wiskmund. L'Estland è un paese molto 
grande, nel quale sono molte città, ciascuna delle quali è go- 
vernata da un re. 

La identificazione di molti dei luoghi accennati nella rela- 
zione di Yulfstano coi luoghi moderni non presenta nessuna 
difficoltà. Il Veonothland è il paese dei Vendi o Venedi^ po- 
polo numeroso e potente della famiglia slava : i nomi di Lange- 
land, Laaland e Falster sono ancora oggidì quelli di tre isole 
dell'arcipelago danese ; il paese di Sconeg corrisponde alla pro- 
vincia di Schonen nella parte sud-est della Scandinavia; il 
paese di Becinga alla provincia svedese di Blékinge; il paese 
di Meore alla provincia di Móhre; Eowland e Gotland alle isole 
Óland e di Gothland. Visla è il nome slavo della Vistola 
(Weichsel dei Tedeschi): il Vitland corrisponde al Samland^ 
famoso per la raccolta dell'ambra; TEstmere è il FrischeHaff^ 
il quale riceve le acque della Vistola, e VElbing (Ilfing della 
relazione di Vulfstano) comunicante colla Vistola per mezzo del 
ramo di Nogat: infine, il luogo detto Wislemund è il canale 
di Pillau, per mezzo del quale il Frische Haflf comunica diret- 
tamente col Baltico. 

15. Alfredo il Grande. — Alle notizie preziose procaccia- 
tegli da Other e da Vulfstano sui paesi del Baltico e dell'Eu- 
ropa settentrionale sino al Mar Bianco, il Be Alfredo, nella 
tradazione già citata delle Storie di Orosio , aggiunse tutte 
quelle notizie che aveva potuto raccogliere sulla geografia del- 
l'Europa. Sono specialmente interessanti le informazioni che 
egli dà sulla Germania, e tali da formare una eccellente transi- 
zione tra la Germania di Tacito e l'Alemagna moderna (1). 

I limiti della Germania — considerata nel suo senso più 
esteso — sono, secondo Alfredo , formati dal Danais (Tanai , 
Don), dal Beno^ che sorge dalle montagne dette Alpis^ scorre 



(1) ViviEN DE Saint-Martin, Histoire de la Géographie^ pag. 227. 



— 41 — 

al nord e si getta nel ramo del Gran Mare (Atlantico) che 
circonda la Britannia; al sud dal fiume Donua (Donau dei 
Tedeschi , Danubio) , che sorge vicino al Beno , scorre verso 
oriente e si getta nel Wendelsee (Mare dei Vandali, Mediter- 
raneo); a settentrione dal gran Mare che è detto Kwen-See 
(Mar Bianco?). 

Al nord delle sorgenti del Danubio e ad oriente del Beno 
abitano i Franchi orientali, il cui paese è limitato : a mezzo- 
giorno dagli Svefas (Svevi) stabiliti al di là, cioè al sud, del 
Danubio; a sud-est dai Baghtware (Bavari o Bavaresi), nella 
parte della Germania che è detta Begnesburg; a nord-est dai 
Thyringas (Turingi). Precisamente all' est dei Baghtware si 
estende il paese dei Berne (Boemia), e a settentrione di questo 
YAlt Seaxum (Old Sassen, Holsatia, Holstein) limitato ad oc- 
cidente dal corso inferiore dell' J.e7/a (Elba), che lo divide dai 
Frysan (Frisoni). Al nord dell'Alt Seaxum si trovano il paese 
degli Angle (Angli, nella parte dell'antica Sassonia a setten- 
trione, dell' Eider), il paese detto Syllende (Seeland) ed una 
parte dei Dena (Danesi). 

Ad oriente dell'Elba si incontrano successivamente gli Apdrede 
(antichi Obotriti) nell'angolo sud-ovest del Baltico ; gli Aefeldan 
nel paese dell'Havel (affluente dell'Elba); il Winedaland (Me- 
clenburgo e Pomerania). 

La descrizione ritorna quindi a mezzogiorno per menzionare 
il paese dei Maroaro (Moravi) nel bacino della Morava o March 
affluente di sinistra del Danubio, e confinante, verso occidente, 
coi Berne ; — il paese dei Carenare (Carinzia) a mezzogiorno 
del Danubio, ad oriente dei Baghtware e a sud-ovest dei Ma- 
roaro : — la regione, in allora deserta e resa tale dalla spedi- 
zione di Carlo Magno contro gli Avari, la quale occupa l'an- 
golo formato dal Danubio e dalla Drave suo affluente di destra, 
e corrisponde per ciò alla parte S. 0. della odierna Ungheria; 
— la Bulgaria, cioè, nel senso più esteso, l'insieme della Bul- 
garia, della Valachia, e di una parte della Moldavia e della 
Bessarabia. Ad oriente (leggi: a mezzogiorno) della Pulgaria, 
Alfredo pone il Orekaland, cioè i territori formanti l' Impero 



— 42 — 

Bisantino. Il Wisleìand, o paese della Wisle (Vistola), corri- 
spondente alla Galizia ed alla Polonia, si estende ad oriente 
dei Maroaro, e confina, ad oriente, colla Datia, cioè coi paesi 
della Russia meridionale adiacenti alla parte nord-ovest del 
Mar Nero. 

Al nord dei Berne, e perciò nel territorio delFodiemo regno 
di Sassonia, e sopra ambo i lati delFElba, sono stabiliti i Da- 
lamensan (i Dalemingi degli scrittori del Medio Evo), e, ad 
oriente di questi, e perciò a N. 0. di Maroaro e nel bacino su- 
periore deirOder, gli Horitij popolo slavo. 

Altre regioni interne sono: il Maegthaland al nord del Wisle- 
land nel bacino medio della Vistola, e percorso, nella sua parte 
occidentale, dalla Warta, affluente deirOder, per cui pare po- 
tersi ritenere che al nome di Maegthaland debba essere sosti- 
tuito quello di Warialand; — il Sermende, che dal paese 
precedente si estende sino al monte Biffin (Kifei o Ripei degli 
antichi geografi), e corrisponde alla Sarmatia o paese dei 
Sarmati. 

A mezzogiorno (leggi: ad occidente) dei Dena si allarga il 
ramo dell'Oceano che circonda la Britannia, e a settentrione 
il ramo del mare che è comunemente detto Mare Orientale 
(Baltico). In fine, nei paesi adiacenti a questo bacino marittimo 
Alfredo nomina il popolo degli Osti; i Burgendas nell'isola 
Bomholm detta già Borgendaholm (isola dei Borgenda); gli 
Sveoni (Svedesi); gli Scride-FinnaSj al nord di questi ultimi* 
Lungo le coste occidentali della Scandinavia sono le dimore dei 
Norihmenn, 

16. Cronacisti tedeschi dei secoli XI e XII. — Ra- 
duniamo in questo paragrafo le cose geografiche più importanti 
che ci vennero trasmesse da alcuni cronacisti tedeschi dei se- 
coli XI e XII specialmente intorno ai paesi del Nord Europeo, 
e, in più piccola misura, anche intorno alle parti meridionali 
e sudest della nostra parte del mondo. 

Primo fra essi, non solo in ordine cronologico, ma ben più 
per la copia di notizie che egli trasmise ai geografi posteriori 
del Nor^l, è Adamo di Brema (nella seconda metà del sec. XI), 



- 43 - 

le cui informazioni sui paesi circostanti al Mare del Nord ed 
al Mar Baltico, come anche sopra motte isole dell'Atlantico 
settentrionale sono veramente interessanti e preziose, quantunque 
non vadano esenti molte volte dal carattere favoloso della geo- 
grafia medioevale. 

Einardo, storico di Carlo Magno, non sapeva ancora se il 
Baltico fosse o non un mediterraneo, giacché egli dice di questo 
bacino dell' Atlantico : « Sinus quidam ab occidentali Oceano 
orientem versus porrigitur longitudinis incompertae ». Adamo 
di Brema conferma V asserzione dello storico: « Quod autem 
dicit eundem sinum longitudinis incompertae, hoc nuper aperuit». 
Tuttavia i Danesi gli avevano assicurato che arditi navigatori 
erano giunti in un mese, con vento favorevole, dalla Danimarca 
ad Ostrogard in Bussia. Quanto alla larghezza, in nessun luogo 
supera 100.000 passi (circa 70 chilometri?): in molti punti 
però è assai minore. Alla sua entrata nell'Oceano, tra Aalberg, 
il promontorio della Danimarca (capo Skagen)^ e gli scogli della 
Norvegia, ir golfo è talmente stretto che lo si può facilmente 
attraversare in una notte. Là ove abbandona la Danimarca il 
golfo si allarga, per restringersi nuovamente nella regione dei 
Goti dirimpetto alla quale abitano i Wilzi. In fine, quanto più 
si avanza nell'interno, tanto più aumenta nella larghezza. In- 
torno a questo seno di mare abitano molti popoli ; i Danesi, gli 
Svedesi che ne posseggono la parte settentrionale con tutte le 
isole; nel sud gli Slavi, gli Haisti, ed altri, tra cui i Welatabi 
detti anche Wilzi. Più particolarmente dice Adamo di Brema, 
che i Danesi abitano all'imboccatura del Baltico, gli Slavi sino 
alla Peene, i Wilzi ed i Leutici sino all'Oder, quindi i Pome- 
rani ed i Polacchi il cui distretto confina colla Bussia; quivi 
termina il golfo. Nel nord, a cominciare da occidente, si 
incontrano successivamente i Normanni, la provincia dello 
Schonen, i Goti sino a Birka, gli Svedesi sino al paese delle 
Donne, i Vizzi, i Mari, i Lami, gli Skuti ed i Turchi sino alla 
Bussia ove termina nuovamente quel golfo. Il cenno che si fa 
dei Turchi tra i popoli circostanti al Baltico si spiega colla 
circostanza, che la città, finlandese di Abo era detta dai Finni 



— 44 - 

Turku. È poi singolare quanto dice Adamo di Brema, dietro 
il rapporto fattogli da quelli che erano pratici di quei luoghi, 
che alcuni Svedesi erano giunti in Grecia per la vìa di terra, 
ma che questo viaggio essendo oltremodo pericoloso a cagione 
delle popolazioni idolatre colà dimoranti, si era tentato di giun- 
gervi per la via di mare. Siccome Adamo di Brema si vale 
sovente del nome Oraecia per indicare i territori popolati da 
famiglie greco-cattoliche, dei quali pure la Bussia faceva parte, 
così parecchi autori opinano che il termine della navigazione 
fosse non già la Grecia propria, ma sibbene la Bussia Baltica. 
Il che è poco ammessibile, poiché in altri due luoghi degli 
Annali lo scrittore del Nord dice che il Baltico si estende sino 
alla Grecia, e che a questo stesso paese si dirigono pure so- 
vente le navi che partono da Schleswig. Si aggiunge che, se- 
condo lo stesso autore, il Mare Orientale è quello stesso che 
gli antichi chiamavano jpaZiKfe scitica o palude meotica^ per cui 
è lecito congetturare che Adamo di Brema credesse realmente 
ad una comunicazione naturale tra il Mare di Azov e la se- 
zione orientale del Baltico. 

Molte isole si innalzano in questo mare, le quali sono pos- 
sedute dai Danesi, dagli Svedesi o dagli Slavi. Tra esse ac- 
cenniamo Wendila, Mors e Thiid alla estremità nord della 
Danimarca; Samsò, dirimpetto alla quale è la città di Aarhns; 
Fiinen, Seeland, Sproga (S^rogò) tra Seeland e Fùnen; JBor»- 
holnij vicina allo Schonen ed alla Gozia, una delle stazioni più 
sicure per le navi che si dirigono al paese degli idolatri ed 
alla Grecia. Al sud di Fùnen sono sette isole tra loro vicine 
e fertilissime, tra cui Moyland (Moen), Imbra (?), FaUter e 
Laaland. Più lungi se ne trovano altre che appartengono agli 
Svedesi: le maggiori tra esse sono la Curlandia e V Estonia. 
In fine le più importanti delle isole dipendenti dagli Slavi sono 
Fehmam^ RUgen e Samland. È superfluo rilevare V errore di 
Adamo di Brema intomo alla natura insulare della Estonia, 
della Curlandia e del Samland. 

Il' Oceano occidentole pare essere* quello che i Bomani chia- 
mavano Britannico, Esso è terribile e pericoloso: la sua lar- 



— 45 — 

ghezza è immensa. « Chiuso ad occidente dalla Britannia, detta 
in oggi Anglia, a mezzogiorno dai Fresi (Frisoni), e dalla parte 
della Sassonia che appartiene alla nostra diocesi di Hamburg, 
ad oriente dal paese dei Danesi, dalla imboccatura del Baltica 
e dal paese dei Normanni che giace al di là della Dania, 
questo mare si estende al nord sino alle Orcadi e per infinita 
spazio della superficie terrestre, avendo a sinistra THibemia 
patria degli Scoti, detta in oggi Irlanda, a destra gli scogli 
della Nordmannia: più lungi si innalzano le isole di Islanda 
e di Groenlandia, e quivi si confonde coirOceano che dicesi 
caliginoso ». 

Nella parte meridionale del Mare del Nord, ad una certa 
distanza dalla foce dell'Elba, si innalza l'isola Fama (Helgoland 
delle carte moderne), lunga appena 8000 e larga 4000 passi, 
che Adamo di Brema descrive come fertilissima, abbondante di 
cereali, di bestiame e di uccelli, circondata per ogni lato da 
scogli, e dice venerata da tutti i naviganti, specialmente dai 
pirati, per cui riceveva anche il nome di Heiligeland (Terra 
Sacra). 

Al di là della Nordmannia, che è l'estrema provincia di tutto 
l'emisfero settentrionale, non si trovano più abitazioni umane, 
ma tutto è coperto dalle acque di un infinito e terribile Oceano 
che circonda tutto il globo. Dirimpetto alla Nordmannia si in- 
nalzano molte isole, quasi tutte sotto il dominio dei Normanni. 
Le prime sono le Orchades (Orcadi) che i Barbari chiamano 
Organes, e, a guisa delle Cicladi, sono sparse per l'Oceano. E 
qui Adamo di Brema ricorda ciò che ne dicevano Marciano e 
Solino, che cioè a tergo della Britannia, là ove incomincia l'im- 
menso Oceano, giacciono le Orcadi, delle quali 20 sono deserte 
e 16 coltivate, e sono, in tutto, circa 40. Dal che deduce 
Adamo di Brema, che le Orcadi giacciono tra la Nordmannia, 
l'Anglia e l'Irlanda, e sono separate da ciascuno di questi tre 
paesi per un intervallo equivalente ad un giorno di navigazione. 

Più lungi trovasi l'isola Thyle (Thule), separata dalle altre 
per uno spazio infinito, e sulla quale molto dissero gli scrittori 
romani e barbari. Secondo i quali, Thyle è la più lontana 



— 46 — 

delle terre conosciute: colà non vi ha notte al solstizio d'estate 
quando il sole passa il segno del Cancro, e non vi ha giorno 
al solstìzio d'inverno, ed anzi alcuni credono che la notte ed il 
giorno vi durino, ciascuno, sei mesi. Ciò risulta anche dalla 
relazione di Pitea di Marsiglia, il quale si era spinto, navi- 
gando, a sei giornate di viaggio dalla Britannia nella direzione 
del nord. La Thale del navigatore marsigliese si chiama in 
oggi Islanda, dal ghiaccio che la avvolge. Al di là dell'Islanda 
l'Oceano è gelato, ed è, da grandissimo tempo, così nero ed 
asciutto che, al contatto di un corpo ardente, abbrucia come 
l'incenso. 

Thyle è una grandissima isola, e abitata da molti popoli 
ohe vivono solo dei prodotti del bestiame, e si vestono di pelli. 
Il suolo non produce frutti, né alberi, e gli abitanti vivono in 
caverne sotterranee ed in comune colle loro pecore. Del resto 
gli Islandesi conduecHLO una vita semplice e santa, si conten- 
tano di quanto loro oflte la natura; professano il Cristianesimo 
e sono eminentemente caritatevoli. 

Oltre a Thyle si trovano nell'Oceano settentrionale molte altre 
isole, tra cui la Groenlandia dirimpetto ai monti della Svezia 
ed ai Monti Bifei. Dalla Nordmannia alla Groenlandia si con- 
tano da 5 a 7 giorni di navigazione. Gli abitanti sono di co- 
lore ceruleo, per cui tutta l'isola ricevette il nome di Groen- 
landia. 

La terza isola è Salagland, non dissimile per grandezza 
dalla Groenlandia e da Thyle, e più vicina, di queste, alla 
Norvegia. Nella state il sole sta sopra l'orizzonte per 14 giorni 
di seguito: nell'inverno è invisibile per altrettanto tempo. 

Adamo di Brema nomina per ultimo l'isola detta Winland^ 
perchè la vite vi cresce spontaneamente e dà prodotti stimati. 
Così pure vi abbondano i cereali senza che gli abitanti si pren- 
dano cura di seminare il terreno, e questa non è una esage- 
razione, ma risulta da sicure notizie fornite da molti Danesi. 

Al di là di Winland non trovasi più alcuna terra, sì soltanto 
il mare gelato, nebbie foltissime e oscurità spaventosa. 

Sulla grande penìsola del Nord Europeo, di cui Other e 



— 47 — 

Vulfstano non conoscevano che la regione costiera, Adamo di 
Brema dà parecchie informazioni di grande interesse. Un altro 
mondo, egli dice, si apre a chi dalla Danimarca giunge in 
Isvezia in Norvegia; regni che occupano una gran parte del- 
l'Europa settentrionale. La Norvegia si può percorrere in un 
mese; la Svezia difficilmente in due mesi. Ambo i paesi sono 
montagnosi, specialmente la Norvegia che colle sue montagne 
circonda la Svezia. La Norvegia o Nordmannia è la estrema 
parte della Terra, e trae il suo nome da che si estende in lun- 
ghezza sino al più lontano settentrione. Essa incomincia agli 
scogli sporgenti nel Baltico, si volge quindi al nord fiancheg- 
giando il tempestoso Oceano, e termina nei monti Rifei. A 
cagione delle sue selvaggie montagne e dei terribili freddi la 
Norvegia è, fra tutti i paesi conosciuti, il più sterile, ed è solo 
adatta all'allevamento del bestiame. La capitale della Norvegia 
è Trondemnis (Trondhjem), luogo molto frequentato dai pelle- 
grini che vi si recano per venerare i resti del re e martire 
sant'Olaf. Si contano sei giorni di viaggio marittimo da Alborg 
nella Dania a Throndhjem: vi si può giungere, per la via di 
terra, dalla regione dello Schonen (Svealand, Svezia propria), 
ma la strada, tutta attraverso montagne, è molto faticosa e non 
scevra di pericoli, e, per tale ragione, poco frequentata dai 
viaggiatori. 

La Svezia è molto fertile, ricca di cereali, di miele, e so- 
pratutto di bestiame: numerosi vi sono i fiumi ed i boschi. I 
prodotti stranieri vi abbondano: tutto quanto è di lusso, come 
oro, argento, pelliccie di castoro e di martora, ed altre cose 
che eccitano la nostra meraviglia e la nostra cupidigia, sono 
colà tenute in nessun conto. L'estremità meridionale della pe- 
nisola è occupata dalla Sconia (Schonen), appartenente sotto 
l'aspetto politico alla Dania, di cui era la parte più bella e 
più fertile. Vi si contavano 300 chiese, cioè il doppio delle 
chiese di Seeland, e il triplo di quelle di Fùnen. Essa è per 
tre lati circondata dal mare: il quarto lato è occupato da un 
istmo che la congiunge alla Svezia. 

La Dania è, quasi per intero, composta di isole. Al nord 



— 48 — 

iolV Egdora (Eyder) che si getta nel!' Oceano Frisonico (Mare 
del Nord), si estende, per una lunghezza di tre giornate di 
viaggio, la parte della Dania che è detta Dania Cismarina 
(Jutland). La sua larghezza è massima a mezzogiorno, verso 
l'Eider: di là il paese va sempre più restringendosi in forma 
di lingua, e termina nell'angolo che chiamasi Wendtla. Il ter- 
reno è generalmente sterile, deserto e salino, ad eccezione di 
alcuni pochi distretti lungo i fiumi. Là ove il mare penetra 
nella terraferma si trovano parecchie grandi città: tra esse 
Sliaswig (Schleswig), detta anche Heidaha^ donde si fa vela 
per la Slavonia, la Svezia, il Samland e la Grecia; — Ripa 
(Bipen), luogo di partenza delle navi dirette alla Frisia, alla 
Sassonia ed all'Anglia; — Arhusen (Aarhus), separata da Fùnen 
mediante uno strettissimo braccio di mare che, incominciando 
al Mare Orientale, si estende in lunghe sinuosità tra Fùnen e 
il Jutland, e si sviluppa al nord sino allo stesso luogo di Aarhus, 
donde si fa vela per Fùnen, Seeland, la Sconia e la Norvegia. 
A poca distanza dalla Estonia — erroneamente considerata 
da Adamo di Brema come un'isola — e lungo la costa del 
Baltico, lo scrittore germanico pone il paese delle Amazzoni , 
del quale si raccontavano molte cose favolose, tra cui questa, 
che, mentre le bambine sono bellissime, i fanciulli sono invece 
cinocefali, o a testa di cane, hanno il capo nel petto, ed ab- 
baiano quando vogliono parlare. Nelle medesime contrade abi- 
tano gli Alani od Albani^ che nascono con capelli bianchi e 
si servono, per difendere il loro paese, di robustissimi cani. Più 
lungi si trovano uomini pallidi o di color verde che vivono 
lunghissimo tempo e si chiamano Busi: finalmente individui 
che si cibano di carne umana. 

Da questi paesi procedendo verso la Svezia si incontrano i 
Rifei, montagne selvaggie con estese solitudini e con immensi 
campi di neve. Quivi abitano i Ciclopi che hanno un solo 
occhio nel fronte, gli Himantopodi che saltano sopra un piede 
solo, e un popolo che ogni anno, ovvero di tre in tre anni, di- 
scende dalla montagna alla pianura, e quantunque di mediocre 
statura, vince in forza ed agilità gli stessi Svedesi. 



— 49 — 

Gli Scritefinni, dei quali già si è detto più sopra (v. pag. 38), 
SODO posti da Adamo di Brema nella parte settentrionale della 
Scandinavia : la loro capitale è Salsingland (sul golfo di Botnìa). 

A far vedere le condizioni infelici della geografia in quei 
tempi del Medio Evo, serviranno alcune notizie che si trovano 
sparse qua e là nelle scritture di Ottone di Freisinga, altro 
cronacista del secolo XII. Secondo lui, TAsia equivale in gran- 
dezza air insieme deirEuropa e dell'Africa. Alcuni però, egli 
dice, non ammettono che due parti del mondo, e uniscono 
TA&ica, a cagione della sua piccola estensione, coU'Europa. Del 
che il dotto Vescovo è scusabile, poiché nel secolo XII non si 
conoscevano dell'Asia che le parti occidentali e alcune regioni 
del Sud, ed anche nella carta di Fra Mauro, posteriore di due 
secoli, l'Africa è rappresentata sotto dimensioni notabilmente 
minori di quelle dell'Europa. 

Il sistema alpino è designato da Ottone con tre nomi, Alpes, 
Pyrenaeae Alpes e Pyrenaei montes. Questa confusione delle 
Alpi coi Pirenei si potrebbe spiegare osservando, che lo stabi- 
limento di molte ed importanti colonie nella penisola spagnuola 
fece conoscere ai popoli dell'est il nome dei Pirenei assai prima 
di quello delle Alpi: in queste ultime cioè, piuttosto che un 
sistema orografico indipendente, non si vedeva che una conti- 
nuazione delle montagne limitrofe della Hispania. 

Secondo il medesimo autore le Alpi incominciano tra Genova 
e Terdona (Tortona): ad oriente di questa linea si sviluppa 
l'Apennino. Tuttavia a' suoi tempi molti non ammettevano al- 
cuna distinzione tra l'Apennino ed i Pirenei (le Alpi), e adduce- 
vano, a sostegno del loro asserto, che, secondo Isidoro di Siviglia, 
la regione della Pannonia, pure chiusa dall' Apennino, traeva 
il suo nome da queste montagne. Altri autori estendevano il 
nome di Mons Apenninus non già a tutto il sistema delle Alpi, 
ma sì soltanto alla parte detta Alpes Poeninae. 

Ottone accenna nelle Alpi il passo del Septimer, e ne fa 
sorgere il Beno e l'Inn: così pure conosceva certamente. quello 
del Moncenisio, giacché in un luogo del libro Gesta Friderid 
dice: « Alii ad occidentales partes Longobardiae , nonnulli per 

HnauBS, Storia deUa Oeojrafla^ II. 4 



— 50 — 

montem Jovis, alii per yallem Moriannae transitori carpebant 
iter ». Ora questa Yallis Moriannae è la valle dell'Are, dalla 
quale una strada conduce alla Val Susa per il passo del Mon- 
cenìsio. 

Secondo il Vescovo di Freisinga i principali fiumi dell'Eu- 
ropa sono tre: il Reno, il Danubio e il Po. Il Beno divide la 
Oallia dalla Germania. Sul lato gallico è accompagnato dal 
Vosagum (Vosgi o Vogesi) e isìVArdenna: sull'altro lato da 
montagne che portano i loro antichi e barbari nomi (Schwarz- 
wald Selva Nera, corrispondente all'Abnoba ed alla Silva 
Marciana). Il Danubio riceve, non lungi da Begensburg o Ba- 
tisbona, il Begenus (Begen) ed il Nàba (Naab): il nome di 
Batisbona ha la sua origine nella circostanza, che al di là della 
confluenza dei due fiumi della Baviera il Danubio diventa na- 
vigabile per zattere (rates). 

Sulla frontiera della Germania e dell'Ungheria è la città di 
Fresburgo, che Ottone chiama anche Casirum Bosan, e porta 
nella Cronaca degli Slavi, di Arnoldo (altro scrittore del se- 
colo XII), il nome di Porta Ungariae. Più lungi ad oriente 
trovasi la città di Grrane, la capitale dell'Ungheria secondo 
Arnoldo, e quindi Eteelhurg, la città di Attila. L'Ungheria, 
dice Ottone, è circondata per ogni lato da foreste e da mon- 
tagne, specialmente dall' Apennino , ed era detta dagli antichi 
Pannonia, Vi si trovano vaste pianure irrigate da poderosi 
fiumi : le foreste sono piene di animali selvatici di ogni specie : 
dappertutto poi il paese è fertilissimo come il Paradiso e 
l'Egitto. Ma, secondo l'uso dei barbari, non vi si trovano che 
poche case e città, ed i confini non solamente sono segnati dalle 
montagne e dalle foreste, ma anche dai fiumi. A mezzogiorno 
della Ungheria si trovano la Groagia, la Dalmazia, V Istria e 
la Camiola; ad occidente la Marca orientale germanica e la 
Moravia; a settentrione la Boemia^ la Polonia e la Bussia; 
a nord-est abitano i Pesceneghi e i Faloni che vivono di caccia ; 
ad oriente si estende la Bulgaria, là ove la Sava sbocca nel 
Danubio; a sud-est Bama (Bumania). 

Lo stretto dei Dardanelli è detto da Ottone : « mare Pro- 



— 51 — 

ponticum, quod modo Brachium Sancti Georgi! ad indigenìs 
dicitur )>, ed il crouacista aggiunge che altravolta questo mare 
era, dalla nota favola di Frixos e di Hello, chiamato Ellesponto, 
od ancora Propontico perchè serre di vestibolo al Ponto: spinte 
in avanti da due potentissimi fiumi, il Danubio e il Tsmai, le 
acque si scaricano, scorrendo lentamente dirimpetto a Troia, 
nel mare Adriatico o Tirreno. Ottone non faceva adunque nes- 
suna distinzione tra la Propontide (Mar di Mannara) e l'Elles- 
ponto, dava al Danubio inferiore una direzione generale da set- 
tentrione a mezzodì, e considerava come un mare solo l'insieme 
dell'Egeo, dell'Adriatico e del Tirreno. 

La Russia è ben conosciuta da Adamo di Brema, il quale 
dice che essa è posta ad oriente dei Polacchi , è abitata dai 
Ruteni ed è la più renK)ta e, nello stesso tempo, la maggiore 
delle Provincie dei Vendi. La capitale della Russia è Chive 
(Kiew), rivale di Costantinopoli. Il Mar Nero, limite meridio- 
nale dell'Europa orientale, trae, in alcuni cronacistì, il suo 
nome di Mare Rucenum dalla Russia: così in Helmold. 



Capitolo IIL 

La geografia matematica presso gli Arabi — Le navigazioni degli Àrabi — L* Africa 
interna — La costa orientale d* Africa — Asia — Europa — Qeografia generale. 

r 

17. La Geografia matematica presso gli Arabi. — In 

quasi tutti gli scritti ohe ci rimangono degli autori arabi ed 
orientali la forma sferica della Terra ed il suo isolamento 
nello spazio sono posti fuori di ogni dubbio. Il solo Ibn-el- 
Wabdi, scrittore arabo del secolo XIU, rammenta, per mera 
incidenza, che, mentre gli uni consideravano la Terra come 
una tavola, altri le davano una forma emisferica, altri quella 
di un corpo cavo. E Abulpeda (secoli XIII e XIV) si mostra 
partigiano della vera teorìa quando afferma che, se due viag- 
giatori, Tuno camminando ad occidente l'altro ad oriente, 
si incontrano nel loro comune punto di partenza, il primo 



— 52 — 

sarà, nel suo calendario, in ritardo di 24 ore, il secondo in 
avanzo del medesimo tempo; fatto questo che venne, solo 
nell'anno 1522, confermato per la prima volta dalla nave 
Victoria, quando, di ritomo a San Lucar di Barrameda, dopo 
il primo viaggio di circumnavigazione, si riconobbe nel com- 
puto del tempo la differenza di un giorno solare. 

Degli argomenti che comunemente si adducono per provare 
la sfericità della Terra, l'unico che abbia un vero fondamento 
scientifico è quello delle variazioni che si manifestano tanto 
nelle altezze delle stesse circumpolari rispetto al piano dell'o- 
rizzonte, quando un osservatore si muove sulla superficie ter- 
restre in senso meridiano, quanto nei tempi della levata e del 
tramonto degli astri se l' osservatore si trasloca da oriente ad 
occidente o nella direzione opposta. Ed è precisamente questa 
la prova addotta da Alfraganus o Mohammed ben Katir al 
Fergani, astronomo del secolo IX, colle seguenti parole : « Item 
si esset terra plana extensa, non acciderit ei aliquid de hoc 
quod narramus, et esset ortus syderum super universas terrae 
partes in uno tempore. Et si aliquis abiret in terram inter 
septentrionem et meridiem, non occulteretur ei aliquid ex sy- 
deribus quae semper apparente nec appareret ei aliquid de his 
quae semper sunt occulta ». 

L'astronomo marocchino Abul Hassam Alì (secolo IX) cosi 
si esprime sul medesimo argomento: « L'astronomia dimostra 
che la Terra è assolutamente sferica, con una superficie alte- 
rata, affatto insensibilmente, dalle montagne e dagli abbassa- 
menti del suolo: che la figura di ogni uomo che sta sulla terra 
rappresenta un raggio terrestre prolungato; che pertanto due 
perpendicolari (leggi : verticali) non possono essere tra loro pa- 
rallele; che finalmente uguali distanze misurate sulla Terra 
debbono necessariamente corrispondere ad uguali archi celesti ». 
Ed una chiara ed esatta idea dell' orizzonte si trova nelle se- 
guenti parole del medesimo autore : « Qualunque sia il luogo 
occupato da un osservatore, questi vede una metà del cielo col- 
r approssimazione di una quantità insensibile , mentre l' altra 
metà gli rimane nascosta per una quantità pure insensibile ». 



— 53 — 

Da questo perìodo risulta evidente la ilistinzione tra l'orizzonte 
visibile e l'orizzonte vero. 

Il medico Abubekr er Basi (morto tra Tanno 923 e il 932) 
scrisse un libro: Bella forma del mondo ^ ed un altro: Che la 
terra è sferica; nel primo dei quali tratta della forma del 
mondo, per dimostrare che la Terra è sferica, che essa si muove 
nel mezzo del cielo intorno a due poli; che il Sole è più grande 
della Luna, e questa è più piccola della Terra ; e nel secondo 
si vuol far vedere che senza prove non si giunge a compren- 
dere come la Terra sia rotonda, e tuttavia sia abitata dall'uomo 
e sopra e sotto. 

Eazwini, scienziato persiano del secolo XIII, si dichiara pure 
per la sfericità della Terra, ma la sua definizione è assai meno 
corretta che non quella dei matematici. Egli accenna bensì il 
fenomeno delle stelle che scompaiono per l'orizzonte settentrio- 
nale e sorgono per il meridionale, come si presenta ad un os- 
servatore muoventesi dal nord al sud, ma questa prova è ad- 
dotta solo per ultimo, e prima di essa il Kazwini ne adduce 
altre assai meno convincenti: così quella, che un ecclisse di 
Luna osservato nell' est e nell' ovest non avviene precisamente 
nel medesimo tempo ; ed anche quella, che tutti i punti della 
superficie della Terra debbono essere ugualmente distanti dalla 
volta del cielo. Lo stesso geografo ci informa anche delle idee 
professata da' suoi predecessori sulla forma e sulla posizione 
della Terra , e lo fa colle seguenti parole : « Uno dice che la 
Terra si estende ugualmente in tutte le quattro direzioni del- 
l'est, dell'ovest, del nord e del sud; un altro afferma che essa 
ha la forma di uno scudo, giacché, se fosse altrimenti, nessun 
edifizio potrebbe stare in piedi, nessuna creatura vi potrebbe 
camminare sopra. Altri opinano che la Terra abbia la forma 
di un gigantesco timballo: altri che rassomiglia ad un emisfero: 
altri in fine che al disotto della Terra vi ha un corpo che, 
spingendo in alto, impedisce alla Terra stessa di cadere ». Un 
altro astronomo citato dal Eazwini, Mohammed ben àhmed na- 
tivo del Kharesm, pensava essere la Terra posta nel mezzo del 
cielo, intendendo però con questo mezzo la parte inferiore: essa 



— 54 — 

è rotonda e coperta da asprezze prodotte dai monti che si in*- 
nalzano sulla sua superficie e da valli che la solcano profon* 
damente, il che tuttavia non toglie nulla alla sua forma sferica, 
quando si ponga mente al tutto. Lo stesso è ripetuto dal da- 
masceno Shems Eddin (secolo XIII), il quale dice: « In gene- 
rale la Terra è rotonda, con delle ineguaglianze cagionate dalle 
montagne che si innalzano alla sua superfìcie, e con dei bassi 
fondi che la scavano ad ogni tratto, il che però non ne altera 
la rotondità fondamentale. Essa è situata nel mezzo della sfera 
celeste, ma non può, in alcuna maniera, essere presa in con- 
siderazione, giacché la più piccola delle stelle fisse la supera 
di molto nella grandezza ». Allo stesso scrittore devesi una di- 
mostrazione analoga a quella nota più tardi col nome di pozzo 
di Maupertuis, secondo la quale, se si scavasse la Terra pas- 
sando per il centro in linea retta sino al punto opposto, si in- 
contrerebbero dei piedi umani: così gli abitanti della Gina e 
quelli della Spagna che occupano 1 punti esterni del diametra 
della Terra, sono antipodi, e la levata del Sole e della Luna 
dall'un lato corrisponde al tramonto dei medesimi astri dal lato 
opposto, la notte degli uni corrisponde al giorno degli altri e 
reciprocamente. Nel che lo scrittore Damasceno pecca di ine- 
sattezza, giacché la Gina propria, divisa quasi per mezzo dal 
parallelo boreale di 30", non è agli antipodi della Spagna, la 
cui latitudine media è all'incirca di 40^, per cui i due paesi 
sarebbero piuttosto perieci , nel senso adottato da Cremino da 
Rodi (1). 

Il glorioso regno di Al Mamun va anche distinto, nella Storia 
della Geografia, da una impresa scientifica di primo ordine; dalla 
misura cioè, di un arco di meridiano, nello scopo di determi- 
nare lo sviluppo della curva meridiana e, per conseguenza im- 
mediata, le dimensioni della sfera terrestre. Due furono le ope- 
razioni eseguite per ordine del Califlb, Tuna nel deserto di 
Palmira, Taltra nella pianura di Singìar al nord delFEuirate. 
Del risultamento ottenuto nella seconda operazione ci informa 



(1) V. Parte prima, pag. 47. 



— 55 — 

Alfragano dicendo : « Invenimus per hoc , quod portio unius 
gradus circuii ex rotunditate terrae sit 56 milliarium et duarum 
tertiarum unius milliarii per milliarium, quod est 4000 cubi- 
torum per gradus aequales, secundum quod soUicite probatum 
est in diebus Almehon, et convenerunt super probationem eius 
sapientes plfires numero ». Gli scienziati francesi della spedi- 
zione d'Egitto considerano il cubito di millimetri 540,7 segnato 
sulla parete interna del nilometro dell'isola di Bhodab dirim- 
petto al Cairo, come identico al cubito scelto quale unità di 
lunghezza dal Califfo Al Mamun, al quale si attribuisce la co- 
struzione di quel nilometro. Il miglio arabo, equivalente a 
4000 cubiti, sarebbe adunque di metri 2162,8, ed il grado, di 
56 miglia e Vs» sarebbe lungo metri 122557, e supererebbe di 
ben 11571 metri il grado meridiano sotto la latitudine di 35®, 
quale è dato dalle misurazioni moderne. 

La lunghezza del grado equatoriale in 56 miglia e ^/s» quale 
risulta dalle misure eseguite dai geografi arabi del secolo IX, 
è quella stessa che fu in seguito adottata da Colombo. Ma il 
Grande Navigatore confuse il miglio arabo col miglio italiano 
di quei tempi, corrispondente in realtà alla 70* parte del grado 
di circolo massimo, e perciò a soli 1589 metri. Si è per ciò 
che alle molte considerazioni accennate da Colombo per dimo- 
strare la possibilità di giungere, in poche giornate di naviga- 
zione, dalle coste Spagnuole alle terre piti orientali dell'Asia, 
per la via di occidente, egli aggiungeva pure quella distanza, 
relativamente poco considerabile, tra i due paesi. 

Se si paragonano le coordinate geografiche di alcuni luoghi 
del mondo musulmano, quali furono calcolate dagli astronomi 
arabi, coi risultamenti delle osservazioni moderne, le differenze 
che ne risultano sono certamente notabili, specialmente per 
quanto si rapporta alle longitudini; ma rispetto alle coordinate 
geografiche registrate nelle Tavole Tolemaiche il miglioramento 
è grandissimo. Nei valori di alcune latitudini la esattezza h 
sorprendente: valga, ad esempio, la latitudine dell'osservatorio 
astronomico di Maragha (Persia) determinata da Nassir eh-din 
(morto nel 1274) in 37® 20', la quale differisce appena di un 



— 56 - 

minuto primo di grado dalla latitudine vera (37<* 21'). E pre- 
cisamente uguali alle vere sono la latitudine di Toledo (39<^ 51') 
calcolata dal Zarqala, e quella di Bagdad (SS"" 20'), che, se- 
condo il Lelewel, fu determinata prima dall'astronomo Bateni. 
Nei dati che si riferiscono alle coordinate di 44 luoghi della 
Spagna e dell'Africa settentrionale, quali si veggono accennati 
in Àbul Hasan (secolo XIII), gli errori di latitudine giungono 
sino ad un grado: tuttavia per i luoghi in cui il celebre astro- 
nomo fece le sue proprie osservazioni, l'errore medio è solo di 
un terzo di grado circa, come risulta dal seguente quadro. 

Tangeri (Marocco) 35* IC 35° 45' (secondo le osservaz. moderne) 

Sebta o Geuta (id.) 35o W 35° 54' (id.) 

Tunisi 36» 30' 36o 47' 59" (id.) 

Tripoli .... 330 13' 32° 53' 40" rid.) 

Alessandria . . . 31» 31« 12' 53" (id.) 

Cairo 29° 55' 30« 2' 44" (id.) 

Trattando nella prima parte di questo lavoro, della Geografia 
di Claudio Tolomeo (1), abbiamo fatto vedere che la Terra co- 
gnita misurava, secondo il Geografo alessandrino, 180° nel senso 
delle longitudini, cioè 119° 30' ad oriente e 60'' 30' ad occi- 
dente del meridiano passante per la città di Alessandria. La 
medesima estensione da occidente ad oriente venne pure am- 
messa dai geografi Arabi, colla differenza però che, mentre 
Tolomeo ammetteva che le parti solide della superficie terrestre 
si estendessero, al di là del 180° meridiano (rispetto al meri- 
diano delle Isole Fortunate), sino ad una distanza non deter- 
minata, gli Arabi ponevano colà immediatamente l' immenso 
Oceano. Una delle più importanti modificazioni portate dagli 
Arabi nella Geografia di Tolomeo è quella che si riferisce al 
grande asse del Mediterraneo, la cui estensione in longitudine 
era dall'Alessandrino valutata in 62^ (2), e perciò superiore di 
2^ alla vera. Il geografo Charizmi (sotto il regno di Al Mamun) 



(1) V. Parte prima, pag. 92. 

(2) Da Calpe (Gibilterra) la cui longitudine è data da Tolomeo in 7" 30^ 
ad Alexandria ad Issum (long. =: 69° 30'). V. Parte prima, pag. 85. 



— 57 — 

dà al monte Calpe la longitudine di 8° 30', e pone Alexandria 
ad Issum (Iskenderun o Alessandretta) sotto il meridiano di 60', 
per cui la lunghezza del grande asse del Mediterraneo verrebbe 
ad essere di 5P 30', superiore alla vera di 9^ 58'. 

L' astronomo Zarqala od Arzachel (seconda metà del se- 
colo XI), il quale sceglieva a meridiano fondamentale quello 
condotto per la città di Arim situata sotto l'equatore e ad una 
longitudine di 90® dal meridiano delle Isole Fortunate, poneva 
la città spagnuola di Toledo a 4 ore e 6 minuti (cioè a 61^ 30', 
in ragione di 15* per ogni ora di dififerenza nel tempo) dal me- 
ridiano di Arim nella direzione di occidente, e a 3 ore 26 mi- 
nuti (51^ 30') da Bagdad nella medesima direzione. Ora la 
costa occidentale della Siria, sotto il parallelo della città di 
Bagdad, trovasi a 8<^ 20' da questo luogo verso occidente, e, per 
altro lato, il meridiano di Toledo forma con quello di Ceuta 
un angolo di 1^ 20' verso oriente: Tasse del Mediterraneo viene 
così ad essere espresso, in longitudine, da 1« 20' + (51<^ 30' — 
8° 20'), cioè da 44<> 30', superiore allo sviluppo vero di soli 
3** 45' circa. 

18. Le navigazioni degli Arabi. — Già parecchi secoli 
prima dell'arrivo delle navi portoghesi nelle acque dell'Oceano 
Indiano, gli Arabi frequentavano questo mare per ragioni di 
commercio, e si erano resi famigliari coi paesi che lo limitano 
ad occidente e a settentrione. Lungo tutta la costa orientale 
africana, dal capo degli Aromati (capo Guardafui) al capo Cor- 
rientes dirimpetto alla grande isola di Madagascar, essi fonda- 
rono numerose colonie, tra cui quelle fiorentissime di Magadoxo, 
Melinda, Mombaz, Sofala e Mozambico. Altre ne fondarono 
pure in Madagascar, che essi chiamarono Isola Grande, e an- 
cora in oggi si incontrano colà, a lato della popolazione malese 
dominante, i discendenti di quelle antiche famiglie di coloni 
arabi. Col paese di Sofala, ricco di oro, terminano le cognizioni 
geografiche degli Arabi nella Etiopia orientale : il mare che si 
estendeva a mezzodì di quella regione era ritenuto come non 
navigabile, ed i popoli della costa erano conosciuti col nome 
generale di Cafri (Infedeli), il quale rimane tuttora nella no- 



— 58 — 

menclatura geografica per designare una delle più estese fa- 
miglie dell'Africa australe. 

Già nei primi tempi del Califfato, dai porti di Moca nello 
Temen, di Bassorah alle bocche dell'Eufrate e di Siraf nel golfo 
Persico, mettevano alla vela ogni anno numerose imbarcazioni 
arabe, dirette alla foce delllndo, alla costa del Malabar, al- 
l' isola di Geylon, alla costa del Goromandel. In tutti questi 
paesi, specialmente neir ultimo , sorsero numerosi stabilimenti 
commerciali. E anche ad oriente di Geylon gli Arabi si spin- 
sero piti oltre attraverso la sezione meridionale del golfo del 
Bengala, approdando così a Malacca, Sumatra, Qiava, Bomeo, 
alle piccole isole della Sunda ed alle Molucche o Isole delle 
Spezie, e introducendo presso quelle famiglie, di origine malese^ 
la religione di Maometto. 

L'insieme delle acque oceaniche che limita a mezzogiorno e 
ad oriente il continente asiatico era dagli Arabi diviso in sette 
bacini o mari secondari. Il primo, detto Bahr Fara cioè mare 
di Fars, corrisponde al Golfo Persico della geografia moderna. 
Ad esso succede il Bahr Larewij il quale incomincia allo stretto 
di Ormus: con vento favorevole, dice il celebre Masudi (sec. X)^ 
lo si può attraversare in un mese, mentre in caso contrario 
abbisognano da due a tre mesi. Lo stesso autore aggiunge che 
questo secondo bacino è detto altrimenti Mare di Sabesch (di 
Abissinia), per cui siamo condotti a ritenere come corrispon- 
dente al Bahr Larewi il mare che i geografi moderni chia- 
mano Mare Arabico, Nella direzione del sud-est lo stesso Bahr 
Larewi (Mare di Lar) termina ad una lunga serie di isole (in 
numero di ben 1900), nelle quali allignano le palme a noce 
di cocco, ma non le -palme a dattero. Esse sono designate da 
Masudi col nome di Dahibat (condizione del sanscrito Dvipa), 
e formano, insieme colla grande isola Serendib (Geylon), la se- 
parazione tra il Bahr Larewi ed il terzo bacino, detto Mare 
di Serkendj corrispondente alla parte dell'Oceano Indiano si- 
tuata a mezzogiorno di Geylon e ad oriente delle Maledive. 
Navigando ad oriente di Geylon, si giungeva alle isole LanJca 
(isole Nicobar), e quindi alla grande isola El Ramni (Sumatra), 



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il cui circuito era di 800 parasanghe, poco diverso dal circuito 
vero (2300 miglia geografiche). Al nord delle isole Lanka e 
della rotta comunemente tenuta dagli Àrabi erano le due isole 
del MareAndamom^ abitate da neri selvaggi e antropofagi; e 
più a settentrione si estendeva, secondo quei navigatori, una 
regione montagnosa ricca di miniere d'argento (Arakan delle 
carte moderne). 

Al mare di Herkend succedono il mare di Salahit (Stretto 
di Malacca), sulle cui rive orientali era il porto attivissimo di 
Kalah (Quedda ?), ed il Mare di Kadranj (golfo di Siam). A 
partire dalla estremità meridionale della penisola di Malacca, 
le navi arabe percorrevano il mare di Eadranj nella direzione 
approssimativa del nord, ed approdavano al porto di Kadranj 
(a sud-est delle bocche del Menam), donde, fiancheggiando le 
coste sud-ovest del Camboge e della Bassa Cocincina, giunge- 
vano prima a Sanf (ad occidente del Chran Capo o Capo Cam- 
boge\ quindi alle isole Sandar Fulat {Sondur di Marco Polo, 
Puh Condor delle carte moderne), ad oriente delle quali si 
entrava nelFultimo mare asiatico, detto Mare di Sanij (Mare 
della Cina), sulle cui rive occidentali erano i porti frequenta- 
tissimi di Canion, definitivamente abbandonato nell'anno 795, 
di Canfù (moderna Hang-ceu), e di Kantu (sulla costa meri- 
dionale della provincia di Sciantung), il quale fìi per molto 
tempo il più importante porto della Cina settentrionale.. Dirim- 
petto a Kantu si innalzavano alte montagne appartenenti al 
paese de' Sila ricco in oro, saluberrimo e fertilissimo, dal quale 
si esportavano, in grande quantità, aloe, canfora, sete, porcel- 
lane, cannella ed altri prodotti naturali ed industriali. Gli abi- 
tanti di Sila vivevano in amichevoli relazioni coi Cinesi, ed 
appartenevano alla medesima razza di questi. Alcuni autori 
identificano il paese di Sila col Giappone (1), altri, forse con 
maggior ragione, colla Corea (2), paese che dall'anno 668 era 



(1) Peschbl, Abhandlungen zur Erd- und Yòlkerkunde, II, pag. 28. 

(2) RicHTOFEN, Ueber den Seeverkerhr nach und von China in Al- 
terthum und Mittelalter^ nelle Yerhandlungen della Società geografica 
di Berlino, UT, pag. 94. 



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caduto in possesso della dinastìa dei Tang, e la cui parte me- 
ridionale portava il nome di Sin-lo. 

Queste informazioni sui paesi più orientali dell'Asia si tro- 
vano raccolte in una relazione araba, la quale consta di due 
parti, una dell'anno 851 scritta da un tale Soleyman, l'altra 
dell'anno 920 e scritta da Abu Zeid nativo della città di Siraf, 
il quale, stabilitosi, dopo l'anno 916, nella città di Basrah, si 
era procurato molte informazioni interessanti dal Coreiscita Ibn 
Wahab che aveva visitato quei lontani paesi. 

Assai meno importanti che nell'Oceano Indiano e nei mari 
della Cina furono le navigazioni degli Arabi nell'Oceano Atlan- 
tico, da essi comunemente detto Mare Tenebroso. Ai tempi 
di IbnHauqal (secolo X) era appena conosciuta la sezione della 
costa occidentale d'Africa, compresa tra lo stretto di Gibilterra 
e il porto marocchino di Safi : verso la metà del secolo XII si 
aveva notizia eziandio dell'altro tratto di costa che da Safi si 
estende verso mezzogiorno, per uno spazio corrispondente a 
quattro giornate di viaggio, ma pare che in nessun tempo le 
cognizioni geografiche degli Arabi si spingessero, in quella 
parte del littorale africano, sino al capo Nun. Solo occasional- 
mente, come racconta Ibn Fatima, una nave era stata cacciata 
da una furiosa tempesta verso latitudini più meridionali, e pro- 
priamente sino ad un promontorio, cui l'equipaggio aveva dato 
il nome di Capo Brillante y e che il signor Eiccardo Major 
crede di poter identificare col Capo Bianco. 

La conoscenza delle isole Atlantiche, poco lontane dalla costa 
occidentale d'Africa, andò perduta nel Medio Evo, e a tal punto 
che la loro esplorazione divenne, in questo periodo, una im- 
presa di nuove scoperte, dopo un intervallo di parecchi secoli. 
E l'Oceano ebbe nuovamente le sue leggende di isole meravi- 
gliose ed incantate, tanto per l'Europa cristiana, quanto per il 
mondo musulmano dilatatosi sino alle estremità occidentali del- 
l'Africa e dell'Andalusia. 

Delle ventisette mila isole, le une popolate le altre deserte, 
che, secondo Edrisi (secolo XII), si innalzavano nel Mare Te- 
nebroso, diciassette sole erano state visitate. Tra queste primeg- 



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giano le isole Khaledat od Isole Eterne^ nelle quali gli astro- 
nomi musulmani, seguendo l'esempio di Tolomeo, avevano posta 
Torigine delle longitudini, a dieci gradi dal continente africana 
verso occidente. Erano sei isole, vicine le une alle altre, nelle quali 
le piante e gli alberi crescevano spontaneamente senza coltura^ 
e tutto era buono e gradevole. Vi si trovavano delle torri alte 
cento cubiti, le quali servivano di faro ai naviganti, e porta- 
vano alla cima delle statue colossali accennanti, col braccio 
disteso, verso occidente, quasi per indicare ai naviganti il pe- 
rìcolo l'impossibilità di andar più oltre in quella direzione. 
Le sei isole Eterne erano uniformemente distribuite nei tre 
primi climi, dei sette che, secondo i geografi arabi, si succe- 
devano dalla linea equinoziale al polo nord. Non conosciamo i 
nomi delle due isole situate nel primo clima: quelle del se- 
condo clima erano dette Masfàhan e Laghus ; quanto alle due 
altre poste nel terzo clima, non ci è dato di distinguerle con 
certezza in mezzo alle tredici che ci sono descritte dai geografi 
arabi in quei paraggi occidentali (1), e delle quali è difficilis- 
simo, per non dire impossibile, determinare la sinonimia geo- 
grafica sia antica sia moderna. Pare tuttavia che due o tre di 
queste sinonimie si possano determinare mediante ciò che Edrìsi 
ed Ibnel-Wardi ci raccontano della navigazione degli EUMa- 
grurin, circa la data della quale si può solo asserire che è 
anteriore all'anno 1147 e posteriore all'ottavo secolo, in cui ebbe 
principio l'occupazione di Lisbona per parte degli Arabi. Ecco 
succintamente la narrazione di Edrisi : « È da Lisbona che par- 
tirono otto marinai, tutti cugini germani, per una spedizione 
il cui fine era di conoscere ciò che contiene l'Oceano, e quali 
ne siano i limiti. Provvisti di acqua e di vettovaglie per alcuni 
mesi, misero alla vela con un favorevole vento di est: dopa 
undici giorni di navigazione trovarono un mare denso, fetido^ 



(1) Sabah, Saaly, Ilhasarat^ El-Ghur, Mostaschin o isola del Brago, 
Galhan, EUA.khrjoayn el-Sahhabayn o isola dei due fratelli maghi, El- 
Ghanam, Raha o isola degli Uccelli, Sahhalyah o isola liltorale, Lagah, 
Nouryah e Gades. 



— 62 — 

seminato dì scogli, per cui, cangiando di direzione, navigarono 
al sud per lo spazio di dodici giornate; giunsero così all'isola 
dì ElrOhanam^ cosi detta dai numerosi greggi di bestiame mi- 
nuto (pecore). Ma la carne di questi animali era tanto amara 
da non potersi mangiare. Ripreso il mare, navigarono ancora 
per dodici giorni verso mezzodì, e giunsero in vista di un'isola 
che pareva abitata e coltivata: avvicinatisi ad essa, furono fatti 
prigionieri e condotti ad una città situata sulle rive del mare: 
scesi a terra, si videro attarniati da uomini rossi, di alta sta- 
tura, e dalla liscia capigliatura. Condotti, dopo parecchi giorni, 
in presenza del re di quell'isola, ed informatolo del loro disegno, 
egli disse loro che anche suo padre aveva molti anni prima 
mandato gente ad esplorare l'Oceano, la quale, dopo avere na- 
vigato per un mese nella direzione di occidente, era stata colta 
da tenebre densissime e costretta a ritornarsene. Ck)lta quindi 
l'occasione che il vento si era cangiato all'ovest, il re li fece 
nuovamente imbarcare cogli occhi bendati. Dopo una naviga- 
zione che i nostri avventurieri calcolarono a lare giorni e tre 
notti, furono deposti sulla riva, ma sempre cogli occhi bendati 
e colle mani legate dietro il dorso: tutto era silenzio intorno 
ad essi; ma avendo finalmente sentito alcune voci lontane, get- 
tarono alte grida che fecero accorrere ad essi alcuni Berberi, 
dai quali riebbero la vista e la libertà. Seppero allora che si 
trovavano a due mesi di distanza da Lisbona; e siccome il capo 
di quei Berberi, mosso a compassione dal racconto delle loro 
disgrazie, gridava Wasafi (ahimè), essi credettero che questo 
nome fosse quello del luogo, il quale difatti d' allora in poi 
continuò ad essere chiamato così. Gli otto cugini ritornarono 
quindi a Lisbona, assai confusi per non essere riusciti nel loro 
progetto, e furono designati col nome di ElrMagrurin (i delusi), 
il quale rimase alla strada di Lisbona in cui era la loro abi- 
tazione ». 

Quali conclusioni si possono trarre da questo racconto? Un- 
dici giorni ad occidente di Lisbona, quindi dodici giornate a 
mezzodì, dovettero condurre all' isola di Madeira, la quale sa- 
rebbe adunque l'isola El-Ghanam degli El-Magrurin, il cui 



— 63 — 

nome ha un singolare rapporto di consonanza colla denomina- 
zione italiana d'isola del Legname^ inscritta sui portolani neo- 
latini assai tempo prima che i Portoghesi lo traducessero let- 
teralmente con quello di isola Madeira. Nella serie delle 
13 isole di cui si è detto più sopra, quella di Baka è, secondo 
i geografi arabi, nelle vicinanze di ElGhanam : molto ragione- 
volmente la si può adunque identificare con quella di Porto 
Santo. Notiamo in fine che nella loro navigazione di dodici 
giorni da Madera (El Ohanam) verso mezzodi, gli El-Magrurin 
dovettero essere condotti in vista delle Canarie, una delle quali 
sarebbe quella in cui vivevano gli uomini rossi, di alta statura 
e dai capelli lisci, di cui nella relazione di Edrisi. L'isola di 
quel gruppo che meglio risponde alla condizione della distanza 
di tre giorni e tre notti dal porto di Safi è Lancelote^ nella 
quale si riconoscerebbe incitile Yisóla dei due fratelli maghi, 
essendoché Lancelote è fiancheggiata, alla sua punta setten- 
trionale, da due scogli, quello dell'est e quello dell'ovest, ai 
quali pare alludere la favola Araba della trasformazione dei 
due fratelli Sceram e Sciaòram in roccie sporgenti dal mare (1). 
19. L'Africa interna. — La propagazione armata dell'isla- 
mismo ebbe per risultato di fare della metà settentrionale del 
continente africano una regione quasi araba. L'Egitto, la Nubia, 
tutta la zona marittima del Nord sino agli ultimi limiti del 
Marocco, le oasi del Sahara, e molte parti notabili del Sudan, 
senza tener conto delle contrade littorali dell'est, non solamente 
ricevettero o subirono forzatamente la religione di Maometto: 
quelle vaste contrade furono, in diversi tempi, invase da un così 
gran numero di tribù uscite dall'Arabia, dalla Siria e dalle 
pianure della Mesopotamia, che la popolazione araba, in certe 



(1) Questi due fratelli erano pirati, assalivano le navi, si impadroni- 
vano dei carichi, e conducevano schiavi gli equipaggi. Dio, irritato dalle 
loro depredazioni, li trasformò in due scogli che si veggono ancora sor- 
gere dal mezzo delle onde. D'allora in poi risola si è di nuovo popolata. 
Essa, dicono i geografi arabi, è situata dirimpetto al porto di Safì, e, 
quando il cielo è sereno, si può dal continente vedere il fumo che si 
solleva dall'isola. 



- 64 — 

Provincie, venne a superare di molto la cifra della popolazione 
indigena. Comunicazioni regolari si stabilirono a poco a poca 
tra la Mecca, metropoli religiosa deirislamismo, e molti paesi 
interni dell'Africa totalmente sconosciuti ai Greci ed ai Bomani 
dei secoli anteriori, e per conseguenza tutti questi nuovi paesi 
entrarono gradatamente nel dominia della geografia per mezzo 
degli storici, dei viaggiatori e dei geografi musulmani. 

I primi stabilimenti arabi a mezzogiorno del grande fiume 
del Sudan risalgono all'anno 943, e poco dopo venne creato^ 
nelle vicinanze del paese aurifero di Wangara, il regno di 
Melli, Compaiono successivamente, nella geografia dell'Africa 
centrale, oltre al nome di Wangara, quelli di Ghara, di TeJcrur 
(che si dava probabilmente ad un insieme di molti distretti 
corrispondente a tutta la parte del Sudan compresa tra l'Haussa 
e il Darfor), di Haussa, di Darfor, di Sennar, di Kano, di 
Timboctu, ecc. Le oasi del Sahara occidentale vengono ad es- 
sere bene conosciute grazie alle relazioni di commercio tra il 
Marocco ed il bacino medio del Nigir. Tra esse notiamo quelle 
di Sigilmessa (colla città del medesimo nome, fondata poco 
dopo la prima metà del secolo Vili), molto probabilmente iden- 
tica all'oasi di Tafilelt; di Gurara e di Tuat^ e quella di 
Audaghost (Taghaza della geografia moderna?). Una strada più 
occidentale, partendo da Nun presso il promontorio di questo 
nome, attraversava il distretto dei Sandascia (Azanaghi degli 
scopritori portoghesi, dai quali trae il suo nome il fiume Se- 
negal), e l'oasi di UUl importante per il commercio del sale 
che si traeva dal monte Idscil ed era molto ricercato nei paesi 
della Nigrizia, oltremodo poveri di quel minerale. 

In breve tempo gli Arabi si impadronirono di tutto l'Egitto : 
ma assai più lenti furono i loro progressi nei paesi a mezzodì 
della cateratta di Assuan, giacché solo nel 1285 essi poterono 
rendersi padroni del potente regno cristiano di Dongolah. 
VAbissima, il cui nome deriva dall'arabo Habesch, era tut- 
tavia poco nota agli Arabi : la descrizione più particolareggiata 
di quel paese alpestre trovasi in Ibn-el-Wardi , scrittore del 
secolo XIII. 



— 65 — 

È certo che gli Arabi visitarono e conobbero tutto il paese, 
per cui scorre il Nilo (1). Notisi tuttavia che i loro geografi 
danno questo nonoie non solo al classico fiume d'Egitto, ma 
lo estendono a pressoché tutti i grandi fiumi del continente 
africano. Così il vero Nilo è detto Nilo d'Egitto; il fiume Az- 
zurro porta il nome di Nilo di Ràbesch; il Giub è chiamato 
Nilo della costa degli Zengi cioè dello Zanguebar; il Koma- 
dogu affluente del lago Tsade è designato col nome di Nilo 
del Sudan; il Nigir è detto Nilo di Ghana. Da questa comu- 
nanza di nome doveva scaturire, come conseguenza necessaria, 
che tutti i fiumi dell'Africa formassero un solo sistema fiuviale, 
colle sue arterie principali irradianti verso tutti i punti dellV 
rizzonte; e colle sue sorgenti in un grande nodo centrale. Il che 
fu causa di molte supposizioni erronee e di inutili tentativi, in 
ispecie da parte dei Portoghesi; i quali, nelle loro spedizioni 
africane, si lusingarono di poter penetrare, per qualcuno dei 
fiumi occidentali, insino al meditullio del continente; e di qui 
ancora, per acqua, sino alla Nubia ed all'Abissinia (2). 

I geografi arabi sono concordi nel porre le prime vene, che 
alimentano il fiume d'Egitto, in certe montagne situate verso 
il IO' grado di latitudine meridionale, alle quali si dava il 
nome di Montagne della Luna, nel che la loro idrologia del 
Nilo non differiva da quella di Claudio Tolomeo (3). Secondo 
Massudi (secolo X) il Nilo esce da un lago di dimensioni sco- 
nosciute, il quale giace là ove le notti ed i giorni sono sempre 
di uguale durata. 11 fiume principale manda quindi un ramo 
laterale verso il mare di Zendsch (Oceano Indiano). Edkisi (se- 
colo XII) pone nel mezzo del continente i Monti della Luna 
(Qebel-el-Komr): da questi sorgono dieci fiumi, cinque dei quali 
si radunano in un lago, e gli altri cinque in un secondo lago. 
Questi due bacini lacustri hanno ciascuno tre emissari i quali 



(1) Malfatti, Scritti geografici, pag. 458. 

(2) Malfatti, Op. cit., pag. 461; Pbschel, Geschichte der Erhunde^ 
2* edizione, pag. 151. 

(3) V. Parte prima^ pag. 90. 

Huans, Storia dilla Qtografia^ II. ^ 



— 66 — 

mettono foce in un solo lago, donde escono, al nord il Nilo 
propriamente detto, ad occidente il Nilo di Ghana (Nigir). A 
questa opinione di Edrisi si conformarono, più o meno let- 
teralmente, i posteriori geografi arabi, come si scorge dalla se- 
guente descrizione che fa del Nilo uno scrittore arabo della se- 
conda metà del secolo XV, in un libro intitolato Kukéb'-er- 
Baudhat (la Stella del giardino): « Il Nilo viene dalla montagna 
El-Eamar, che si trova al di là dell'equatore. Alla sua sor- 
gente forma dieci fiumi; cinque di questi si dirigono verso un 
punto in cui formano un lago, gli altri cinque formano un se- 
condo lago. Da ciascuno di questi laghi escono due fiumi che 
si versano in un terzo grande lago situato nel primo clima. È 
da questo lago che esce il Nilo, come pure il Bana (il Nilo 
di Ghana, Nigir?) e il fiume di Abissinia » (1). 

20. La costa orientale d'Africa. — Nella geografia di 
Tolomeo la costa orientale deirAfrica si dirige, come si è os- 
servato in altro luogo (2), ad oriente^ per unirsi, mediante una 
terra incognita, colle coste orientali dell'India posteriore, fa- 
cendo così deir Oceano Indiano un mare chiuso per ogni lato. 
Malgrado le loro navigazioni verso la Cina e le Indie Orientali, 
gli Arabi non giunsero ad emanciparsi compiutamente da questo 
errore. Essi opinavano, cioè, che, a partire dal Bab-el-Mandeb, la 
costa africana si sviluppasse uniformemente nella direzione di 
oriente. Per tal modo scompariva aflfatto la sporgenza orientale 
deirAfrica che ha termine al capo Guardafui, mentre la costa 
dello Zanguebar veniva a porsi quasi dirimpetto al delta del- 
l'Indo, quella di Sofala dirimpetto all'isola di Ceylon, e l'ul- 
tima parte di essa costa dirimpetto alle Indie Orientali, per 
cui, nella carta di Edrisi, Madagascar è tanto vicina a Sumatra 
od a Giava, da confondersi con queste in una sola e grande 
isola. L'Oceano Indiano si presenta, così, sotto la forma di una 
grande valle chiusa tra l'Asia meridionale e la costa di Mozam- 



(1) Dewulf, in Bollettino della Società geografica di Parigi, 1875, 1, 
pag. 453. 

(2) V. Parte prima, pag. 89 e 90. 



— 67 — 

bìco, e col suo asse sul prolungamento orientale del golfo di 
Aden; T Africa australe, invece di essere rivolta verso il polo 
.antartico, lo è, ad oriente, verso l'arcipelago delle Indie orientali. 

Giustamente osserva il Peschel, che gli Arabi, famigliari come 
•essi erano delle coste orientali dell'Africa, sono assai meno 
scusabili di questo errore che non Tolomeo. È bensì vero che 
Massudì, il quale aveva visitato la costa di Zendsch, affermava 
che i navigatori arabi nulla sapevano di una costa meridionale 
-dell'Oceano Indiano, e Bateni (secolo ZI) diceva che il grande 
Oceano non si estendeva meno di 1900 miglia (più di 25 gradi) 
a mezzogiorno dell'Equatore: ma Istachbi e Ibn £Uuqal non 
esitarono ad ammettere ]a teoria, che l'Oceano Indiano fosse 
UB vero mare mediterraneo. Si è tuttavia in Edrisi che questo 
errore si manifesta nelle sue più grandi proporzioni, nel che 
il grande geografo ebbe poi a seguaci Ibn el Wardi, Abulfeda 
ed Ibn Chaldum. 

21. Asia. — Gtik nel primo secolo dell'Egira cadono sotto 
il dominio degli Arabi la parte settentrionale della penisola, 
•che da essi prende il nome di Arabia, la Siria, ì paesi del- 
l'Eufrate, la Palestina, l'Armenia ed una parte dell'Anatolia. 
Nella regione Persiana i figli di Maometto rovesciano la di- 
nastia dei Sassanidi, la religione del fuoco e di Zoroastro è 
surrogata dall'islamismo, ed i Guebri (Infedeli), che rimangono 
fedeli all'antico culto nazionale, sono ridotti a stabilirsi nel cuore 
del Gran Deserto Salato, nel sud-ovest della regione persiana, in 
alcuni distretti dell'India, tra cui il bacino inferiore del Tapty, 
ove i loro discendenti sono ancora conosciuti col nome di Parsi. 

Verso la fine del VII secolo le armi dei Califfi procedono 
vittoriose, al nord del Caucaso Indiano, nella Battriana, nella 
Sogdiana e nella Transoxiana, e giungono sino al Syr Daria: 
anche al nord di questo fiume, affiuente del lago di Arai, gli 
Arabi conobbero le vaste steppe adiacenti al lago Balchasch, 
che già allora erano percorse da tribù nomadi e dedite alla 
pastorizia. Del Caspio e del lago di Arai quasi tutti i viag- 
giatori arabi ebbero notizie particolareggiate ed esatte. 

Intorno allo stesso tempo la famosa città di Samarkand co« 



— 68 ^ 

minciò ad essere il punto di partenza delle carovane che, at- 
traversando TAsia Centrale, mantennero per lungo tempo colla. 
Gina importanti relazioni commerciali. Da Samarcanda le ca- 
rovane si dirigevano primieramente al nord; giungevano al Syr- 
daria presso la città di Otrar, e toccavano quindi il luogo di 
Talas sul fiume del medesimo nome, e la città di Almalik co- 
munemente identificata colla odierna città di Kulgia sull'Ili. 
Da questo fiume la strada si volgeva al sud e, per mezzo di 
un valico attraverso la nevosa giogaia del Tien-scian o dei 
Monti Celesti, discendeva nel Turchestan orientale (bacino del 
Tarim): in fine, percorrendo il deserto di Gobi e le steppe della 
Mongolia, giungeva alla prima città cinese, conosciuta col nome 
di Kanceu. Da questo luogo alla capitale Chan-halik (odierna 
Pe-king), si contavano ancora quaranta giornate di viaggio. I 
navigatori arabi, dei quali si è discorso precedentemente, distin- 
guevano nella Cina due parti, Tuna meridionale detta Machin^ 
l'altra settentrionale detta Katai^ nella quale era Chan-halik 
Gan-halu. Nella sua prefazione al libro di Marco Polo il co- 
lonnello TuLE osserva che per circa tre secoli le provincie set- 
tentrionali della Cina furono distaccate dal naturale loro go- 
verno, e soggette a dinastie straniere, tra cui i Khitan popola 
che si crede di famiglia Tongusa, e dal quale ebbe origine il 
nome di Khitai, Khatai o Cataio, col quale per quasi mille 
anni la Cina fu poi designata dalle nazioni dell'Asia anteriore^ 
e lo è ancora in oggi dai Bussi. 

I geografi arabi descrivono ampiamente quasi tutte le parti 
dell'India, nella quale si distinguevano sotto il nome di Sindh 
ì distretti occidentali o dell'Indo, e con quello di Hind gli 
orientali, appartenenti al bacino del Gange. Il Dekhan era co- 
munemente considerato come parte del Sind: ma di quella 
importante contrada gli Arabi non conoscevano che la costa 
occidentale. 

II Tibet compare nella geografia orientale sotto il nome di 
Tohhat, e diviso, come nei tempi posteriori, in tre parti, supe- 
riore, media ed inferiore. Tra i prodotti speciali di quella ele- 
vata regione, gli Arabi menzionano il borace e l'animale del 



— 69 — 

maschio. Dei paesi adiacenti al Tibet occidentale, il Cascemir 
è esaltato per le sue ricche città, le sue poderose catene di 
montagne, il clima dolce ed eternamente primaverile. 

Le parti settentrionali e nord-est del continente non furono 
<M)nosciute dagli Arabi. I geografi ed i viaggiatori che scrissero 
nei tempi posteriori alla fondazione della dinastia dei Mongoli, 
^nno come limite orientale del regno di Kipsciak il fiume 
Irtisce, e conoscono il paese di Sibir (Siberia) come il luogo 
•di origine delle pelliccio preziose, ma, nello stesso tempo, come 
una immensa solitudine, senza vegetazione > coperta di neve e 
di ghiacci, eternamente avvolta nelle nebbie che i raggi del 
sole non riuscivano giammai a squarciare, ed estendentesi sino 
alle rive di un Mare Tenebroso. Trovandosi Ibn Batuta, il più 
grande tra i viaggiatori arabi, nella città di Bulgar, seppe che 
la terra dell^tenebre si trovava a 40 giornate di cammino da 
quella città; che il viaggio non si poteva altrimenti fare che 
su piccole slitte tirate da grossi cani, e che niuno entrava in 
quella contrada tranne i soli mercatanti ^coltosi, ciascuno dei 
quali aveva forse cento di tali slitte cariche di provvigioni, di 
bevande e di legna, poiché durante il lungo viaggio non si tro- 
vavano né alberi, né pietre, né case. Da quella lontana con- 
trada i viaggiatori riportavano nel loro paese pelliccio di zibel- 
lino, di ermellino e di singiab. 

Il Mar Caspio, rappresentato nella geografia di Tolomeo come 
un lago chiuso e col suo grande asse diretto da occidente ad 
oriente per la enorme estensione di 23 gradi, ricompare nella 
geografia degli Arabi quale un bacino affatto indipendente dal- 
l'Oceano, ma, più giustamente, colla direzione generale da set- 
tentrione a mezzodì. Istachry, che visitò le rive del Caspio e 
il paese dei IGiozari, dice a proposito di quel bacino lacustre : 
« Dal Grande Oceano dipendono bensì il mare di Fars (golfo 
Persico) ed il mare di Bum (mare Mediterraneo), ma non già 
il mare di Khozar (mar Caspio). Se alcuno vuol viaggiare in- 
torno al Caspio percorrendo successivamente il paese dei Khozari 
(tra il Caucaso ed il Volga), il Deilman, il Tabaristan, il 
Ourkan e il deserto adiacente al Siah-Kuh, egli ritornerà al 



— 70 — 

SUO puDto di partenza, senza incontrare lungo il cammino altro 
ostacolò airinfiiori dei fiumi che si gettano nel Caspio ». E il 
geografo Edrisi così si esprime: « Il mare di E[hozar è isolato, 
senza alcuna comunicazione cogli altri mari, a guisa di quanto* 
era il Mediterraneo prima che Alessandro giungesse nelF Anda- 
lusia e facesse dai suoi ingegneri scavare il canale Zakak (Lo 
stretto delle Colonne d'Ercole o di Gibilterra). Il Caspio è al- 
quanto più lungo da occidente ad oriente che non da setten- 
trione a mezzodì: il rapporto dei due assi è come quello di 
4 a 3 ». Ma nella carta di Edrisi il rapporto è invertito, vale- 
a dire Tasse meridiano è più sviluppato delTequatoriale. 

Delle diciannove carte che accoiùpagnano il Libro dei climi 
di Istachry, la diciottesima rappresenta il lago di Charezm 
(lago di Arai), il quale riceve le acque deirOxus (Wadi Dijhun,. 
Amudaria). Il perimetro del lago è dato dal geografo in cento 
parasanghe. Malgrado il gran numero di affluenti, tra cui il 
Dijhun ed il Chaje (Syrdaria), la massa delle acque del lago 
di Charesm non va soggetta ad aumento : si suppone, aggiungo 
Istachry, che esista una comunicazione tra esso ed il mare dt 
Khozar (Mar Caspio). Nelle quali parole è chiaramente indi- 
cata l'indipendenza tra i due bacini lacustri dell'Asia centro- 
occidentale. E come un bacino isolato, indipendente dal Caspio, 
ed alimentato dalle acque dell' Amudaria e del Syrdaria, è de- 
scritto il lago di Arai da tutti i geografi arabi, tra cui spe- 
cialmente Massudi, di poco posteriore a Istachry; Edrisi e 
Abulfeda. 

22. Europa. — Astrazione fatta da alcune parti della re- 
gione italiana e dalla penisola spagnuola, che gli Arabi conob- 
bero per le loro conquiste, dalla Francia e dalla Gran Bretagna, 
di cui potevano avere alcuna notizia sia dagli scritti dei geo- 
grafi greci e romani e da quelli latini del Medio Evo, sia dalle 
relazioni di viaggiatori loro connazionali, tra cui Edrisi, convien 
dire che la geografia degli Arabi è estremamente . povera di 
nozioni precise sulla nostra parte del mondo. Che il loro com- 
mercio si estendesse dal Turchestan e dalla Persia sino alle 
rive del Baltico ed alla Scandinavia, è provato dalle molte mo- 



— 71 — 

nete arabe trovate dai distretti inferiori del Volga sino alla 
città norvegese di Christiansand. Con eiò si spiega il cenno che 
il geografo Jaqut (primi anni del secolo XIII) fa delle città 
di Schleswig e di Bergen. Edrìsi, al quale sono famigliari i 
nomi attuali della Danimarca, della Norvegia, della Svezia e 
del Finnmark, aveva attinte le notizie relative a questi di- 
versi paesi dalle fonti nord-europee che egli aveva potuto con- 
sultare alla Corte del re Buggero in Palermo. Del che abbiamo 
una prova nella sua Carta mondiale, nella quale il paese dei 
Kveni nella Lapponia è designato come un'isola delle Amazzoni, 
ricordo dell'isola delle Donne (insula foeminarum) di cui in 
Adamo di Brema. Ignorando la natura peninsulare della Scan- 
dinavia, i geografi arabi facevano del Baltico un mare dipen- 
dente dall'Oceano glaciale artico: il nome più usato per indi- 
care quel mediterraneo del Nord è Warank o mare dei Vareghi. 
Nell'interno del Finnmark, il paese detto da Edrisi Tehest cor- 
risponde al Tavast (depressione, avallamento) degli Svedesi, 
dal che possiamo dedurre che le cognizioni geografiche degli 
Arabi si estendevano sino a quelle lontane regioni dell'alto 
Nord Europeo. Il popolo più settentrionale nell'Europa orientale 
è designato dagli stessi geografi col nome di Wisu, ed in ge- 
nerale questa denominazione comprendeva tutte le numerose 
tribù finniche stanziate nella Bussia settentrionale, dagli Urali 
al Baltico ed all'istmo di Lapponia. Con queste famiglie gli 
Arabi mantenevano pure estese relazioni di commercio, come 
lo dimostrano le molte monete trovate nella regione della 
Pesciera: che anzi, persino là ove si uniscono le acque dell' Ob 
e dell'Irtisce (Siberia occidentale), e così nel paese degli Ostiachi, 
fa trovato uno specchio metallico con iscrizioni arabe che da- 
tano dal X dairXI secolo. 

Nelle relazioni commerciali tra il Turchestan (bacino del- 
l'Amudaria) ed i paesi del Baltico, servivano quali mediatori 
i Bulgari o Wolgari, popolo linguisticamente finnico, stabilito 
nel bacino del Volga. A valle della confluenza della Eama era 
situata la loro città capitale, Bulgar, che Jaqut descrive come 
costrutta di legno di abete, tranne le sole mura esteme che 



— 72 — 

erano di quercia. E Kaswini (secolo XIV) dice che la con- 
trada dei Bulgari si inoltra molto verso settentrione; che nel- 
rinverno il giorno non vi dura più di cinque ore, talché non 
rimane tempo sufficiente per le quattro preghiere regolari e le 
cerimonie che le accompagnano. Nel che concorda anche Ibn 
Batuta, il quale racconta, che, trovandosi a Bulgar nel caore 
della state, le notti vi erano tanto brevi che, prima di aver 
finita la preghiera del tramontar del sole, giungeva il tempo 
di quella della sera che egli era costretto a recitare frettolo- 
samente; a questa succedeva la preghiera della mezzanotte e 
quella detta El Yitr, ma, prima che questa finisse, già spun- 
tava la luce dell'aurora. 

La contrada intorno al Volga inferiore era chiamata dagli 
Arabi Khazaria^ dal popolo dei Khazari^ affine ai Bulgari, 
che dimorava nelle vaste pianure a settentrione del Caucaso e 
del Mar Caspio, ed aveva toccato il sommo della sua potenza 
nel nono secolo. La capitale del regno dei Khazari era posta 
sul Volga e portava, come questo fiume, il nome di Itil. La 
sua posizione non venne ancora determinata con precisione, e 
lo stesso è a dire della città di Sarai^ pure sul Volga, la quale, 
dopo la distruzione del regno dei E[hazari, divenne la resi- 
denza principale degli Usbechi del Kipciak, e, secondo quanto 
dice Ibn Batuta, era situata al disopra di Astracan (Hadsch- 
Terscian) e alla distanza di tre giornate di viaggio da questo 
luogo. 

Del resto, quanto poco noto fosse T interno della Bussia si 
deduce da che i geografi arabi ammettevano che il mare dei 
Vareghi (Baltico) fosse unito col Ponto per mezzo di un fiume 
canale, e davano alFItil o Volga due imboccature, Tuna nel 
Mar Caspio, l'altra nel mare di Azov, nel quale errore essi 
furono probabilmente condotti dal racconto di una spedizione 
di 50 mila Bussi nell'anno 913, la quale, con 500 imbarcazioni 
risalendo il Don, giunse al Volga dopo avere attraversato l'istmo 
di Zarizin nello stesso modo usato ancora in oggi nell'America 
settentrionale dai commercianti di pelliccio, i quali passano da 
un fiume ad un altro vicino, trasportando le loro barche a dorso 



— 73 — 

d'uonio attraverso le piccole ondulazioni di terreno conosciute 
col nome di portages (1). 

23. Geografia generale. — A complemento delle cose 
dette precedentemente, non sarà inutile esporre per ultimo le 
opinioni manifestate dai più illustri geografi arabi intorno alla 
disposizione delle masse continentali e delle acque oceaniche, 
ed ai più importanti fra gli argomenti che entrano nel dominio 
della geografia fisica generale. 

Contrariamente a quanto asserivano gli scrittori dell'antichità 
classica, che ' altre masse continentali vi fossero, affatto distinte 
da quelle cui appartengono l'Europa, l'Asia e l'Africa, Edkisi 
crede che l'emisfero opposto al nostro sia tutto coperto dalle 
acque. Queste ultime costituiscono il gran mare ambiente, che 
circonda, come una zona continua, il mondo conosciuto, e dentro 
il quale la Terra galleggia come un uovo in una catinella 
d'acqua. La zona abitabile si estende, verso mezzodì, sino alla 
linea equinoziale, oltre la quale non vi sono né piante né ani- 
mali, tutto essendo inabitabile a cagione del caldo. Nella di- 
rezione del nord la medesima zona non oltrepassa il 64'' paral- 
lelo: al di là di questo non vi ha altro che ghiaccio e verno 
perpetuo. 

U geografo e cosmografo Dimeschqi o Semhs-Eddin (vedi 
pag. 54), ammetteva pure che l'emisfero meridionale fosse tutto 
occupato dalle acque, e spiegava questo fatto osservando che, 
siccome la Terra è più vicina al Sole quando questo astro ci 
appare nei segni meridionali dello zodiaco, le acque mobili 
soffrono, per parte del Sole stesso, una maggiore attrazione, e 



(1) Si legge nella relazione del viaggio di Luca Tarigo, genovese: 
< Era Tanno 1374, quando egli armò una fusta sottile e bassa^ e, attra- 
versata la palude Meotide, entrò nel Tanai spingendosi contro corrente 
fino a quel punto ove il terreno che separa quel fiume dal Volga o Edil 
non è più largo di 50 in 60 miglia. Quivi, aiutato dai suoi rematori come 
lui arditi, tirò a terra la fusta, e, caricatala sopra le spalle a guisa d*un 
cassone, dopo alquante posate la rimise in acqua alTopposta riva del 
Volga ». 



— 74 — 

debbono pertanto accumularsi nell'emisfero terrestre corrispon- 
dente. 

L'Oceano Atlantico era comunemente conosciuto dagli Arabi 
col nome di Mare Tenebroso (Bahr-el-mohallam), perchè, dice 
Edrisi, non si sa nulla di ciò che è al di là. « Nessuno difatti 
potè sapere alcun che di certo intorno a questo mare, per causa 
della difficile navigazione, della profonda oscurità e delle fre- 
quenti tempeste ^. Lo stesso nome, o meglio quello di « mare 
di tenebre profonde », si dava pure alla parte del mare am- 
biente che limita l'Asia nella direzione del nord-est. Dal mare 
estemo dipendono sei mari secondari, cioè il mare di Sin (mare 
della Cina), il mare di Fars (golfo Persico), il Mar Bosso o 
golfo Arabico, il Bahr-el-Scham o Mare di Siria (Mediterraneo), 
detto altrimenti Mare Barimsceno o Bahr-el-Bum; il Ponto 
e V Adriatico o Mare di Venezia. Vi ha poi un settimo mare, 
quello di Khozar (Mar Caspio), affatto distinto dall'Oceano. 

Sulla salsedine del mare ecco come si esprime il già citata 
Dimeschqi: « Il mare è il bacino dei fiumi, il serbatoio dei 
ruscelli e delle pioggie, l'arena dei marinai, il mezzo di salute 
delle città e dei paesi; da esso provengono le perle ed i coralli, 
e l'acqua salata produce l'acqua dolce, della quale l'uomo gode 
maggiormente mangiando della carne fresca. Grazie all' acqua 
marina l'aria è salubre e favorevole alla costituzione dei corpi 
degli animali ed alla vita. Se invece fosse dolce, si corrompe- 
rebbe e si guasterebbe coU'andar del tempo, l'aria diverrebbe 
infetta, e tutti gli esseri viventi scomparirebbero dalla feccia 
della Terra ». 

I cinque maggiori fiumi del mondo sono, secondo Ibn Batuta, 
il Nilo, l'Eufrate, il Tigri, il Sihun (Syrdaria), ed il Dijhun 
(Amudaria). Altri cinque possono essere paragonati a questi, 
cioè il Sindh (Indo) chiamato Penjab o cinque fiumi; il 
Gung (Gange), lo Jun (Giamna, affluente del Gange sulla riva 
destra), il fiume Athil (Volga) ed il Saro nella Tartaria sulle 
sponde del quale è la città di Khanbalik (Pe-King). Il Nilo 
vince però, di gran lunga, tutti gli altri fiumi per la dolcezza 
delle sue acque, per la lunghezza del corso, e per i vantaggi 



— 75 — 

grandissimi che derivano dalle sue piene annuali. Esso è inoltre 
diretto dal mezzogiorno al settentrione, contrariamente a quanto 
succede per gli altri fiumi. 

Poche osservazioni si trovano, nei geografi arabi, intomo alle 
forme verticali della superficie terrestre. Le più alte montagne 
non superano 16 mila cubiti (circa 8800 metri), e questa affer- 
mazione è perfettamente esatta, giacché è noto che tale è Tal- 
tozza dell'Everest o Gaurisankar. Massudi dice però che la 
cima del Demavend è visibile alla distanza di 100 parasanghe 
(500 chilometri), dal che si dedurrebbe per quella montagna 
della Persia settentrionale la enorme altezza di 1 4 mila metri. 
Giustamente osserva Biruni (secolo XI) che i più importanti 
sollevamenti della superficie terrestre si sviluppano nella dire- 
zione generale da oriente ad occidente: così l'Asia Centrale, le 
catene del Turchestan, le montagne che formano il lembo set- 
tentrionale dell'altipiano iranico, le Alpi ed i Pirenei. Secondo 
Dimeschqi, tre sono i grandi sistemi orografici; le masse mon- 
tagnose della Cina meridionale e del Tibet, dalle quali si di- 
ramano pure i sollevamenti del Dekhan^ dell'Iran settentrionale 
e meridionale; una catena settentrionale che si innalza agli 
estremi lembi della Cina e si perde verso il mare delle Tenebre 
(mar polare asiatico); in fine le montagne della Luna in Africa, 
dalle quali dipendono il Gebel Mokattam nell'Egitto inferiore, 
le montagne che segnano il lembo occidentale dell' altipiano 
arabico, il Libano, il sistema del Tauro e persino il Caucaso. 

Erano ben note ai geografi arabi le variazioni cui va conti- 
nuamente soggetta, per diverse cagioni, la distribuzione delle 
terre e delle acque. Osserva BmuNi che molte delle isole coral- 
line che compongono gli arcipelaghi delle Maledive e delle 
Laccadive si abbassano sotto il livello del mare, mentre altre 
si innalzano al disopra di questo livello, di maniera che gli 
abitanti di quelle isole sono costretti a cangiare sovente di di- 
mora. Le variazioni nelle linee costiere sono attribuite da Mas- 
sudi all'azione delle meteore liquide, le quali, insieme coi fiumi, 
obbligano il mare a ritirarsi continuamente. Così l'Eufrate e il 
Tigri tendono, colle materie solide che essi trasportano, a col- 



— 76 — 

mare il lago dì Fars, e nel corso di 300 anni la città di Eira, 
la quale prima era visitata da giunche cinesi e da navi in- 
diane, fu convertita in una città interna. E il Bengala era ai- 
travolta, secondo Biruni, un golfo di mare che venne a poco a 
poco riempiuto dalle alluvioni del Gange: di fatti, se si scava 
il terreno in tre luoghi, Tuno nel corso superiore, Y altro nel 
corso medio, il terzo nel corso inferiore, si trovano a poca pro- 
fondità grosse masse di pietra nel primo, piccoli ciottoli nel 
secondo, e minuta sabbia nel terzo. 

Dei vulcani gli Arabi conoscevano il Demavend già accen- 
nato, la lunga serie vulcanica delle isole della Sonda, YEtna, 
6 il focolare delle isole Lipari^ in cui lo Stromboli è descritto 
da Edrisi come quasi continuamente attivo, il che è perfetta- 
mente vero. 



Capitolo IV. 

I missionari cristiani in Asia, 

Considerazioni generali — Ascelino. Giovanni di Piano Carpini » Guglielmo Ru- 
bruk — Haitbo di Armenia. 

34. Considerazioni generali. — Inattesi e grandi avve- 
nimenti si compiono, nel secolo XIII, nell'Asia Centrale e nel- 
l'Europa orientale. Le orde mongole, condotte da Ginghiz-Khan, 
si impadroniscono successivamente del paese dei Turchi orien- 
tali (1208), della Cina settentrionale (1215), della Corasmia e 
del Corassan (1219), ed estendono il loro dominio dal Caspio 
sino al di là della Grande Muraglia. Sotto Okodai, successore 
di Ginghìz-Khan, i Mongoli invadono le grandi pianure che si 
estendono a settentrione del Caspio e del Mar Nero, occupano 
Mosca, e, procedendo verso occidente e sud-ovest, minacciano i 
paesi della Vistola, dell'Oder e del Danubio. Nel fine di allon- 
tanare dall'Europa il terribile flagello, ma, più ancora, per fa- 
vorire la diffusione del Vangelo nelle regioni dell'Asia Centrale 
e fare dei Mongoli un potente alleato dei Cristiani contro i 



— 77 — 

fanatici propagatori dell' Islamismo, il Sommo Pontefice Inno- 
cenzo IV affidava nel 1245 a due ambascerie Tincarico di re- 
carsi, runa presso il Khan Batù che accampava sulle rive del 
Volga, r altra presso il capo Tataro Baiothnoi che dominava 
neir Armenia e nella Persia. Ed alcuni anni dopo (1258)t 
Luigi IX di Francia incaricava della medesima missione, di- 
plomatica a un tempo e religiosa, il monaco Kuysbroek o 
Rubruk. Gli ambasciatori nulla ottennero dai capi Mongoli : lo 
scopo principale dei loro viaggi andò fallito, ma preziose in- 
formazioni giunsero, per loro mezzo, in Europa sopra i paesi e 
le nazioni dell'Asia Centrale e dell'estremo Oriente, ed i risul- 
tamenti ottenuti dai pii e zelanti missionari prepararono le 
grandi scoperte che, per opera di Marco Polo, caratterizzano, 
nella storia della Geografia, la seconda metà del secolo XIII. 

25. Ascelino. Giovanni di Piano Carpini (1245-47). 
— La prima, in ordine cronologico, delle missioni di cui nel 
precedente paragrafo, fu quella del lombardo Ascelino, monaco 
domenicano. Accompagnato dai frati Simone da San Quintino, 
Alberto ed Alessandro, ai quali si aggiunsero, più tardi, 
Guiscardo da Cremona e Andrea di Lonjumel, egli prese la via 
della Siria, della Mesopotamia e della Persia, e giunse al prin- 
cipe Baiothnoi che accampava nella Corasmia, a sud-est del 
lago di Arai. Ma la relazione del viaggio, scritta da Simone 
di San Quintino, ad eccezione di quanto vi si legge intorno ai 
costumi dei Mongoli, nulla contiene che sia di vero interesse 
geografico. 

Molto più importante fii la missione del monaco francescano 
Giovanni di piano Carpini, e de' suoi confratelli Benedetto di 
Polonia e Stefano di Boemia. Nel loro lungo viaggio dal Dnjepr 
sino ad una mezza giornata di distanza da Caracorum sede del 
Gran Khan, essi attraversarono successivamente la Cumania, i 
paesi dei Kangitti, dei Bisermini, dei Karakhitai, dei Naimani 
e dei Mongoli propriamente detti, cioè la parte sud-est della 
Bussia meridionale, i distretti stepposi a settentrione del Caspio 
e del lago di Arai, la parte settentrionale della Sogdiana, la 
Zungaria e i territori della Mongolia nord*ovest. Al nord della 



— 78 — 

Gamania, immediatamente al di là della Bussia propria, il 
Carpini nomina i paesi abitati dalle famiglie finniche dei Mor- 
duini e dei Bastarci o Baschiri: più a settentrione si trovano 
i Parositi (verosimilmente i Permiani), i Samogeti (Samoiedi), 
«, al di là di questi, un popolo Cinocefalo, cioè avente faccia 
di cane, il quale si estende sino alle deserte spiaggie del Mar 
Glaciale. A mezzodì della Cumania sono le dimore degli Ar- 
meni, dei Georgiani, dei Circassi e degli Aitasi. Quanto alla 
Mongolia o Tartaria, che il Carpini pone là ove si crede che 
si uniscano V oriente ed il settentrione, i suoi limiti sono se- 
gnati; ad oriente dal Catai (Cina settentrionale) e dal paese 
dei Solangi (Mansciuria); a mezzogiorno dai Saraceni; a sud- 
est dagli Huini (Uiguri); ad occidente dai Naimani; a setten- 
trione dall'Oceano. Esattissime sono le indicazioni fornite dal 
missionario intorno alla geografia fisica generale della Mongolia. 
4: Questo paese, egli dice, è pieno di montagne in alcuni luoghi, 
affatto piano in altri ; ma in ogni dove si incontrano deserti di 
sabbia, così che non ve ne ha la centesima parte che sia fer- 
tile, non potendosi coltivare se non là dove è irrigato dai fiumi, 
che sono rarissimi. I pascoli eccellenti permettono Tallevamento 
del bestiame (cavalli e buoi): qua e là si trovano alcuni boschi, 
ma in generale il paese è poverissimo di alberi ». Ed anche le 
osservazioni sulla meteorologia di quella parte dell'Asia Centrale 
sono pienamente confermate da quelle dei moderni esploratori. 
« Il clima è estremamente variabile e tempestoso. Di mezza state 
si scatenano terribili uragani con tuoni e lampi dai quali molte 
persone vengono uccise, e in quella medesima stagione cade 
talvolta molta neve, e i venti settentrionali soffiano con tanta 
violenza che un uomo può con difficoltà cavalcare. Non piove 
mai nell'in verno ; frequentemente nella state, ma così minuta- 
mente da passare appena la polvere e inumidire le radici delle 
erbe appassite. Non di rado cadono grandini prodigiose. In fine 
durante l'estate a calori repentini e pressoché intollerabili suc- 
cedono rapidamente intensissimi freddi ». 

Assai bene delineati sono i caratteri distintivi della razza 
mongolica. « I Mongoli, dice il Carpini, differiscono totalmente 



— 79 — 

da tutte le altre nazioni, essendo assai più larghi di faccia tra 
gli occhi e le guancie. Hanno le ossa della faccia prominenti, 
nasi piccoli e rincagnati; occhi piccolissimi colle palpebre su- 
periori rialzate sino alle ciglia ; corpo snello, barba molto rada. 
Portano i cocuzzoli rasi da ambe le parti alla maniera dei 
preti, lasciando tuttavia crescere alquanti capelli nel mezzo; 
il rimanente è avvolto in due treccie che si uniscono dietro le 
orecchie ». 

Alcune notizie si leggono nella relazione del Carpini intorno 
alle principali tribù dei Mongoli ed alle imprese guerriere di 
questo popolo famoso, tra cui la spedizione di Ogodai od Oktai 
al paese dei Earakhitai (Piccola Bucaria), e al gran deserto di 
Gobi Sciamo, in cui vivevano, qua e là, certi uomini selvaggi 
incapaci di parlare, e senza nodi alle gambe, ma tuttavia ab- 
bastanza industriosi per fabbricare feltro di pelo di cammello 
per vestirsene e proteggersi dalla inclemenza delle stagioni. Un 
altro dei figli di Ginghiz-Khan, penetrato con un poderoso eser- 
cito nell'India, si era impossessato della parte di questo paese 
conosciuta col nome di Piccola India e popolata da Saraceni; 
ma al suo tentativo di entrare nella Grande India, la cui po- 
polazione si componeva, per la maggior parte , di famiglie cri- 
stiane, si era opposto validamente Prete Gianni, il re del paese, 
combattendo i Mongoli con un gran numero di simulacri di 
rame pieni di materie infiammabili. Di questo singolare per- 
sonaggio, detto Prete Gianni, che il Cai'pini ed altri viaggia- 
tori del Medio Evo pongono nell'India, mentre alcuni lo met- 
tono nella Cina, ed altri nell'altipiano etiopico od in altri luoghi 
del continente africano, ed il cui nome era già conosciuto in 
Europa per relazioni del vescovo di Gabala (anno 1145) e, poco 
dopo, per la Cronaca di Ottone di Freysing, avremo occasione 
di trattare nel seguito di questo lavoro. Per ora, ritornando al 
racconto del Carpini, è utile rilevare il nome di Burithaibet^ 
col quale vi è indicato uno dei paesi percorsi dai Mongoli nel 
loro viaggio di ritorno dalla Grande India, e, per conseguenza, 
a settentrione della regione Indiana. La somiglianza dei nomi 
e la posizione geografica paiono venire in appoggio di quegli 



— 80 — 

autori che identificano il JBurithahet della relazione del Carpini 
col Tibet della geografia moderna. 

26. Guglielmo Bubruk (1253-55). — La generazione che 
precede immediatamente quella di Marco Polo ci ha lasciato^ 
nella relazione del francese Guglielmo Bubbue (Bubruquis, 
Buysbroek) intorno alla missione che il Be S. Luigi di Francia 
gli aveva affidato per le Corti tartare, la narrazione di un gran 
viaggio , la quale , ne' suoi molti particolari , nelle sue vivaci 
descrizioni, nell'acutezza delle osservazioni e per il grande buon 
senso dell'autore, forma, secondo un illustre critico moderno, il 
colonnello Yule, un libro di viaggi più degno di rinomanza di 
qualunque serie speciale dei capitoli di Marco Polo, e a ben 
pochi inferiore nella intera biblioteca dei viaggi. 

Compagni del Bubruk erano il monaco Bartolomeo di Cre- 
mona, il chierico Gossel o Gosset, un valletto per nome Nicolaus 
ed un interprete che la relazione del Bubinik indica col nome 
di Homo Dei Turgemannus. 

Partito il 7 di maggio del 1253 da Costantinopoli, e, navi- 
gato il Mar Nero nella direzione da sud-ovest a nord-est, giun- 
sero alla città di Kersona sulla costa sud-ovest della penisola 
di Crimea, allora detta Gassaria, e, ai 21 di maggio, al fio- 
rente porto di Soldaia (Sudak) sulla costa meridionale della 
stessa penisola. Nella relazione della prima parte del viaggio 
per terra, da Soldaia al Volga per l' istmo di Perecop e le 
steppe a settentrione del mare di Azov e del mar Caspio, si 
trovano molte importanti osservazioni geografiche, tra le quali 
sono specialmente notabili le seguenti. 

Lo stretto di Kertsch o di Gaffa è la vera foce del Tanai 
(Don) e porta presso Bubruk il nome di orifidum Tanais. A 
settentrione della foce, il fiume si espande formando il Mare 
Tanais (Mare di Azov), profondo appena sei piedi, e non na- 
vigabile che per barche o piccoli battelli. Questa appendice 
del Mar Nero va distinta di fatti per la sua piccola profondità, 
la quale in molti punti non supera 10 metri, e anzi si riduce 
a poco più di 3 metri nella Baia di Taganrog o del Don. 

Il Tanais forma la linea naturale di frontiera dell'Europa 



— 81 — 

verso oriente, nel che il monaco viaggiatore si accorda con geo- 
grafi medioevali più antichi, tra cui Isidoro di Siviglia. Le 
sorgenti del fiume sono poste dal Kubruk nelle Paludes Meo- 
tides, le quali si estendono, verso il nord, sino alle rive del- 
l'Oceano. Nella relazione del Carpini le Paludi Meotidi sono 
identificate coi laghi salati, più estesi forse in quei tempi che 
in oggi, della steppa a settentrione del Mar Caspio. Dal che 
si vede che, nel secolo XIII, sotto quel nome non si intendeva 
per nulla il Mare d'Azov. In quale luogo della Eussia si deb- 
bano porre le grandi paludi, di cui nella relazione del Eubruk, 
non è facile stabilire: tuttavia, quando si ponga mente a quanto 
dicono il Barone di Herberstein-Neiperg, scrittore del sec. XVI, 
ed Olearius (anno 1696) delle sorgenti del Don, il primo dei 
quali le mette nell'I vanosero, lungo 1500 verste e largo altret- 
tanto, il secondo in tre laghi della Eussia settentrionale, pare 
che le Paludi Meotidi si possano identificare colla grande zona 
lacustre che forma uno dei tratti più caratteristici delle con- 
trade nord-ovest della Eussia. 

11 fiume Etilia (Volga) aveva, nel luogo in cui venne rag- 
giunto dal Eubruk, una larghezza eguale a quattro volte quella 
della Senna a Parigi. Esso nasce nella Grande Bulgaria, e, scor- 
rendo direttamente verso mezzodì, si getta, mediante tre grandi 
rami, in un certo mare, che, da una città persiana situata sulle 
sue rive, prende il nome di Mare Sirsan (Mar Caspio), nel 
che il viaggiatore confonde il nome di una provincia (Scirvan) 
con quello di una città. A guisa del Nilo (in Egitto), il fiume 
ingrossa durante la state. 

A settentrione dell'istmo di Perecop, la porta della provincia 
Gassaria, si estende la vasta steppa della Eussia meridionale, 
cioè il paese dei Comani, la cui triste uniformità non è inter- 
rotta né da montagne, né da pietre, né da foreste. Tutto il 
paese a settentrione del Mar Nero, del Caucaso e del Caspio 
sino al mare settentrionale, chiamasi Albania, ed é una parte 
della Grande Sema. Il suo limite nord é segnato dal mare e 
dalle già accennate Paludes Meotides. I distretti meridionali 
sono abitati dai Tartari, e confinano al nord col paese della 

Hdoues, Storia della Geografia, li. 6 



— 82 — 

Terra Nera e collo Stato della Buscia limitato ad oriente dal 
Tanai. Al nord della Bussia^ ricca di foreste, è la Fruscia^ 
alla quale succedono, a mezzogiorno la Polonia e VSungaria^ 
ad occidente YAlemannia. Nel bacino superiore del Volga è la 
Bulgaria Maior, il più settentrionale di tutti i paesi che hanno 
città: tra il Tanai ed il Volga sono stanziati i Merdui (gli 
odierni Mordvini). 

Ai 16 di settembre i viaggiatori lasciarono l'accampamento 
di Batu Khan, e sino alla vigilia della festa di Ognissanti si 
inoltrarono, nella direzione di oriente, attraverso le vaste steppe 
al nord del Mar Caspio e del lago di Arai, percorrendo gior- 
nalmente una distanza che il Hubruk calcola, con evidente esa- 
gerazione, uguale alla distanza da Parigi ad Orléans (100 chi- 
lometri in linea retta). Queste steppe erano, quasi dappertutto, 
uniformi e povere di vegetazione : solo lungo le rive dei pochi 
fìuoii si notavano di quando in quando alcuni piccoli boschi, 
n paese era abitato dai Kangle (Gangitti del Carpini?), popolo 
affine ai Cumani. A settentrione della grande steppa trovasi il 
paese dei Pascatur (Baschkiri) che appartiene al bacino supe- 
riore del fiume Jaic (Tirai), e tocca, verso occidente alla Bul- 
garia maior, verso oriente al paese degli Illac. 

Alla vigilia della festa di Ognissanti, i viaggiatori, abban- 
donata la direzione di oriente, si volsero a mezzogiorno, verso 
certe montagne che si mostravano lungi all'orizzonte. Al settimo 
giorno entrarono in un paese bene irrigato e fertile, chiuso a 
mezzodì da altissimi monti, donde sorgeva un gran fiume che 
percorreva tutto il paese per mezzo di canali di irrigazione 
(secundum quod volebant aquam ducere): questo fiume non si 
gettava in alcun mare, ma si perdeva nel terreno e si espan- 
deva formando molte paludi. Nel medesimo paese era una città 
dei Saraceni, detta Kinchat, nella quale i viaggiatori entrarono 
nell'ottavo giorno. Il colonnello Tuie cosi interpreta questa 
parte del viaggio: « Dopo un viaggio di sei settimane verso 
oriente, non però tanto direttamente verso est quanto egli si 
immaginava, e lasciando a destra il Caspio e l'Arai, si rivolse 
a mezzogiorno, circa lungo il meridiano 67° orientale (da 



— 83 — 

Greenwich), attraverso le Alpi di Karatau (1) a sud-est della 
moderna città di Turkestan, ed entrò nella valle del Talas, 
fiume del quale Bubruk dice che si perdeva in paludi e non 
sboccava nel mare. Quivi egli ebbe, a sud-est, delle montagne 
molto alte, ramificazioni occidentali del Tien-scian, o forse la 
stessa grande catena ». Questa opinione del critico inglese si 
può accogliere in ogni sua part«, come quella che è confermata 
sia dal fiume Talas, che in realtà si perde nel lago stepposo 
detto Karakul^ sia dalle alte montagne che ne determinano 
la valle superiore, tra cui la catena nevosa designata dai mo- 
derni esploratori Bussi col nome di Catena Alexandra (2). Se- 
condo altri autori, il fiume, di cui è cenno nella relazione, 
sarebbe la Tschui che, abbandonata la sua valle superiore per 
mezzo della selvaggia e profonda gola di Btiam — tra la ca- 
tena Alexandra ad occidente e l'Alatau transiliano ad oriente 

* 

— scorre nella direzione generale di ovest-nord-ovest, e si getta, 
dopo un lungo sviluppo, in un lago detto Saumal-Kul, Ma 
questa ipotesi cade dirimpetto alla semplice considerazione, che, 
appunto per la grande distanza del Saumal-Eul dalle alte mon- 
tagne che tutto ci induce a ritenere come identiche colla ca- 
tena Alexandra, il monaco francescano si sarebbe trovato nel- 
r assoluta impossibilità di avere alcuna notìzia di quel lago 
delle steppe (3). 



(1) L'iUustre critico erra dicendo che nel suo viaggio a mezzogiorno 
Rubruk attraversò il Karatau : ciò è contraddetto da quanto si legge nella 
relazione stessa del monaco francescano, che cioè solo al settimo giorno 
egli giunse in vista di altissime montagne. 

(2) Nella carta 20 delle Geographische Mitteilungen (1879), la quale 
accompagna la relazione dei viaggi del dottore Regbl nell'Asia Centrale, 
il Talas è rappresentato come perdentesi alla superficie stessa del terreno, 
« a sud-ovest di questa foce, che diremmo negativa^ sono indicati alcuni 
laghi paludosi, di cui i principali portano i nomi di Tschekai-Kul e di 
Kara-Kul. 

(3) Le distanze dei luoghi in cui il Talas e la Tschui abbandonano le 
loro valli superiori dagli sbocchi sono rispettivamente, in linea retta, di 
170 e di 680 chilometri. 



— 84 — 

Dal Talas i viaggiatori si diressero ad oriente, lungo il piede 
settentrionale della catena Alexandra, e, percorrendo la grande 
strada militare, costrutta da Ginghiz-Khan, che conduce dalla 
Zungaria all'Asia occidentale, ed è, ancora in oggi, la più im- 
portante linea di comunicazione tra il bacino dell'Ili e quello 
del Syr, giunsero al paese alpestre dei Garacatai (Karakithan) 
e ad un gran fiume che essi passarono in battello. Siccome ad 
oriente della gola di Buam la catena Alexandra è continuata 
dall' Alatau transiliano, e da questo gruppo si distaccano, sul 
fianco settentrionale, molti rami, tra cui uno dei più impor- 
tanti è quello che determina la cintura occidentale, o sud-ovest, 
del bacino dell'Ili, così è evidente che le montagne dei Gara- 
catai corrispondono alla sezione settentrionale dell' Alatau, ed 
il grande fiume accennato nella relazione era quello conosciuto 
in oggi col nome di Ili, ed è il principale affluente del lago 
Bàlchasch. 

Al di là dell'Ili i viaggiatori entrarono in una valle, nella 
quale erano le rovine di un'antica fortezza circondata da mura 
di fango, e poco dopo giunsero ad una città per nome Equius^ 
ì cui abitanti, maomettani, parlavano la lingua persiana, quan- 
tunque il loro paese fosse molto distante dalla Persia (longis- 
sime tamen erant a Perside). Attraversata quindi una catena 
che dipendeva dagli alti monti del sud, penetrarono, il dì 18 
di novembre, in una fertile valle limitata sulla destra da mon- 
tagne, e sulla sinistra da un gran lago avente un perimetro 
corrispondente a 25 giorni di viaggio. In quella pianura era 
una grande città per nome Gailac, centro importante di com- 
mercio, e frequentata da molti mercatanti. 

Alla relazione del Kubruk corrispondono perfettamente le 
condizioni oro-idrografiche della regione a settentrione dell'Ili. 
Questo fiume è, nei dintorni della città di Iliisk, fiancheggiato, 
sulla sinistra, da una pianura vallosa: a settentrione di questa 
si innalzano i primi avamposti meridionali, o sud-ovest, del- 
l' J.^^^^ ZungarOj e, a settentrione di essi, si allarga la valle 
limitata ad oriento dalla massa principale dello stesso Alatau, 
ed estendentesi, nelle direzioni di occidente e di N.-O. sino alle 



— 85 — 

paludose rive del lago Balchasch, la cai grandezza bene cor- 
risponde al perimetro di 25 giornate indicato nella relazione 
del viaggio. Si aggiunge, che questo paese è irrigato non sola- 
mente da fiumi, numerosi, ma eziandio da canali artificiali, 
<;onformemente a quanto dice il Subruk: « Et illa planicies 
tota irrigatur ad libitum aquis descendentibus de montibus, 
quae omnes recipiantur in illud mare ». Quali sieno ì luoghi 
'COiTispondenti all'antica fortezza circondata tutto all'intorno da 
mura di fango e alla città di Equius è impossibile decidere: 
ma la città di Cailac si può molto ragionevolmente identificare 
colla odierna città di Kopàl o con alcun luogo nelle vicinanze 
di questa. 

Il paese in cui era la città di Cailac era detto Orgonum^ 
perchè, dice il Subruk, i Nestoriani colà residenti erano ottimi 
organisti. Il Malte Brun, il Desborough Cooley ed altri autori non 
veggono nel nome di Orgonum che una variante di quello di 
Irgonehon dato ad una valle circondata da montagne e vicina al 
lago Balchasch (1). Secondo Tuie invece, Organum od Organah 
non era già il nome del paese, bensì quello della sua Segina, 
la vedova di Eara Ulagu, la quale governò quella contrada 
dal 1252 al 1260. 

Partiti da Cailac il 30 novembre, i viaggiatori giunsero, 
dopo tre leghe di strada, ad un casale (villaggio) tutto popolato 
da Nestoriani, e, dopo tre giornate da questo luogo, alla estre- 
mità del gran lago, del quale la relazione dice che era tem- 
pestoso come rOceano, e che in esso si innalzava una grande 
isola. L'acqua ne era alcun poco salata, ma tuttavia bevibile. 
Da lungo tempo la parte orientale del Balchasch è disgiunta 
dal lago principale, col quale essa formava, ancora nei tempi 
storici, nn sol tutto. Essa è ora rappresentata dall' Ala-Eul, dal 
Sassyk-Kul e da altri meno importanti laghi di steppe. È molto 
probabile che, ancora nel XIII secolo, questi fossero uniti col 
Balchasch almeno per una parte dell'anno, in modo da pa- 



(1) Malte Brun, Gèographie universelle^ voi. I, pag. 281 ; Desborough 
Cooley, Storia delle scoperte marittime e continentali, voi. I, pag. 339. 



— 86 — 

rere come formanti con esso un solo e grandissimo bacino di 
acqua salmastra. Si aggiunge, che nelle antiche carte cinesi il 
Balchasch e l'Ala-Kul sono rappresentati come un solo lago: 
inoltre il Sassyk-Kul ed il Balchasch sono, ancora in oggi^ 
uniti l'uno coU'altro mediante una zona di sabbia e di paludi 
che nella primavera è occupata dalle acque. 

DairAla-Kul il Subruk ed i suoi compagni si diressero a 
sud-est (inter meridiem et orientem), ed entrarono in una valle 
chiusa da montagne, nella quale era un gran mare. A sud-est 
dell'Ala-Eul si estende di &tti un avvallamento che divide 
TAlatau zungaro ad occidente, dai monti Barlyk ad oriente^ 
ed unisce il bacino dell'Ala-Kul con quello àeWEbinoor. Que- 
st'ultimo, di mediocre ampiezza, corrisponde al mare magnum 
della relazione del missionario, ed il fiume, del quale questi 
dice che irrigava la valle, è probabilmente il Tokty che si 
getta in un piccolo lago tra TEbinoor e TAla-Kul. 

Al di là della valle i viaggiatori attraversarono alte mon- 
tagne coperte di neve, e quindi giunsero al paese dei Naimany 
vasta pianura corrispondente alla regione, relativamente de- 
pressa, che segna il più facile passaggio dall'altipiano dell'Asia 
Centrale alle pianure steppose dell'occidente. Essa è chiusa al 
nord da un' altra serie di monti che la divide da una vasta 
pianura non interrotta^ come dice il Bubruk, dalla più piccola 
elevazione, ed avente l'aspetto di un gran mare. Questa serie 
di montagne apparteneva sicuramente alla sezione occidentale 
del sistema Altaico, e la grande pianura non può a meno che 
essere identificata colla parte nord-ovest della Mongolia. Ma 
non si può accertare la vera posizione della Curia Mangù 
(Corte di Mangù), ove il missionario giunse il di 27 dicembre: 
solo si può dire che essa si trovava a dieci giornate di viaggia 
— assai lento — e nella direzione del sud-ovest, rispetto al 
luogo di Karakorum, la cui posizione è ora ben nota dopo la 
scoperta delle sue rovine fatta dal viaggiatore russo Paderin 
nell'anno 1875 (1). 



(1) 11 risultato delle indagini del Paderin concordano pressoché com- 



— 87 — 

Dopo un soggiorno di circa 4 mesi (dal 5 aprile al 10 lu- 
glio 1254) nel luogo di Karakorum e ne' suoi dintorni, inco- 
mincia il viaggio di ritomo, il quale per un lungo tratto, sino 
al paese dei Naimani, si confonde quasi colla strada già te- 
nuta neir anno precedente. Ma ad occidente dello stesso paese 
la strada si mantiene quasi sempre nella direzione di occidente 
sino al Volga, lasciando a mezzogiorno il lago Balchasch, e 
percorrendo il paese dei Kangle e quello dei Tatari Comani, 
ad oriente del Volga. A partire da questo fiume, i viaggiatori 
si rivolsero a mezzogiorno, fiancheggiando la riva sinistra del 
fiume stesso sino al luogo di Sarai. Secondo il Bubruk, il Volga 
si divideva, nel suo corso inferiore, in tre grandi rami, ciascuno 
dei quali era maggiore del fiume di Damiata (cioè del ramo 
del Nilo che confluisce a Damiata o Damietta). Oltre a questi 
tre rami principali, se ne notavano altri quattro minori, per 
cui, per passare dall'una all'altra riva, si fìi obbligati a transi- 
tare il fiume in sette luoghi. Sul braccio di mezzo si trovava 
la città di Sumerìcenf, che, nel tempo delle piene, rimaneva 
tutta circondata dalle acque. 

Dalla riva occidentale del Volga il nostro viaggiatore si di- 
resse a mezzogiorno, probabilmente seguitando, a poca distanza, 
la riva occidentale del Caspio; giunse, agli 11 di novembre, 
ai primi contraffòrti del Caucaso che, dal nome delle popola- 
zioni colà dimoranti, egli chiama Montes Alanorum. A propo- 
sito di che vuoisi notare come il monaco francescano consideri 
come un sistema continuo di montagne i sollevamenti che ab- 
biamo visto, più sopra, corrispondere alla catena Alexandra, 
quelli che si innalzano a mezzogiorno del Caspio, e le montagne 
dell'Armenia cui appartiene il monte Ararat. Da questi Montes 
Caucasi sorgono, secondo il Eubruk, l'Eufrate a settentrione, il 
Tigri a mezzogiorno. 



piutamente colle conclusioni di Abele Rémusat, il quale, fondandosi spe- 
cialmente sulle antiche relazioni cinesi, fissava, nel 1824, il luogo di 
Karakorum alla latitudine nord di 40*' 32' 24'' ed alla longitudine occi- 
dentale (da Peking) di 13» 30' (101° Est da Parigi). 



— 88 — 

Il dì 17 novembre il Eubruk giunse a Derhend, eh» egli 
chiama Porta Ferrea, e dice costrutta da Alessandro il Ma- 
cedone. La descrizione che egli fa dì questo luogo è esattissima, 
e concorda perfettamente con quelle dei moderni viaggiatori. 

Circa alla relazione dell'ultima parte del viaggio, da Derbent 
al mare di Cipro attraverso la Transcaucasia, l'Armenia, e l'Asia 
minore, ci limitiamo alle seguenti principali considerazioni. 

La steppa di Moan^ al piede meridionale del Caucaso orien- 
tale, è irrigata da due fiumi, il Gurrit (Cur, Kyros dell'an- 
tica geografia) e YAraxes, Il Cur, ricco di salmoni, attraversa 
il paese dei Gurgini (la Georgia) passando per Cefilis (Tiflis), 
e si sviluppa da occidente ad oriente sino al mare. Dalla terra 
Ararat, cioè dall'Armenia, discende in quella pianura l'Araxes, 
il cui corso è da sud-ovest a nord-est. 

A nord-ovest della città di Vaxua (Nachdijvan), che fu già 
una delle più importanti città dell'Armenia, si innalza il 
monte Masis, odierno Ararat, sulla cima del quale si fermò 
l'arca di Noè dopo il diluvio universale. In questo gruppo si 
notano due cime, una maggiore dell'altra: ai loro piedi sorge 
l'Arasse, e quivi è una città detta Gemaurum, il cui nome si- 
gnifica otto, ed ha la sua origine nella tradizione che la città 
sia stata edificata dalle otto persone escite dall'arca. Malgrado 
i molti tentativi fatti, nessuno potè mai giungere sino alla cima 
del Masis. 

Al di là delle montagne, dalle quali sorge l'Arasse, è la città 
di Aarserum (Erzerum), vicina alle sorgenti dell'Eufrate, le 
quali si trovano ai piedi dei monti Gorgie, Il Eubruk avrebbe 
desiderato molto di visitare le sorgenti di quel fiume santo, 
ma le grandi masse di neve glielo impedirono. 

Nella Garamania il Eubruk accenna alle fabbriche di al- 
lume che sino al XY secolo somministrarono quel minerale a 
tutta l'Europa. Di tale industria avevano allora il monopolio 
due italiani, Bonifacio di Molendino veneziano e Nicolao di 
San Siro genovese, che furono poi compagni di viaggio al 
Eubruk sino al porto di Gurta (alquanto al nord della foce 
del Salef). 



— 89 — 

Assai più importanti sono le notizie, che si leggono nella 
relazione, intorno alla geografia ed alla etnografia dell'Asia 
Centrale. 

Il centro dell'Asia, cioè il Tienscian colle sue oasi setten- 
trionali e meridionali, era popolato dagli Jugures od Uiguri, 
che il nostro viaggiatore ebbe campo di conoscere da vicino 
nella città di Cailac, ove essi avevano molti templi. Essi si 
estendono, nella direzione del sud e del sud ovest, sino alla 
Persia, e, nelle loro città, vivono insieme coi Nestoriani e coi 
Saraceni (maomettani). 

A sud-est degli Uiguri e a settentrione del Kuenluen si 
estende il paese dei Tanguti. « Ivi si trovano buoi di gran 
forza con code simili a quelle dei cavalli, ma più feroci, ed 
hanno coma lunghe diritte ed acute. Si usano per trascinare 
le grandi case dei Moal (Mongoli); ma non si lasciano aggio- 
gare se non sono allettati col canto ». È questa una descrizione 
esatta del bue tataro, meglio conosciuto col nome di Yak. 

Tra il Kuenluen e l'Himalaia era stanziato il barbaro popolo 
dei Tebec. Secondo il Kubruk, grande è la ricchezza aurifera 
di questo paese alpestre, il che concorda colle recenti esplora- 
zioni dei Panditi Indiani. 

Ad oriente degli Uiguri, dei Tanguti e dei Tebec si estende 
il paese detto Cataia magna j che il missionario giustamente 
identifica coirantico paese dei Seri : « Ultra est magna Cataya, 
qui antiquitus, ut credo, dicebatur Seres ». Primo tra i viag- 
giatori Europei, egli parla della moneta di carta usata nel Catai 
e del modo di scrivere dei Cinesi : « La moneta ordinaria del 
Catai è di carta fatta come il cartone, della larghezza della 
mano a un dipresso, con linee impressevi come nel sigillo di 
Mangu Khan Scrivono con un pennello, simile a quello ado- 
perato dai pittori, e in una sola figura comprendono molte let- 
tere formanti un periodo ». 

« I Cinesi, egli aggiunge, sono piccoli di statura, nel parlare 
molto aspirano per le narici, e, come tutti gli Orientali, hanno 
occhi molto piccoli ». 

A nord-est del Catai si trovano i paesi Caule e Manse^ cioè. 



— 90 — 

secondo alcuni autori, il Kaoli altrimenti detto Corea e la 
Mansciuria, Questi paesi si compongono di isole intorno alle 
quali il mare agghiacciava neirinverno, di modo che i Tartari 
potevano passare sul ghiaccio e invaderle. Circostanza questa 
che meglio condurrebbe a identificare i paesi Caule e Manse 
colle isole del Giappone o colle Curili, se pure non sia lecito 
supporre che il Kubruk, il quale aveva queste informazioni in 
modo indiretto^ cadesse, a tale riguardo^ in qualche confusione* 

Altri popoli menzionati dal Rubruk sono i Solanga (Solangi 
di Plano Carpini), popolo tunguso che aveva le sue dimore nei 
bacini dell' Amur e del Sungari superiore; — gli Orengai, che, 
servendosi di pattini, corrono rapidamente sui campi di neve 
e sui fiumi gelati, alla caccia dei veloci animali a pelliccie 
così comuni in quelle regioni dell'alto nord; — il popolo no- 
made dei Kerhis (Kirghisi) nelle vaste pianure della Siberia 
occidentale tra TOb e lo Jenissei ; — i Turcomanni^ a sud- 
ovest dei Kirghisi, sino al lago Balchasch ed alla catena del 
Karatau; — i Modi o Mongoli, il cui luogo di origine sa- 
rebbe a porsi, secondo il nostro viaggiatore, nel paese di Onam- 
Jcerule, cioè nei bacini sorgentiferi delUOnon e del Kerulun, 
rami superiori dell' Amur; — gli Alani a settentrione del Cau- 
caso; i Lesghi, nelle montagne intorno alla città di Derbend. 

Non vogliamo dimenticare uno dei più importanti risultati 
geografici della spedizione del Eubruk, cioè la perfetta indi- 
pendenza del Mar Caspio dall'Oceano glaciale. E siccome poco 
tempo prima Andrea di Lonjumel aveva percorso le rive orien- 
tali e meridionali di quel bacino, senza riconoscere alcuna sua 
comunicazione con un altro mare e specialmente coU'Oceano 
meridionale, rimaneva per tal modo dimostrato che il bacino 
Caspico è un bacino chiuso, similmente a quanto avevano già 
asserito, prima di quel tempo ^ alcuni geografi arabi. E qui è 
a notare che, se il Caspio risulta dal viaggio di Plano Carpini 
come indipendente dall'Oceano glaciale, il pio missionario am- 
metteva però la sua comunicazione col Ponto, e confondeva il 
Tanais col Volga. 

27. Haitho di Armenia. — Contemporaneamente al mo- 



— 91 — 

naco francescano^ del cui memorabile viaggio ci siamo occupati 
nel paragrafo precedente, il principe Hàitho, figlio primogenito 
di Leone II re di Armenia, compieva un viaggio da questo 
paese alla città di Karakorum^ nello scopo di ottenere da Mangu 
Khan, sovrano dei Mongoli, una diminuzione del tributo im- 
posto dai conquistatori sul suo paese. Di questo viaggio, che 
durò otto mesi (dal 1® novembre 1254 al luglio del 1255), si 
ha una minuta relazione scritta dal monaco Haitho di Gorigos 
parente del viaggiatore, la quale, tradotta nel 1308 in lingua 
latina per ordine del Sommo Pontefice, contribuì non poco a 
far conoscere in Europa le contrade dell'Asia centrale ed 
orientale. 

L'impero del Catai, dice Haitho, è uno dei più estesi, opu- 
lenti e popolosi del mondo, ed è interamente situato sulle rive 
del mare. Gli abitanti hanno una grande idea della loro supe- 
riorità fisica ed intellettuale, la qual cosa essi esprimono con 
dire che di tutti i popoli della Terra essi soli hanno due occhi; 
ai Latini ne concedono uno e riguardano le altre nazioni come 
cieche. Ad occidente del Catai si estende l'impero di Tarsa^ 
diviso in tre provinole : gli abitanti si chiamano Juguri od 
Vtguri, e sono divisi in molte tribù, dieci delle quali profes- 
sano il Cristianesimo, e le altre sono idolatre. A settentrione 
dell'impero dei Tarsa è un vastissimo deserto; a mezzogiorno 
trovasi il paese di 8ym il quale è ricco di diamanti e confina 
dall'un lato coU'India, dall'altro col Catai. Ad occidente dello 
stesso paese di Tarsa si estende il Turchesian, paese abbon- 
dante di pascoli ma povero di città, popolato da famiglie 
quasi tutte maomettane. Adiacente al Turchestan è il paese 
che Haitho chiama Gorasmina o Khovaresmia. 

Al di là del Catai (cioè ad oriente) non si trovano più uo- 
mini, poiché esso è alla estremità del mondo. A mezzogiorno 
della stessa contrada si innalzano isole in così gran numero, 
che nessuno ha mai potuto visitarle tutte. 

Notiamo in fine, tra i luoghi toccati da Haitho nel suo 
viaggio di ritomo in Armenia: Berhalih (Barkul); Bischbalih 
(Urumtsi, sul fianco settentrionale dei Monti Celesti); Ilibalik 



— 92 — 



(probabilmente Almalik od Armalecco) ; Talas; Otrar; Samar- 
canda; Bochara; Serachs e Teoria. 



Capitolo V. 
I viaggi di Marco Bolo, 

Matteo e Niccolò Polo. — Riassunto dei viaggi da Acri alla Corte di Kublai. — 
Soggiorno in Cina. — Ritorno in Europa. 

28. Matteo e Niccolò Polo. — La storia dei viaggi della 
famiglia Polo si apre nell'anno 1260, in cui Niccolò e Matteo 
Polo, figli di Andrea di San Felice, partiti da Costantinopoli 
si ridussero, per affari di commercio in Crimea, donde suc- 
cessive avventure, delle quali Marco, figlio di Niccolò, ci in- 
forma nei primi capitoli della sua opera immortale, li porta- 
rono più al nord lungo il Volga, e di qui prima a Bochara, 
e per ultimo alla Corte di Kublai, signore del Cataio. 

Dopo un anno di soggiorno colà, i due fratelli fecero ritorno 
in Europa con lettere dello stesso Kublai al Sommo Pontefice, 
nelle quali chiedeva che gli si inviasse un buon numero di 
dotti missionari per convertire il suo popolo alla Beligione 
Cristiana. Non è tuttavia verosimile che motivi puramente re- 
ligiosi avessero indotto Kublai a fare quella richiesta; piti 
probabilmente egli desiderava l'aiuto religioso del Pontefice 
per ammansare ed incivilire i suoi rozzi congiunti delle steppe, 
aiuto ben preferibile a quello dei degenerati Cristiani d'Oriente, 
coi quali era famigliare, e più ancora a quello dei Lama Ti- 
betani che eventualmente sarebbero passati sotto il suo do- 
minio. 

Nell'aprile del 1269 Matteo e Niccolò giunsero in Acri, e, 
poco dopo, in Venezia. Marco, nato nel 1254, aveva allora quindici 
anni. I due fratelli avrebbero desiderato di compiere immediata- 
mente la missione loro afKdata da Kublai, ma, per l'interregno 
papale di circa tre anni che succedette alla morte di Cle- 



— 93 — 

mente IV (anno 1268), non poterono colorire il loro disegno 
che nel 1271, dopo la elezione, a Sommo Pontefice, del loro 
amico e protettore Tebaldo Visconti (Gregorio X). Il quale, 
chiamatili in Acri, ove allora si trovava, « li ricevette gra- 
ziosamente, e diede loro due frati, di quegli del Monte del 
Carmine, i più savi che fossero in quel paese, l'uno dei quali 
era frate Niccolao da Vicenza, e l'altro frate Guglielmo da 
Tripoli, acciocché con essi andassero al Gran Can; e diede loro 
lettere e privilegi, ed impose l'ambasciata che voleva facessero 
a lui » (1). Se non che, avendo il Sultano mamelucco del Cairo 
portata la guerra nell'Armenia Minore, i due Domenicani ne 
ebbero grande paura, e ritornarono indietro sul bel principio 
del viaggio. I fratelli Polo proseguirono invece animosamente, 
insieme col giovine Marco, per quel viaggio, sopra ogni altro 
famoso, il quale doveva abbracciare tutta l'Asia dal Caucaso 
e dall'Armenia all'Oceano Pacifico, e chiudersi con una vera 
circumnavigazione lungo le coste della Cina, dell'India poste- 
riore, dell'India anteriore e della regione persiana. Viaggio 
unico negli annali della Geografia medioevale, ed al quale non 
si può paragonare nessuna delle grandi esplorazioni compiute 
dagli Arabi attraverso le tre parti del mondo antico. 

29. Riassunto del viaggio^ da Acri alla Corte di 
Eublai. — La partenza dei tre Veneziani dalla città di Acri 
ebbe luogo intorno al novembre del 1271. Passando per Ayas (2), 
Sivas, Mardin, Mossul e Bagdad, giunsero ad Ormus sullo 
stretto del medesimo nome, col progetto di progredire per mare ; 
ma pare che alcuni ostacoli insorti li costringessero ad ab- 
bandonare questo loro piano e a ritornare di nuovo al nord di 
Ormus. Essi attraversarono quindi successivamente il Eerman 
ed il Khorassan, regioni della Persia, il paese di Balkh (antica 
Battriana) e il Badakscian, donde, per il bacino superiore del- 
rOxus (Amudaria) giunsero all'altipiano di Pamer o Pamir. 



(1) Viaggi di Marco Polo, cap. VII. 

(2) Detta altrimenti Laias, Laiazza, Aiazzo, Aias, ecc. Corrisponde 
all'antica Issos, 



— 94 — 

Al dì là di questo gigantesco sollevamento discesero nella re- 
gione del Tarim (Turchestan orientale), e, procedendo per 
Yarkand e Ehotan e per i dintorni del Lob-noor (lago Lob), 
entrarono nel deserto di Gobi o Sciamo; attraversarono quindi 
il Tangut, nome dato dai MongoUi e dai Persiani al terri- 
torio posto alla estremità nord-ovest della Cina ed esternamente 
alla Grande Muraglia. Girando intomo alle frontiere della 
Cina, essi giunsero finalmente alla presenza di Kublai, che era 
nella sua ordinaria residenza estiva di Kaipingfu, ai piedi 
delle montagne di Kingan, circa 80 chilometri a settentrione 
della Grande Muraglia. U loro arrivo colà non fii anteriore al 
mese di maggio dell'anno 1275, dopo tre anni e mezzo di 
viaggio. 

80. Soggiorno in Cina. — Kublai accolse i Veneziani 
con grande cordialità, e prese particolare affezione al giovane 
Marco, allora in età di 21 anni. Questi, come egli stesso ci 
dice, « imparò i costumi tartari, e loro lingue e loro lettere (1), 
e diventò uomo savio e di grande valore oltra misura. E quando 
il Gran Cane vide in questo giovane tanta bontà, mandoUo per 
suo messaggio ad una terra, ove penò ad andare sei mesi (2)... 
Or torna messer Marco al Gran Cane colla sua ambasciaisi, e 
bene seppe ridir quello, perchè egli era ito, e ancora tutte le 
meraviglie e le grandi e le nove cose che aveva trovate. Sicché 
piacque al Gran Cane e a tutti i suoi baroni, e tutti lo com- 
mendarono di gran senno e di grande bontà; e dissero, se vi- 
vesse, diverrebbe uomo di grandissimo valore. Venuto di questa 
ambasciata, sì il chiamò il Gran Cane sopra tutte le sue am- 



(1) Il testo francese dice espressamente quattro lingue, le quali sareb- 
bero state, secondo il maggior numero dei cementatori, Taraba, la turca, 
la mongola e la cinese. 

(2) Questa sua prima missione lo condusse, lungo le provincie di 
Shansi, di Shensi e di Sesciuen e per le selvaggie contrade del Tibet 
orientale, fino alla remota provincia dello Yunnan, chiamata dai Mongoli 
Karajan (Gharagia nel testo magliabecchiano, Garajan nel testo francese, 
della quale Marco parla estesamente nei capitoli 102 e 103). 



— 95 — 

basciate: e sappiate che stette col Gran Cane bene 17 anni. 
E in tatto questo tempo non finì d'andare in ambasciate per 
lo Gran Cane, poiché recò sì bene la prima ambasciata » (1). 
Marco fu adunque impiegato sovente tanto in lontane missioni 
quanto nella civile amministrazione, ma poco di certo ci per- 
venne intorno a questi suoi uffici. Tra le altre cose sappiamo 
che egli tenne per tre anni il governo della città di Tang-ceu, 
nella provincia di Kiang-Niang (Cina meridionale) ; che fa per 
un anno a Sa-ceu nel Tangut con suo zio Matteo; quindi a 
Karakorum, Tantica capitale dei signori della Mongolia; nel 
paese di Ciamba (Cocincina meridionale) ; in fine, forse durante 
questa ultima spedizione, in una missione nei mari indiani, ove 
pare che egli visitasse molti Stati meridionali dell'India. 

SI. Sitorno in Europa. — Dopo diciassette anni di sog- 
giorno nei domini del Gran Khan, godendone nel più alto 
grado la confidenza ed il favore, i tre Veneziani cominciarono 
a sentire il naturale desiderio di tornare al loro paese. Ma ad 
ogni loro richiesta il vecchio Imperatore rispondeva con un 
rifiuto, e probabilmente noi avremmo perduto il nostro Erodoto 
medioevale, se una felice combinazione non fosse sopraggiunta 
a trarli dalla loro spiacevole situazione. 

Arghun Khan di Persia, nipote di Kublai, aveva perduta nel 
1286 la moglie Katnn Bulughan, e, per soddisfare all'ultimo di 
lei desiderio, che egli non avesse a torre per moglie altra donna 
che non fosse del suo stesso lignaggio, aveva spedito a Kublai 
tre ambasciatori coU'incarico di chiedere in matrimonio una 
principessa del sangue reale. Accolse il Gran Khan la richiesta, 
ed una giovine principessa venne scelta tra le sue pronipoti (2) 
ed aì^cettata dagli ambasciatori in nome del loro signore. 

La via di terra da Peking alla Persia era non solo troppo 
lunga per la giovine viaggiatrice, ma anche molto pericolosa 
a cagione dell'inquieto stato dei paesi che si dovevano attra- 



(1) I viaggi di Marco Polo, cap. XI del testo Magliabechiano. 

(2) La principessa Kukachin, di 17 anni, che nel testo francese del 
libro di Marco Polo (cap. 18) è detta molto bella ed avvenente. 



— 96 — 

versare, cosicché gli inviati mostrarono desiderio di ritornare 
in Persia per la via di mare. I Tatari in generale erano stra- 
nieri ad ogni navigazione, e bramando di trarre profitto dalla 
esperienza dei tre Veneziani, specialmente dacché Marco era 
appena ritornato dalla sua missione alle Indie, chiesero per 
favore a Enblai di averli a compagni. Egli acconsentì, per vero 
con molta ripugnanza^ e dispose ogni cosa onorevolmente pel 
viaggio, ordinando l'allestimento di 14 navi, ciascuna delle 
quali aveva quattro alberi, e molte andavano a dodici vele (1}. 
La partenza ebbe luogo, a quanto pare, dal porto di Zaiton, 
nel gennaio del 1292. Fu un viaggio malaugurato (2), che co- 
strinse a lunghe fermate sulle coste di Sumatra e nel sud del- 
l'India, alle quali però, come bene osserva il Tuie, dobbiamo 
alcuni fra i migliori capitoli del libro ; e due anni e più pas- 
sarono prima che la flotta giungesse ad Ormus (3). I Polo 
proseguirono quindi per Tabriz, Trebisonda, Costantinopoli e 
Negroponte, e rividero Venezia nell'anno 1295. 



Capitolo VI. 

I viaggi di Marco I^olo {Continuaeione). 

Asia Occidentale. — Asia Centrale. — Cina propria. — Tebet e Giappone. — Indie 
Orientali. — Africa orientale. — I paesi del Nord. — Conclusione. 

Nello esporre i grandi risultati geografici e le osservazioni 
preziose che scaturiscono ad ogni passo dall'opera di Marco 
Polo, sarebbe malagevole attenersi alla disposizione tenuta dal- 



(1) / viaggi di M. Poh, cap. XIll del T. Magi. 

(2) / viaggi di M. Polo, cap. XllI : « E dicovi senza faUo, che entro le 
navi avea ben settecento persone senza gli marinari, dei quali non ne 
campò più che diciotto ». 

(3) Secondo Yule la flotta approdò ad Ormus nell'inverno 1293-94, ed 
i Veneziani, colla principessa e col piccolo seguito rimasto, giunsero al 
campo del principe Ghazan, figlio di Arghun, nel marzo del 1294, cioè 
26 mesi appunto dopo la partenza da Zaiton. 



— 97 — 

TAutore ne raccontare quanto egli stesso vide o gli venne da 
altri riferito, e ciò perchè le diverse parti del lavoro non si 
succedono l'una all'altra, salvo che in alcuni luoghi, nell'ordine 
che diremmo geografico, quale sarebbe, ad esempio, quella della 
relazione del Bubruk. Piuttosto, a seconda delle diverse re- 
gioni del continente asiatico e delle isole che geograficamente 
ne dipendono, mi farò ad esaminare, per ciascuna di esse, le 
cose più importanti, con che spero di poter meglio raggiun- 
gere il doppio fine che mi sono proposto, di essere cioè il più 
possibilmente breve ed ordinato. 

32. Asia Occidentale. — Nel capitolo lY del Testo Bamu- 
siano, dedicato all'Armenia maggiore, si legge che « nel mezzo 
di questo grande paese è un grandissimo ed altissimo monte, 
sopra il quale si dice essersi fermata l'arca di Noè, e per questa 
causa si chiama il monte dell'Arca di Noè, ed è così lungo e 
largo, che non si potria circuire in due giorni, e nella som- 
mità di quello vi si trova di continuo tanto alta la neve, che 
ninno vi può ascendere, perchè la neve non si liquefa in tutto, 
ma sempre una casca sopra l'altra, e così accresce ». Nel gruppo 
dell' Ararat, la cui latitudine media è di 39^ 42', il limite in- 
feriore delle nevi perpetue trovasi, secondo le osservazioni mo- 
derne, ad un'altezza oscillante tra 4250 e 4300 metri (1). 
Il Grande Ararat, la cui altezza è di circa 5200, entra adunque 
per quasi 1100 metri, nella regione delle nevi eterne. È pure 
esatto quanto dice Marco Polo sulle dimensioni orizzontali del 
gruppo dell' Ararat, poiché la sua base, pressoché circolare, mi- 
sura, in circuito, ben 130 chilometri. 

Nel capitolo V si legge che « nei confini della Zorzania 
(Qiorgies del Testo della Crusca, Georgia) è una fontana dalla 
quale nasce olio in tanta quantità, che molti cammelli vi si 
potrebbero caricare, e non è buono da mangiare, ma da ungere 
gli uomini, e gli animali per la scabbia e per molte infermità, 
e anco per bruciare ». Negli scrittori occidentali è questa la 



(1) Heim, Handbuch der Oletscherkunde, pag. 18. 

HaauKB, Storia déUa Geografia^ ì}.. 



— 98 — 

prima notizia delle sorgenti di nafta o di petrolio che formano 
una delle principali caratteristiche della regione meridionale 
del Caucaso, e si trovano in grande abbondanza presso la peni- 
sola di Apsceronte o di Baku. Degli scrittori Arabi, llstachry e 
TEdrisi non fanno cenno delle sorgenti e dei fuochi di Baku, 
ma il geografo Massudi, posteriore di 30 anni ad Istachry e 
anteriore di due secoli all'Edrisi, ne parla già estesamente (1). 
Due secoli circa dopo Marco Polo, Giosafatte Barbaro, altro 
viaggiatore veneziano, descrive le sorgenti di Baku in modo 
conforme a quello del suo immortale compatriota: « Sul mare 
da questa parte è un'altra città che è nominata Bacha dalla 
quale è detto il mare di Bacha, appresso la quale è una mon- 
tagna che butta olio negro di* gran puzzo, il quale si adopera 
ad uso di lucerna da notte, e ad unzione di cammelli due 
volte l'anno, perchè non gli ungendo diventano scabiosi » (2). 
Dai capitoli preliminari, assai più diffusi nel Testo francese 
che non negli altri, nei quali Marco racconta del viaggio di 
Niccolò e Matteo Polo, risulta che questi attraversarono i paesi 
a settentrione del Caspio e dell'Arai, e, forse anche, il Syr 
Daria nel suo corso superiore : nessun cenno si ha tuttavia del 
bacino dell'Arai, od almeno questo lago vi è considerato come 
parte integrante del Caspio. Biguardo a quest'ultimo. Marco 
Polo così si eq)rime : « In questa provincia (Zorzania, Georgia) 
tutti i boschi sono di legni di bosso, e guarda due mari, uno 
dei quali si chiama il Mar Maggiore, quale è dalla banda di 
tramontana : l'altro di Abacù verso l'oriente, che dura nel suo 
circuito per duemila e ottocento miglia, ed è come un lago, 
perchè non si mischia con alcun altro mare, e in quello sono 
molte isole con belle città e castelli » (3). E, più lungi: 
« In questo mare di Abacù mettono capo Herdil, Oeichon, e 
Cur e Aras, e molti altri grandissimi fiumi ». Dal che si vede 
che Marco Polo non solo riteneva, giustamente, il Mar Caspio 



(1) Humboldt, Central Asien, 1,476-478; Cosmos, lY, pag. 180 e 479. 

(2) Ramusio, Navigazioni e viaggi, 2, pag. 109 C. 

(3) Testo Ramusiano, cap. V. 



— 99 — 

come affatto indipendente dall'Oceano, ma inoltre considerava il 
Geichon (Dijhun od Amu Daria) come:)in tributario del Caspio 
insieme coU'Herdil (Volga) col Cur e j coir Arasse, se pure il 
nome Geichon non vogliasi tenere co^e una variante del nome 
laik^ col quale per molto tempo venite indicato TUral, tra gli 
affluenti del Caspio solo inferiore al Yolga. 

Una descrizione esatta delle monltagne del Caucaso si legge 
nello stesso capitolo Y del Testo Bamusiano, corrispondente 
al 17® del Testo Magliabechiano : « E questa (cioè la Georgia) 
è la provincia che Alessandro il Grande non potò passare, 
perchè dall'uno lato è il mare (Caspio), e dall'altro le mon- 
tagne; dall'altro lato (cioè verso il Caspio) è la via sì stretta 
che non si può cavalcare, e dura questa via stretta più di 
quattro leghe, cioè 12 miglia, sì che pochi uomini terrebbono 

10 passo a tutto il mondo, perciò non vi passò Alessandro, e 
quivi fece fare Alessandro una torre con gran fortezza, e chia- 
masi la porta del ferro (cioè le famose strette di Derhend^ già 
rammentate a proposito del viaggio del Subruk, e corrispon- 
denti alle Portae Caspiae degli antichi scrittori). La provincia 
è tutta piena di grandi montagne, e sì vi dico, che i Tarteri 
non poterono ancora avere interamente la signoria di tutta ». 

11 viaggiatore viene quindi a parlare di un gran lago della 
Georgia, il cui nome è Oeluchelan, « il quale gira settecento 
miglia, ed è di lungi ogni mare bene 12 giornate, ed entravi 
dentro molti grandi fiumi. E nuovamente mercatanti di Genova 
navigarono per quel mare ». E, poco più sopra: « Questo lago 
non mena ninno pesce di ninno tempo, se non di quaresima, 
e comincia lo primo dì di quaresima, e dura sino al Sabato 
Santo, e ve ne viene in grande abbondanza ». Alcuni autori, 
osservando che in alcuni codici francesi il nome del lago è 
Gheluchelan, nel quale si potrebbe ravvisare l'origine turca 
OhehQhilan, cioè lago di Ghilan; che inoltre il Ghilan è una 
importante provincia della Persia situata sulla spiaggia sud- 
ovest del Caspio ; che in fine Marco Polo dice che la provincia 
nella quale è quel lago è molto ricca della seta detta gheele, 
propendono a identificare quel bacino lacustre col Mar Caspio* 



— 100 — 

Questa opinione si appoggierebbe eziandio sull'affermazione di 
Marco^ che i Genovesi navigavano quel lago da breve tempo» 
Se non che vi si oppongono ricisamente due cose: il circuito 
del lago, quattro volte piti piccolo di quello che Marco Polo 
dà al mare di Abbacu (Caspio) ; e la pesca periodica^ in aperta 
contraddizione con quanto si legge nel Testo Bamusiano intomo 
alla straordinaria quantità di pesci del Caspio: « Detto mare pro- 
duce molti pesci, e specialmente storioni, salmoni alle bocche 
dei fiumi, e altri gran pesci ». A meno che si voglia negare 
ogni fede al Testo Bamusiano, dal che rifuggono i più illustri 
commentatori del Libro di Marco Polo, conviene adunque ri- 
cercare altrove che nel Caspio il lago Gheluchilan. Non man- 
cano autori che identificano questo lago con quello di Yan 
(antico Arsissa): ma vi si oppone, a mio avviso, la posizione 
di questo bacino nel cuore dell'Armenia maggiore, e perciò 
estranea alla Georgia in cui il Gheluchilan è posto da Marco 
Polo. Si potrebbe forse, con miglior ragione, identificare il lago 
accennato dal viaggiatore veneziano col lago Goktscha o Se- 
vanga, che appartiene al governo di Erivan, quantunque anche 
in questa ipotesi si incontrino difficoltà non lievi, tra cui spe- 
cialmente quella, che il Sevanga è, come il lago di Yan, un 
bacino tutto circondato da montagne. 

Nel capitolo XIX del Testo Magliabechiano (1), là ove Marco 
discorre della famosa città di Baudac (Bagdad), si legge: 
« Per mezzo la città passa un fiume molto grande, per lo quale 
si puote andare infino al Mare d'India, e quindi vanno e ven- 
gono i mercatanti e loro mercatanzie. E sappiate che da Baudac 
al mare giti per lo fiume ha bene 18 giornate. I mercatanti 
che vanno in India, vanno per quel fiume sino ad una città 
che ha nome Chisi, e quivi entrano nel mare d'India. E su 
per lo fiume tra Baudac e Chisi vi è una città che ha nome 
Basirà (Bassorah) ». Siccome la città di Chisi non si può al- 
trimenti che identificare col luogo principale dell'isola di Chism, 



(1) Capo VII del Testo Ramusiano (Libro I). 



— 101 — 

la quale sì innalza alla imboccatura del golfo Persico, ad una 
disianza di almeno 1800 chilometri da Bagdad — bene cor- 
rispondente alle 18 giornate di cui nel Testo — è forza con- 
chiudere che Marco non avesse esatta notizia del golfo Persico, 
e considerasse questo addentramento dell'Oceano Indiano come 
un prolungamento, e, direi qua,3ii una espansione dei fiumi 
Eufrate e Tigri che vi mettono foce. 

Egregiamente indicata è la configurazione del paese a scalee 
a terrazzi che si estende dall'interno dell'altipiano iranico 
alle rive dell'Oceano, come bene si scorge dalla descrizione del 
viaggio dal regno di Crema o Ghiermain (Kerman) alle spiaggie 
di Ormus o Gormos. Così, dopo aver parlato di una montagna 
che si innalza a sette giornate da Kerman, il Polo dice che 
alla discesa della detta montagna vi ha un bel piano^ molto 
cavo, con molte città e castella, il quale ha, da settentrione a 
mezzodì, una larghezza corrispondente a cinque giornate di 
viaggio; che al di là di questo piano è un'altra china o discesa 
larga 20 miglia, la quale termina ad una seconda pianura o 
piattaforma molto bella, detta pianura di Formosa, e larga due 
giornate sino alle rive dell'Oceano, ove è una città con porto 
che ha nome Gormos (1). Piil esattamente è detto nel Testo 
Bamusiano, che alla fine si giunge al Mare Oceano, dove sopra 
un'isola vicina vi è una città chiamata Ormus (2), della quale 
Marco rileva poi la grande importanza commerciale, giacché 
colà « vengono d'India per navi tutt^ ispezierie, e drappi d'oro 
e denti di leonfanti e altre mercatanzie assai, e quindi le por- 
tano i mercatanti per tutto il mondo » (3). 

Il viaggio da Kirman al bacino dell'Amudaria offre occasione 
al Polo di descrivere abbastanza minutamente la regione de- 
serta, qua e là sparsa di ricche e ben popolate oasi, che forma 
uno dei principali caratteri dell'altipiano iranico, e di parlare 



(1) Gap. XXV-XXVll. 

(2) Gap. XVI del Testo Ramusiano. 

(3) Gap. XXVII del Testo Magliabechiano; XVI del T. Ramusiano. 



— 102 — 

molto diffasamente del Vecchio della Montagna, la cui resi* 
denza, nel paese di Milice (Milect nel Testo francese), era resa 
inespugnabile dalla natura e dall'arte, poiché guardata e rin- 
chiusa da altissimi monti e forte castello (1). Ma ben più im- 
portante, sotto l'aspetto geografico, è tutta la parte del Libro 
che si riferisce alla regione idrografica delI'Oxos (Amudaria) ed 
al gigantesco sollevamento che divide la regione stessa da quella 
del Tarim, corrispondente al Tien-scian-nan-lu della geografia 
politica dell'Impero Cinese. Notiamo, tra le cose più interes- 
santi, la menzione che vi si fa delle alte montagne che formano 
la cintura meridionale dell'alto bacino dell'Amudarìa ed ap- 
partengono, come è noto, al grande sollevamento dell'Kindu- 
Eush ; — delle ricche miniere di sai gemma di quella regione 
montagnosa; — delle pietre preziose dette balasci (rubini) che 
si traggono dalle montagne del Balascam o Balascian (Badak- 
scian); — delle miniere di azzurro (lapislazuli) e di argento del 
medesimo paese; — del gran fiume del Balascian, nel quale 
si possono riconoscere o il Kutscha Daria che, passando per 
Faisabad, gettasi nell'Amu, o quello, più importante, conosciuto 
col nome di Pandscha, il cui bacino superiore appartiene al 
paese di Wachan (Voca o Vocan in Marco Polo) ; — del gran 
lago, donde, secondo il Testo Bamusiano, corre quel bellissimo 
fiume ; il qual lago non si potrebbe con ragione identificare col 
Sari-Kul corrispondente al lago dei Draghi del pellegrino bud- 
dista Hiuentshang (1» metà del secolo 7% sibbene con alcuno 
degli altri bacini lacustri, più o meno estesi, che si trovano, 
qua e là, nell'altipiano di Pamir (2). 

Quanto a quest'ultima regione, che Marco Polo percorse nella 
direzione generale da occidente ad oriente per giungere, di là, 
al Turchestan orientale, il viaggiatore veneziano così si esprime : 
« E partendosi dalla contrada di Yoca si va per tre giornate 



(1) Gap. XXVIII. Baldelli, / viaggi di Marco Polo^ voi. 2, pag. 80. 

(2) Paquikr, nel Bollettino della Soc. Geogr. di Parigi, 1876, voi. 2, 
pag. 125. 



— 103 — 

tra Levante e Greco, sempre ascendendo pei monti, e tanto 
s'ascende, che la sommità di quei monti si dice essere il piil 
alto luogo del mondo. E quando l'uomo è in quel luogo trova 
fra due monti un gran lago, dal quale per una pianura (}eggi: 
altipiano) corre un bellissimo fiume, e in quella sono i migliori 
e più grassi pascoli che si possine trovare... e si cammina per 
dodici giornate, per questa pianura, la quale si chiama Pamer 
(Pamier nel Testo francese). Ivi non appare sorta alcuna di uc- 
celli per l'altezza dei monti, e gli fri affermato per miracolo, 
che per l'asprezza del freddo, il frioco non è così chiaro, come 
negli altri luoghi, né si può ben con quello cuocere cosa al- 
cuna » (1). 

Si ha qui una delle prime notizie sulla zona montagnosa 
che, designata dagli indigeni col nome di ietto del mondo (2) 
a cagione dell'altezza e della somma importanza sotto l'aspetto 
idrografico, forma l'anello di congiunzione tra le Montagne 
Celesti dall'un lato, e quelle del sistema Kuen-luen-Himalaia 
dall'altro. E dico una delle prime notizie, giacché la fonte più 
antica, cui i geografi possano attingere circa alla elevata re- 
gione del Pamir, non è il Libro di Marco Polo, ma sibbene 
la relazione dei due pellegrini buddisti Sung-yun e Hiuen- 
tshang, che visitarono quei paesi assai tempo prima del viag- 
giatore veneziano. È vero che il primo di quei due esploratori 
non fa mai cenno del nome di Pamir; ma dalla descrizione 
generale che egli ci porge del paese è facile riconoscere in 
questo la importante sezione dell'anzidetto sistema Euenluen- 
Himalaia. Così, per citare un solo passo della relazione, egli 
dice: « Nella parte centrale delle montagne trovasi un lago 
che è abitato da un drago velenoso. Le acque che scorrono 
lungo i fianchi occidentali vanno a sboccare nel mare occiden- 



(1) Gap. XXVII del Testo Ramusiano. 

(2) Traduzione letterale del persiano Banv-ùduniah. È questo il luogo 
del quale, secondo Sung-yun, gli uomini dicono che trovasi tra il cielo 
e la terra: è il paese che Hiuen-tshang chiama il più alto delle Djambu- 
dvipa. V. Humboldt, Central Asien, voi. 1, pag. 589. 



— 104 — 

tale (cioè nel mar Caspio) ». Piti minuta è la relazione di Hiuen- 
tahang salla medesima regione del Pamir, che ^li chiama 
Fo-mi-lo. « 11 Po-mi-lo, egli dice, è sitaato a 700 lì dalle fron- 
tiere del paese di Sciang-mi nella direzione del nord-est (1). 
La valle di Po-mi-lo, nella qaale penetrammo dopo avere at- 
traversato montile e vallate, passeggi stretti e precipizi pro- 
fondi, non ha meno di 1000 11 da occidente ad oriente, e mi- 
sura dal nord al sud non meno di 100 lì: nei pass^^ più 
stretti essa presenta tuttavìa una larghezza di soli 10 11. Questa 
valle è situata tra due montf^e coperte di neve. Nella pri- 
mavera e nella state si scatenano uragani di neve, e giorno e 
notte soffiano venti impetuosi. Il paese è sterile ; gli arbusti e 
gli alberi vi sono estremamente rari. Si giunge quindi ad un 
paese deserto, incoltivato, nel quale non si incontrano abitazioni 
umane. Nel mezzo deUa valle giace il gran lago del Dr^o, 
lungo circa 300 li dall'ovest all'est, e largo 50 lì dal nord al sud. 
Esso è proprio nel centro del grande Tsong-Iìng, il paese più 
alto dì tuttj i paesi compresi nel Djambu-dvipa. L'acqua del 
1^ è chiara e brillante come uno specchio, di colore verde 
cupo, dolce e di buon gusto; quanto alla profondità non venne 
ancora misurata... Dalla parte occidentale del l^o esce un gran 
fiume, il quale scorre ad occidente, giunge al limite del paese 
detto Ta-mo-si-tietì, ove si unisce col fiume Eatsu (Oxos). Per 
cui tutti i fiumi alla deatra del lago scorrono verso occidente (2). 
Ad oriente esce dallo stesso un gran fiume il quale scorre al 
nord-est, e giunge sino ai limiti occidentali del regno di Kie- 
scha (Easbgar). Quivi sì unisce col fìame Si-to. Adunque tutti 
i fiumi sulla sinistra del lago scorrono verso oriente ». 
Contrariamente a quante sì le^e in questo passo di Hiuen- 



(1) 11 A cineao è di 329 metri, quasi esattamente il terzo di un chilo- 
metro. V. ViTiBN Ds Saint-Martin, Mémoire analytigue sur la carte 
de l'Asie centrale et de l'Inda ecc., pag, 8. 

(2) 11 pellegrino buddista Huppone, nella orientarne, il nord nel basso, 
il sud nell'alto, e perciò l'ovest alla destra e l'est alla sinistro di un os- 
Bervatore volto a mijMogiorno. 



— 105 — 

tshang, Marco Polo non considera l'altipiano di Pamir come 
formante, col suo asse principale, la zona di displuvio tra il 
bacino deU'Oxos e quello del Tarim. Ma nella relazione del 
viaggio egli fa notare la grande copia di acque correnti che 
irrigano ambo i fianchi del grande sollevamento. « Poiché si ha 
cavalcato le dette dodici giornate (dal Badakscian al Pamir 
centrale) bisogna cavalcare circa quaranta giornate, pure verso 
levante e greco, continuamente per monti, coste e valli, pas- 
sando molti fiumi e luoghi deserti, nel quali non si trova abi- 
tazione né erba alcuna, ma bisogna che gli viandanti portino 
seco da vivere^ e questa contrada si chiama Beloro ». Dal 
quale passo si vede eziandio che nel grande rigonfiamento 
del suolo asiatico che si estende tra i bacini deirOxos e del 
Tarim il viaggiatore veneziano distingue l'altipiano, propria- 
mente detto, di Pamir, dalla regione più accidentata^ e meno 
accessibile, del Bolor, similmente alla divisione già accennata 
da Hiuen-tshang, il quale pone il regno di Po-lo-lo (Bolor), 
ricco di oro e di argento, a mezzodì della valle di Po-mi-lo 
(altipiano di Pamir). 

33. Asia Centrale. 7- Ad oriente del grande sollevamento 
del Bolor si entra nella parte occidentale dell'Asia Centrale 
propriamente detta, corrispondente al bacino del Tarim, che, 
liberamente aperto nella direzione dell'est, é per gli altri tre 
lati chiuso da poderose catene di montagne. In questa regione, 
quasi totalmente deserta e stepposa ad eccezione dei luoghi 
posti nelle vicinanze dei fiumi che concorrono alla formazione 
del Tarim, Marco Polo menziona successivamente il reame di 
Gasciar Cascar (Eashgar), la provincia di Carcam Charcan 
(Tarkand) la provincia di Cotam Cotan (Khotan), la piccola 
provincia di Peym Pein, quella di Ciarda Ciarcian, e la 
grande città di Lop, la quale trovasi alla entrata di un gran 
deserto conosciuto col medesimo nome. « Quelli che vogliono 
passare il deserto, dice Marco Polo, riposano nella città di Lop 
per molti giorni, per preparare le cose necessarie per il cam- 
mino; e caricati molti asini forti, e camelli di vettovaglie e 
mercanzie, se le consumano avanti che possano passarlo, am- 



\ 



— 106 — 

mazzano gli asini e i camelli, e se lì mangiano. Ma menano 
per lo più i camelli, perchè portano gran carìclii, e aono di poco 
cibo, e le vettovaglie devono essere per un mese, perchè ianlcy 
stanno a passarlo per il traverso (da mezzodì a settentrione), 
perchè alla lunga (da occidente ad oriente) sana quasi impos- 
sibile a poterlo passare non potendosi portare vittuarie a snf- 
6cienza per la lunghezza del cammino, che dnrerìa quasi un 
anno. £ in queste trenta giornate, sempre si va per pianura 
d'arena, e per montagne sterili; e sempre in capo di ciascuna 
giornata si trova acqua, non già abbastanza per molta gente, 
ma per cinquanta, ovvero cento uomini con le loro bestie, e in 
tre ovvero quattro luoghi si trova acqua salsa, e amara e tutto 
le altre buone e dolci, che sono circa ventotto. In questo de- 
serto non abitano né bestie, uè uccelli, perchè non vi trovano 
da vivere. Dicono per cosa manifesta, che nel detto deserto 
v'abitano molti spiriti che fanno ai viandanti grandi e mara- 
vigliose illusioni, per ferii perire, perchè a tempo di giorno, se 
alcuno rimane indietro, o per dormire o per altro bisogno, e 
che la compagnia passi alcun colle, che non lo possa più vedere, 
subito si sentono chiamar per nome, e parlare a similitudine 
della voce de' compagni, e credendo che siano alcuni di quelli, 
vanno fuor del cammino, e non sapendo dove andare periscono. 
Alcune fiate di nott« sentiranno a naodo d'impeto di qualche 
gran cavalcata di gente fuor di strada, e credendo, che siano 
della sua compagnia, se ne vanno dove sentono il rumore, e 
fette il giorno, si trovano ingannati, e capitano male. Simil- 
mente di giorno, se alcun rimane indietro, gli spiriti apparì- 
SCODO in forma di compagni e Io chiaman per nome, e lo fknno 
andare fuor di strada ; e ne sono stati di quelli, che, passando 
per questo diserto, hanno veduto un esercito di gente, che gli 
veniva incontro, e dubitando che vogliano rubarli, si sono messi 
a fuf^gire, e lasciata la strada maestra, non sapendo più in 
quella rìtoniare, miseramente sono mancati dalla fame; e vera- 
mente sono cose maravigliose, e fuori di ogni evidenza quelle 
che vengono narrare che fanno questi spìriti, in detto deserto, 
che alle fìate, per aere, fenno sentire suoni di vari e diversi 



— 107 — 

ìstrumeiiti di musica e similmente tamburi, e strepiti d'arme, 
e però costumano d'andar molto stretti in compagnia; e in- 
nanzi che comincino a dormire, mettono un segnale verso che 
parte hanno da camminare, e a tutti i loro animali legano al 
collo un campanello, qual sentendosi, non li lascia uscire di 
strada ; e con grandi travagli e pericoli è di bisogno di passare 
per detto deserto » (1). 

La regione deserta, di cui Marco Polo fa questa bella ed in- 
genua, ma pure fedele descrizione, è quella conosciuta comu- 
nemente dai geografi moderni col nome mongolo di Gobi o con 
quello cinese di Sciammo. La città di Lop^ nella quale si ripo- 
savano i viaggiatori e si provvedevano di vettovaglie prima di 
accingersi alla pericolosa traversata, più non esiste : ma di essa 
rimangono ancora, a quanto pare^ alcune rovine poco lungi 
dall'attuale riva meridionale del lago Kara-buran che, insieme 
col lago Kara-Kosciun^ è il serbatoio finale del fiume Tarim. 
È anzi questa la massa lacustre che da gran tempo è designata 
sulle carte dell'Asia Centrale col nome di Lob-noor, dato pro- 
priamente dagli indigeni a tutto il corso inferiore del Tarim. 

Alla uscita del deserto è la città di Sachion o Sacion, la 
moderna Sa-ceUj nella grande provincia di Tangut : a nord-ovest 
della strada percorsa da Marco trovasi Camulj l'oasi di Chami^ 
verso la estremità orientale del Tien-scian, della quale giusta- 
mente dice il nostro viaggiatore che è in mezzo a due deserti, 
« l'uno dei quali è il grande, l'altro è un piccolo deserto di 
tre giornate » (2). Tanto di Chami quanto dei luoghi di Chin- 
gitalcLS e di Sticciur, pare che Marco Polo non ne parli che 
per relazioni fattegli da altri. Nel primo di questi paesi egli 
menziona le vene di acciaio (sic) e di andanìco (3), e un'altra 



(1) Testo Rainusiano, cap. XXXI. 

(2) / viaggi di Marco Polo, cap. XLVIl del Testo Magliabechiano. 

(3) Il Baldelli Boni opina che Tandanico sia il ferro dolce che me- 
scolato colFacciaio serve a fare le celebri lame damaschine, che si lavo- 
rano eccellentemente in Damasco. V. U Milione di Marco Polo, voi. I, 
pag. 20, nota a. • 



— 108 — 

della quale si fa la salamandra, con che probabilmente debbesi 
intendere l'asbesto. Cosi pure egli accenna, tra i principali pro- 
dotti di Succiur (Su-ceu nella provincia di Eansù), il rabarbaro 
che è di fatti una delle piante caratteristiche di molti distretti 
della Mongolia. 

Da Saceu ì tre Polo giunsero a Champidon o Campùm 
(Ean-ceu) capitale del Tangut, che Marco dice città nobile e 
grande, ed è ancora uno dei principali centri di commercio tra 
la Gina e l'Asia Centrale. A settentrione di Campion, si trovano 
successivamente: Eezima od Esanar; — Caracom o Cara- 
corum, già rammentata piti sopra a proposito dei viaggi del 
Carpini e del Bubruk, e della quale Marco dice che gira tre 
miglia, mentre il Bubruk non lo fa più grande di San Dio- 
nigi; — la grande montagna Alcay o Altay, ove è uso di 
seppellire i principi discendenti da Oenghiz-Ehan; — il piano 
di Banchu, lungo ben 40 giornate, sino alle rive del mare 
Oceano. Questa parte del Libro di Marco Polo ci conduce, oltre 
il sistema dell'Aitai alle regioni dell'Asia settentrionale, sulle 
quali, come si vedrà piti innanzi, si trovano, negli ultimi ca- 
pitoli del Libro, alcune interessanti notizie. 

Nel medesimo paese di Tangut, che i tre Polo percorsero, 
prima a levante quindi verso scirocco, per giungere al Cataio, 
il Libro di Marco parla abbastanza diffusamente di due ani- 
mali particolari di quella e di altre regioni dell'Asia Centrale, 
cioè del bue tataro o yak e del muschio, « Vi sono, egli dice, 
certi buoi selvatichi, i quali sono della grandezza quasi degli 
elefanti, e bellissimi da vedere, perocché sono bianchi e neri. 
I loro peli sono in ciascuna parte del corpo bassi, eccetto che 
sopra le spalle, che sono lunghi tre palmi, qual pelo ovvero 
lana è sottilissima, e bianca, e più sottile e bianca che non è 
la seta: e M. Marco ne portò a Venezia, come cosa mirabile, e 
cosi da tutti che la videro fu riputata per tale » (1). E, poco più 
avanti : « In questa contrada si trova il più nobile e fino mu- 
schio, che sia nel mondo, ed è una bestia piccola come una 



(1) Gap. LY del Testo Ramusiano. 



— 109 — 

gazzella, cioè della grandezza d'una capra. Ma la sua forma è 
tale. Ha i peli a similitudine di cervo molto grossi : li piedi^ e la 
coda a modo di gazzella, non ha corna come la gazzella ». 

Ad oriente della città di Euku-Ehoto e presso Torlo della ter- 
razza d'onde si dominano le valli della Mongolia interna^ alcune 
rovine considerevoli segnano i luoghi di Khara-Khoto (Città 
nera) e di Tsagan-Khoto (Città bianca), la seconda delle quali è 
la Cianganor di Marco Polo. E in mezzo a solitudini, a 40 
chilometri a nord di Dalan-nor, città molto commerciante e 
industriosa, trovasi Ciang-tu (Corte suprema), la quale succe- 
dette, come residenza dei Can, alla Città bianca ed a Caracorum, 
e dove Eublai eresse il palazzo di marmo ed il palazzo di 
bambù cosi bene descritti da Marco Polo, che dà a quel luogo 
il nome di Xandù, Uno spazio chiuso da baluardi erbosi ed 
abbracciante una superficie di dodici chilometri almeno, a nord 
e ad ovest di Ciang-tu^ è probabilmente il parco meraviglioso 
di cui parla il Polo; ma non vi si vedono più le fontane ed 
i fiumi artificiali, i prati e le foreste di cui parla l'illustre 
veneziano (1). 

34. Cina propria. — In questa immensa regione dell'Asia 
Orientale Marco Polo distingue due parti, il Cataio cioè e la 
provincia di Mangia la prima delle quali a settentrione, la 
seconda a mezzogiorno dell'Hoang-ho o Fiume Giallo. Dell'una 
e dell'altra egli descrive con colori vivaci le ricchezze naturali, 
i poderosi fiumi, le smisurate città, i prodotti industriali, la 
densa popolazione, le grandi flotte che ne percorrevano i mari 
e le acque interne, le opere pubbliche destinate a mettere tra 
loro in comunicazione le arterie fluviali che formano uno dei 
principali caratteri della geografia cinese. Nel capitolo dedicato 
alla provincia di Setsciuen, che Marco chiama Sinda fa (Sindinfu 
nel testo Bamusiano), ed ha per capoluogo Tscingtu-fu {Sar- 
dafu Sindinfu del Polo), si legge che « per questa città 
scorrono molti grandi fiumi, che discendono dai monti dì lon- 
tano, e corrono per la città intorno, e per mezzo in molte parti. 



(1) Gap. XXXVI del Testo Ramusiano. 



— 110 — 

Qaesti fiumi sono larghi per mezzo miglio, altri per dugento 
passi, e sono molto profondi... E quando i detti fiumi si par- 
tono dalla città, si ragunano insieme e fanno un grandissimo 
fiume che viene detto Quian, quale scorre per cento giornate 
sino al Mare Oceano » (1). Il fiume di cui è parola, non è il 
Eincia-Eiang o Jang-tse-Eiang, bensì il Min, che scorre da 
settentrione a mezzodì, e, quantunque semplice affluente del 
gigantesco fiume della Gina centrale, venne per grandissimo 
tempo considerato come la principale arteria fluviale di quel 
grande bacino; del che debbesi ricercare la ragione nella co- 
munanza di civiltà tra gli abitanti della valle del Min e quelli 
dello Jang-tse-Eiang inferiore, di guisa che il gran fiume, 
proveniente dalle alpestri regioni del Tibet orientale popolate 
da famiglie selvaggie e temute, pareva ai Cinesi che provenisse 
da una specie di mondo a parte, e il Eiang « Fiume per ec- 
cellenza » dovesse scorrere tutto quanto nel dominio di paesi 
civilizzati. Nelle antiche carte si vede difatti soppresso tutto 
il corso superiore del Eincia-Eiang, mentre l'Hoang-ho è trac- 
ciato in maniera da apparire molto più importante del suo 
fiume gemello. Del resto la descrizione di Marco Polo è pre- 
cisamente conforme al vero, giacché la pianura nel cui centro 
è la città di Tscingtu, a mezza distanza dalla riva sinistra del 
Min alla destra del To-kiang, altro affluente considerabile dello 
Jangtse, è irrigata da numerosi fiumi, i principali dei quali, 
riunendosi in un solo letto, tributano al Min, ed anzi a questi 
fiumi e ai canali che ne derivano essa pianura deve in gran 
parte la sua fertilità prodigiosa. 

La somma importanza dello Jangtse nel commercio intemo 
della Cina è resa manifesta nel capitolo LXIII, in cui si legge : 
« Il fiume nominato Quian è il maggior fiume che sia in tutto 
il mondo: la sua larghezza è, in alcuni luoghi, di dieci miglia, 
in altri otto e sei. E per lunghezza fin dove mette capo al 
mare Oceano sono da cento e più giornate. In detto fiume en- 
trano infiniti altri fiumi che scorrono da altre regioni, tutti 



(1) Gap. XXXVII e LXIII del Testo Ramusiano (Libro 2o). 



— Ili — 

navigabili, che lo fanno esser così grosso. E sopra quello infi- 
nite città, e castella, e vi sono oltre dugento città, e provincie 
sedici, che partecipano sopra di quello, per il quale corrono 
tante mercanzie d'ogni sorta, che è quasi incredibile a chi non 
l'avesse vedute. Ma avendo sì lungo corso, dove riceve (come 
abbiamo detto) tanti numerosi fiumi navigabili, non è mera- 
viglia, se la mercanzia, che per quello corre da ogni banda di 
tante città, è innumerabile e di gran ricchezza ». 

Più che in qualsiasi altro luogo del Libro, l'ammirazione e 
lo stupore di Marco si manifestano nella descrizione di Quinsay, 
che egli chiama « la nobilissima città, senza fallo la più no- 
bile e la migliore che sia al mondo », ed anzi i particolari che 
ce ne fornisce sono tali, che possiamo spiegarci facilmente lo 
scherno con cui i suoi racconti furono accolti in Europa. 
« Questa città, egli dice, ha per comune opinione cento miglia 
di circuito, perchè le strade ed i canali sono molto larghi ed 
ampli. Poi vi sono piazze dove fanno mercato, che per la gran- 
dissima moltitudine che vi concorre è necessario che siano 
grandissime e amplissime... E le strade e canali sono larghi, 
e grandi, che comodamente vi possono passai' barche e carri a 
portar le cose necessarie agli abitanti, ed è fama che vi siano 
dodicimila ponti fra grandi e piccoli. Ma quelli che sono fatti 
sopra i canali maestri e le strade principali sono stati voltati 
tanto alti e con tanto magistero, che una nave vi può passare 
sotto senz'albero, e nondimeno vi passano sopra carrette e ca- 
valli, talmente sono accomodate piane le strade con l'altezza, 
e se non vi fossero in tanto numero, non si potria andare da 
un luogo all'altro. Ciascuno dei dodicimila ponti è guardato 
da dieci uomini di dì e di notte... Vi si contano ben tremila 
bagni che sono i più belli del mondo, e i più grandi, essendo 
capaci ciascuno di cento persone... Ivi sono dieci piazze prin- 
cipali che sono quadre, cioè mezzo miglio per lato. E dalla 
parte davanti di quelle v'è una strada principale, larga qua- 
ranta passi, che corre dritta da un capo all'altro della città; 
e ogni quattro miglia si trova una di queste piazze che hanno 
di circuito (come è detto) due miglia. Vi è similmente un ca- 



— 112 — 

naie largbÌMiiiOf che corre alUncoiitro di detta strada dalla 
porte di dietro delle dette piazxe, sopra la rìra TÌeina del quale 
Ti SODO &bbrìeate caae grandi di pietra, dorè ripongono tatti 
i nnereaDtì, die Tengono d'India, e d'altre parti, le loro robe 
e mercanzìe, acciocché le siano Tieine e comode alle piaize. 
E in ciascnna di dette piazze, tre giorni alla settimana, tì è 
eoneorao di quaranta in cinquantamila persone, che Tengono 
al mercato, e portano tatto ciò che si possa desidove al tì- 
Tere... Essendori troTato M. Marco in questa città di Qidnsai 
quando si rendè conto ai fitttori del Gran Can delle entrate, e 
nomerò degli abitanti, ha Tednto, che sono stati descrìtti 160 
toman di fuochi, computando per un fuoco la fitmiglia che 
abita in una casa; e ciascun toman contiene diecimila, A che 
in tutta la città sanano fitmiglie un milione e seicentomìla ». 

Prima di chiudere la lunga descrizione di Quinsai (Hangeeu 
della geografia cinese), il Polo dice che essa è lontana dal mare 
25 miglia tra greco e leTante, e che sulle riTe del mare è la 
città detta Qampù con un bellissimo porto al quale arriTano 
tutte le nari che Tengono dall'India con mercanrie, e aggiunge : 
« Il fiume che TÌeue da Qninsai entrando in mare & qu^to 
porto; e tutto il giorno le nari di Qninsai Tanno su e giù con 
mercanzie, e iri caricano sopra altre nari, che Tanoo per di- 
Terse parti deirindia e del Gataio ». Una città murata sulla 
rìTa settentrionale della baia dello Tsciekiang porta ancora il 
nome di Eanpu, ma si crede che l'antica città di Ganfd, Gampu 
Eanpu, della quale parla Marco Polo come porto marittimo 
di Quinsay e di tutto il paese circostante, sìa stata coperta dalle 
acque della baia, essendosi in questo luogo esteso il mare no- 
tabilmente a spese della terraferma. 

Per la importanza del suo commercio marittimo, la città di 
Zaitum Zaiton (Tsuantscieu) superaTa la stessa Quinsai. 
« Zaitum, dice Marco Polo, ha un porto sopra il Mare Oceano 
molto famoso per il capitare, che fanno ivi tante nari con tante 
mercanzie, le quali si spargono per tutta la prorincia di Mangi : 
e ri Tiene tanta quantità di pepe, che quella che riene con- 
dotta da Alessandria alle parti di Ponente è una minima parte, 



— 113 — 

e quasi una per cento a comparazione di questa, e sarìa quasi 
impossibile di credere il concorso grande di mercanti, e mer- 
canzie a questa città per essere questo uno dei maggiori, e 
più comodi porti, che si trovino al mondo » (1). Ibn Batuta 
(secolo XIV), il più celebre di tutti i viaggiatori arabi, dice 
pure di questa città di Zaiton : « Il porto di Zaiton è uno dei 
più grandi del mondo, ed anzi, ne sono certo, il più grande 
di tutti ». In allora esso poteva contenere tante navi, che i 
suoi mercanti, in occasione di una guerra col Giappone, si 
vantavano di poter gettare un ponte di battelli tra il loro porto 
e l'arcipelago del Sole Levante. Ma la rada di Tsuantscieu 
a poco a poco venne colmata dalle sabbie, ed il commercio si 
rivolse più al sud nella vasta baia di Amoi, la quale pare 
fosse nota egualmente sotto il nome di Zaiton, come dipendenza 
commerciale di Tsuantscieu, al cui distretto essa appartiene. 
Il fiume, detto dai Cinesi Hoang-ho, il quale divide collo 
Jangtse il primato fra tutti i fiumi della Cina, porta nel Libro 
di Marco Polo il nome di Caramoran (Charamera, Caracoron, ecc. 
in altri Codici), e vi è descritto come tanto grande, largo e pro- 
fondo, che sopra di esso non si può formare alcun ponte: ap- 
presso questo fiume sono molte città e castella, nelle quali sono 
molti mercanti, e vi si fanno molte mercanzie (2). E, in un 
altro luogo si legge : « Compiute le dette sedici giornate (dalla 
città di Singuimatu nella direzione del sud) si trova di nuovo 
il gran fiume Caramoran, che scorre dalle terre del Be IJmcan, 
nominato di sopra il Prete Gianni di tramontana, quale è molto 
profondo, che vi può andare liberamente navi grandi, con tutti 
i suoi carichi. In questo fiume appresso al Mare Oceano una 
giornata, si trovano da quindicimila navili, che portano cia- 
scuno di loro quindici cavalli e venti uomini, oltre la vette* 
vaglia, e li marinari che li governano, e questi tiene il Gran 
Cane, acciocché siano apparecchiati per portare un esercito 



(1) LXXVII del Testo Ramusiano. 

(2) Gap. XXXII. 

Hdcidbs, storia deUa Óeograjia^ II. S 



— 114 — 

ad alcuna delle isole che sono nel mare Oceano, quando si 
ribellassero, ovvero in qualche regione remota e lontana » (1). 

Antichi autori Cinesi chiamano THoang-ho col nome di Nih- 
ho, che vale il « Fiume incorreggibile », e ciò per causa delle 
piene disastrose cui esso va soggetto: probabilmente più che al 
colore delle acque, allude ai suoi temuti straripamenti il nome 
di Kara-muren o Fiume nero, col quale lo conoscono comune- 
mente i Mongoli, e che vediamo, con poca variante, usato dal 
nostro immortale viaggiatore. 

Dei canali artificiali che, alimentati dai numerosi affluenti 
dell'Hoang e dello Jangtse, intersecano, in ogni direzione, la 
Gina propria, e favoriscono straordinariamente le relazioni com- 
merciali tra i più lontani luoghi di questa vasta regione, Marco 
discorre ampiamente in diversi capitoli del Libro. Valga, a solo 
esempio, ciò che egli dice a proposito del canale famoso, co- 
munemente detto Canale Imperiale. « Dentro la città di 
Singuimatu, dalla banda di mezzodì, passa un fiume grande e 
profondo, quale dagli abitanti è stato diviso in due parti, una 
delle quali, che scorre alla volta di levante, tende verso il Gataio, 
e l'altra, che va verso ponente, alla provincia di Mangi. In 
questo fiume vi navigano tanto numero di navili, che pare in- 
credibile, e si portano da queste provincie, cioè dall'una all'altra, 
tutte le cose necessarie ». E, più avanti: « Chaygui (Kuatsceu) 
è una piccola città appresso il sopradetto fiume (Jangtse) verso 
la parte di scirocco, dove ogni anno si raccoglie grandissima 
quantità di biade e risi, e portasi la maggior parte alla città 
di Cambalu (E^hanbalik, Peking), per fornire la corte del Gran 
Can, perciocché passano da questa città alla provincia del 
Cataio per fiumi e per lagune, e per una fossa profonda e larga, 
che il Gran Can ha fatto fare, acciocché le navi abbiano il 
transito da un fiume all'altro, e che dalla provincia di Mangi 
si possa andare per acqua fino in Cambalu senza andar per 
mare » (2). Come bene osserva il Beclus, « questa via di navi- 



(1) Gap. LIV. 

(2) Gap. LUI e LXIV del Testo Ramusiano. 



— 115 — 

gazione non è come i nostri canali d'Europa, il Canal du Midi 
quello del Oóta, una trincea da versante a versante, che sale 
per gradini successivi e ridiscende nello stesso modo ; è invece 
una serie di letti fluviali abbandonati, di laghi^ di paludi riu- 
niti gli uni agli altri mediante tagli di poca importanza. Kublai 
£han non ebbe che da riunire fiume a fiume, stagno a stagno 
per farne un corso navigabile, il Jun-ho o Fiume dei Trasporti. 
Del resto, molto prima di quel tempo, i battellieri trasporta- 
vano le loro derrate dalla regione dell'Jangtse a quella del 
Pei-ho, ma dovevano scaricare le barche in molti punti e con- 
tinuare penosamente il trasporto a piedi sopra le conche. Se- 
condo le alternative delle piene e delle magre, la via doveva 
essere spostata : Titinerario tra il Jangtse e la Cina settentrio- 
nale non era mai esattamente lo stesso. Ma, quantunque il 
canale fosse, già per se stesso, indicato da laghi e da rami 
fluviali, e fosse stato più o meno utilizzato in ogni tempo, il 
lavoro speso per la manutenzione di questa via navigabile non 

è però meno prodigioso » (1). 

A favorire il commercio tra paese e paese concorrevano, in- 
sieme coi canali e coi fiumi navigabili, le numerose strade 
maestre e secondarie, le quali, partendo da Cambalu, condu- 
cevano alle diverse provincie. Di questo importante servizio parla 
lungamente Marco Polo nel Capitolo XX del Libro 2<>, dal quale 
togliamo le cose che seguono : « Uscendo dalla città di Cambalu, 
vi sono molte strade e vie per le quali si va a diverse provincie ; 
e in ciascuna strada, dico di quelle che son le più principali e 
maestre, sempre in capo di venticinque miglia, o trenta, e più 
meno, secondo le distanze delle città, si trovano alloggiamenti, 
che nella loro lingua si chiaman Jamb, che nella nostra vuol dire 
poste, dove sono palazzi grandi e belli Quivi sono di con- 
tinuo apparecchiati quattrocento cavalli, acciocché tutti li nunzi 
ed ambasciatori che vanno per le faccende del Gran Can pos- 
sano smontare quivi, e lasciati i cavalli stracchi pigliarne dei 
freschi. Ne' luoghi veramente fuor di strada e montuosi, dove 



(1) Reclus, Qéographie universelle, voi. VII. 



— 116 — 

non sono villaggi, e che le città siano lontane, il Gran Can ha 
ordinato, che vi siano fatte le poste, ovvero palazzi similmente 
fomiti di tutti gli apparecchi, cioè di cavalli quattrocento per 
posta, e di tutte le altre cose necessarie E questa è la mag- 
giore eccellenza e altezza che giammai avesse alcun impera- 
tore re ovvero altro uomo terreno, perchè più di dugentomila 
cavalli stanno in queste poste per le sue provincie, e più di 
diecimila palazzi fomiti di così ricchi apparecchi ». 

86. Tebet e Giappone. — La provincia che Marco Polo 
chiama Tébei incomincia, secondo lui, a cinque giornate dalla 
città di Tscingtu, e vi si giunge dopo aver percorso una regione 
di pianure e di valli, nella quale si trovano molti villaggi po- 
polati da famiglie agricoltrici. Il Tebet è descritto da Marca 
come un paese desolato: «molte città e castella vi si veggono^ 
ma tutte rovinate e deserte : per la lunghezza di venti giornate 
non si trovano alloggiamenti né vettovaglie se non forse ogni 
terza o quarta giomata, in capo delle quali giornate sì comincia 
pur a vedere qualche castello e borgo che sono fabbricati sopra 
dirupi, e sommità dei monti, e si entra in paese abitato e col- 
tivato, dove non è più pericolo di animali selvatichi Queste 

genti adorano gli idoli, e sono perfidi e crudeli, e non tengono 
a peccato il rubare, né il far male, e sono i maggiori ladri che 
siano al mondo. Vivono di cacciagioni e d'uccellare, e di frutti 
della terra. Quivi si trovano di quelle bestie che fanno il mu- 
schio, e in tanta quantità, che per tutta quella contrada si 
sente l'odore perchè ogni luna una volta spandono il muschio ... 
Essi non hanno monete, né anche di quelle di carta del Gran 
Can, ma usano sale in luogo di moneta. Vestono poveramente, 
giacché si avvolgono solamente in pelli di animali od in rozze 
tele di lino e di cotone. Hanno linguaggio di per sé, e sono 
detti Tebet » (1). 

L' illustre Bichthofen, commentando i passi, testé citati, di 
Marco Polo, dimostra, contrariamente a quanto asserirono molti 
interpreti del Milione^ che il paese conosciuto dal viaggiatore 



(1) Testo Ramusiano, Lib. 2^ Gap. XXXVII. 



— 117 — 

veneziano col nome dì Tebet, non è già la regione elevatissima 
che si estende al Nord dell'Himalaia e al Sud del Kuenluen, 
ma bensì il paese montagnoso dei Lolo, il quale, incominciando 
al Sud di Ja-tsciau, si estende, per quattro gradi di latitudine^ 
lungo il lembo più estemo del sollevamento tibetano, formando 
una zona che rende impossibile, per la natura feroce e selvaggia 
de' suoi abitanti, qualunque comunicazione tra i paesi orientali 
«d occidentali. Ai Lolo conviene perfettamente ciò che Marco 
Polo dice degli abitanti del Tebet. Essi vivono di mais e di 
orzo, come anche di cacciagione. La loro lingua è afTatto di- 
versa sia dalla cinese, come da quelle delle altre tribù. Gli 
uomini si vestono di pelli di animali, le donne di rozzi abiti 
di cotone. Non conoscono metalli nobili, ma danno grandissimo 
valore al sale, ed anzi a far bottino di questa preziosa derrata 
sono dirette le loro frequenti razzie contro i villaggi dei Cinesi. 
Tutte queste particolarità convengono ai Lolo, ma punto ai 
Man-tse e ai Tibetani. E giusta è pure la denominazione di 
Tebet che il Polo dà a quel paese selvaggio ed inospitale, 
giacché, in quei tempi il limite tra la Cina e il Tibet passava 
a poche miglia da Ja-tsciau nella direzione di occidente (1). 

Marco Polo fu il primo che facesse conoscere agli Europei 
le isole del Giappone, e questa notizia di terre situate molto 
lungi neiroriente ebbe un'influenza grandissima sulle imprese 
marittime del secolo decimoquinto, « Zipangu, egli dice, è una 
isola in Oriente, situata alla distanza di millecinquecento miglia 
dalla terra e dai lidi di Mangi ». Il nome Zipangu corrisponde 
al cinese Sci-pen-Ktie, che significa Paese del Sole Levante. 
Dopo avere discorso delle grandi ricchezze naturali del Giappone, 
specialmente in oro ed in perle preziose, e del tentativo fatto 
nell'anno 1264 da Kublai per conquistarlo. Marco Polo viene 
a trattare del Mare Cin^ cioè del mare che è contro Mangi, 
poiché nella lingua degli isolani del Giappone Mangi si chiama 



(1) RiCHTHOFEN, Das Land und die Stadi € Caindu > von Marco 
Pohy nelle Verhandlungen della Società geografica di Berlino, 1874, 
pag. 33 e seg. 



— lis- 
cili. « E questo mare Gin, che è in Levante, è così lungo e 
largo, che i suoi piloti e marinari, che per quello navigano, a 
conoscono la verità, dicono che in quello vi sono settemila 
quattrocento e quaranta isole, e per la maggior parte abitate^ 
e che non vi nasce arbore alcuno, dal quale non esca un buona 
e gentil odore, e vi nascono molte spezie di diverse maniere^ 
e massime legno aloe, il pepe in grande abbondanza, bianco a 
nero ». Le navi di Zaiton e di Quinsai frequentano quelle isole, 
ma impiegano nel viaggio un anno intero, perchè vanno nel- 
r inverno e ritornano nella state, a cagione dei venti periodici 
(monsoni), dei quali uno regna nella state e l'altro neirinvemo» 
Né manca di far notare il nostro viaggiatore che il Mare di Gin 
non è che una parte della grande massa continua deirOceano, 
là, ove dice : « E perchè dicemmo, che questo mare si chiama 
Gin, è da sapere, che questo è il mare Oceano. Ma come noi 
chiamiamo il mare Anglico e il mare Egeo, così loro dicono 
il mare Gin e il mare Indo. Ma tutti questi nomi si conten- 
gono sotto il mare Oceano ». 

86. Indie Orientali. — Nell'anno 1285, come egli stesso 
lasciò scritto, Marco Polo visitò, per ragioni di governo, il paese 
di Ciamba o Ziamla^ distante 1500 miglia dal porto di Zaiton, 
e corrispondente, prima del secolo XIY, a tutta la Gocincina 
sino al Tong-King. Il nome di lava o Oiava è dato, nel Testo, 
a due grandi isole dell'arcipelago delle Indie orientali. La prima, 
situata a 1500 miglia dal paese di Giamba nella direzione di 
mezzodì scirocco (Sud-sud-est), è, a detta dei marinari, la piti 
grande isola del globo, imperocché gira di circuito più di 
3000 miglia. La seconda, detta lava minore^ si innalza a sud- 
est dell'isola di Pentam (Bintang, al sud della penisola di 
Malacca) e alla distanza di 100 miglia: essa è posta tanto 
verso le parti di mezzogiorno, che la Stella Tramontana non 
si può vedere né poco né assai. La breve distanza della lava 
minore da Pentam dimostra che quell'isola del Testo è Sumatra^ 
la quale inoltre, tagliata quasi per mezzo dalla linea equino- 
ziale, si avanza a mezzodì sino al di là del 5<> parallelo au- 
strale, ed esclude l'ipotesi che si tratti della vera Giava. Questa 



\ 



— 119 — 

ultima poi non si potrebbe identificare colla lava maggiore, 
perchè, anche prescindendo dalla sua grandezza che è di molto 
inferiore a quella accennata dal Polo, la menzione che questi 
fa della posizione meridionale della lava minore ci induce a 
ritenere che a maggior ragione egli avrebbe detto lo stesso della 
vera Giava, la quale si innalza tra il 5<> ed il 10^ parallelo au- 
strale. Tuttavia, siccome degli otto regni deir isola Sumatra, 
quello di Samara, nel quale Marco Polo dovette, per causa del 
tempo cattivo, trattenersi per ben cinque mesi, era situato tal- 
mente a mezzogiorno, che, come egli stesso ripete, « la Tramon- 
tana quivi ancora non si vede, né si veggono anche le stelle 
che sonp nel carro », così pare che la spedizione, anziché per 
Io stretto di Malacca, entrasse dal mare della Cina neir alto 
Oceano Indiano mediante lo stretto della Sonda : nel qual caso 
la Giava maggiore si potrebbe identificare colla vera Giava. 
La quale ipotesi troverebbe anche valido appoggio nella distanza 
di 1500 miglia che, secondo il viaggiatore veneziano, separa il 
paese di Giamba dalla prima delle due Giave. 

Prima di abbandonare questa parte del Libro non sarà inutile 
ricordare quanto dice Marco Polo del Binoceronte e del Sago, 
trattando dei regni di Basma e di Fanfur nella stessa isola di 
Sumatra. « Hanno (quelli di Basma), molti elefanti selvatichi 
e leoncomi (rinoceronti) che sono molto minori degli elefanti, 
simili ai bufaM nel pelo, e li loro piedi sono simili a quelli 
degli ele&nti. Hanno un corno in mezzo del fronte, e nondi- 
meno non offendono alcuno con quello, ma solamente con la 
lingua e con le ginocchia, perché hanno sopra la lingua al- 
cune spine lunghe e aguzze, e quando vogliono offendere al- 
cuno lo calpestano con le ginocchia, e lo deprimono, poi lo 
feriscono con la lingua. Hanno il capo come d'un cinghiale, e 
portano il capo basso verso la terra, e stanno volentieri nel 
fango, e sono bruttissime bestie, e non sono tali, quali si di- 
cono essere nelle parti nostre, che si lasciano prendere dalle 
donzelle, ma è tutt'il contrario ». E, intorno al sago, si legge, 
nel capitolo XVI del Libro 3®, « In questa provincia (di Fanfar) 
cavano farina d'arbori, poiché hanno una sorte d'arbori grossi 



— 120 — 

e lunghi, alli quali levatali la prima scorza, che è sottile, si 
trova poi il suo legno grosso intomo intomo per tre dita, e 
tutta la midolla di dentro è farina come quella del carvolo. 
E mettesi questa farina in mastelli pieni d'acqua, e menasi 
con un bastone entro all'acqua ; allora la semola e le altre im- 
mondizie vengono di sopra, e la pura farina va al fondo. Fatto 
questo, si getta via l'acqua, e la farina purgata e mondata che 
rimane si adopera, e si fanno di quella lasagne e diverse vi- 
vande di pasta, delle quali ne ha mangiate più volte il detto 
M. Marco, e ne portò seco alcune a Venezia, qual'è come il 
pane d'orzo, e di quel sapore ». 

Lasciata la Giava minore. Marco Polo toccò a 150 miglia 
verso settentrione le isole Nocueran (Nicobar) e Angaman (An- 
damane), l'una e l'altra popolate da famiglie immerse nella 
più selvaggia barbarie. H viaggiatore parla quindi dell'isola 
Zeilan (Taprobane degli antichi, Ceylon), alla quale si giunge 
da Andaman dopo una navigazione di « mille miglia per po- 
nente, e alquanto meno verso garbino ». Il circuito di quest'i- 
sola è di 2400 miglia, ma, osserva Marco Polo, anticamente era 
ben maggiore, perchè girava attorno attomo ben 3600 miglia, 
secondo che si trova nei Mappamondi dei marinari di quei mari. 
La causa di questa diminuzione, secondo lui, è il vento di tra- 
montana, il quale vi soffia con tanto impeto da corrodere parte 
di quei monti, i quali però sono caduti e sommersi in mare. 
Di Zeilan vanta specialmente le pietre preziose, tra cui i ru- 
bini, gli zaffiri, i topazi, le ametiste. 

Al di là di Zeilan , e alla distanza di 60 miglia verso po- 
nente, è la grande provincia di Màbar. La baia o, come dice 
Marco Polo, il golfo (1) compreso tra l'isola e il continente, 
non è profondo più di 10 o 12 passi, e in alcuni luoghi anzi non 
più di due: in esso si fa grande pesca di grosse perle. A tutta 



(1) E tale si potrebbe chiamare la baia di Manaar, giacché alla saa 
entrata settentrionale è pressoché chiusa da una serie di isolette e di 
scogli che paiono formare la linea di unione tra Ceylon e la part^ sud- 
est della penisola del Dekhan. 



— 121 — 

evidenza sì tratta qui della Baia di Manaar, da grandissimo 
tempo rinomata per i suoi banchi di perle. 

À 500 miglia al nord del Mabar è il regno di MurfiU o 
Monsul: nelle montagne di questo paese si trovano molti dia- 
manti, perchè, « quando piove l'acqua discende da quelle mon- 
tagne con tanto impeto e mina per le rupi e caverne, e poi 
eh' è scorsa l'acqua, gli uomini vanno cercando i diamanti per 
i fiumi, e ne trovano molti ». Dalla provincia di Lak o Lar, 
a ponente del Mabar, hanno origine i bramini^ che il Polo, 
trattando del Mabar, descrive non solamente come la casta 
religiosa, ma eziandio come gli uomini savi e negromanti del 
paese: senza il loro aiuto sarebbe impossibile di aver buon 
successo nella pesca delle perle, essi soli avendo il potere di 
comandare ai mostri del mare. La città di Cael (Cavcr nel 
testo magliabechiano, donde si sarebbe tratti a porla sulle 
sponde del Caveri) è importante per commercio, poiché ad 
essa mettono capo tutte le navi che vengono da ponente, e 
specialmente da Ormus, Chisi, Àdem e dall'Arabia. In questa 
città di Cael, come in tutta l'India, è uso di masticare la fo- 
glia del tambul o tetre (betel) mescolata con canfora, con altre 
spezie odorifere ed anche con calce viva. H regno di Caulam, 
a 500 miglia dal Mabar verso garbino, è ricchissimo di ver- 
zino, di pepe, dì indaco : molte bestie vi si trovano diverse da 
tutte le altre del mondo, come leoni tutti neri e pappagalli di 
più sorta, alcuni bianchì come neve, altri rossi, altri azzurri. 
La provincia dì Cumari (Kumàrin, onde il nome di capo Co- 
merino, che vale capo del Fanciullo o capo di Cumara, che si 
dà alla estremità meridionale del Dekhan), è già abbastanza 
al nord dell'equatore, perchè la stella di tramontana sì trovi 
un poco al disopra del suo orizzonte. Alla parte sud-ovest del 
Dekhan corrisponde il regno di Deli, i cui porti erano frequen- 
tati da navi di ogni nazione, tra cui quelle stesse del Lonta- 
nissimo Mangi. Più al nord della provincia di Cumara è il 
grandissimo regno di Maialar: la stella tramontana vi appare 
qui alta due braccia sopra la terra, mentre in Cumara l'altezza 
della medesima stella è appena di un cubito. Il commercio dì 



— 122 — 

Malabar è attivissimo, dall'una parte col paese di Mangi , dal- 
l'altra colle regioni dell'occidente e specialmente con Aden: 
prodotti peculiari di quella regione sono il pepe, Io zenzero,, 
il cubebe e le noci d'India. Lo stesso paese si estende a set- 
tentrione sino al Ghufiserat, oltre il quale Marco Polo menziona 
ancora, nell'India, i regni dì Canam, di Gambata, di Serve- 
naih e di Chesmacoran, l'ultima provincia dell'India maggiore. 

87. Africa orientale. — La parte africana del Libro di 
Marco Polo si compendia in quattro capitoli che trattano re- 
spettivamente dell'isola Socotora, dell'isola Madagascar, dell'i* 
sola di Zanzibar e dell'India mezzana, detta altrimenti Abascia. 

Di questa ultima regione ecco letteralmente quanto ne dice 
il viaggiatore veneziano ^ Secondo il Testo di Giovan Battista 
Bamusio : « Abascia è una grande provincia, e si chiama India 
mezzana, qvvero Seconda. Il maggiore Be di quella è cristiano; 
gli altri r^ sono sei, cioè tre cristiani e tre saraceni, sudditi 

pure del sopraddetto Il maggiore Be cristiano sta nel mezzo 

di detta provincia, e li Be saraceni hanno i loro reami verso 
la provincia di Adem. Il venire di detti popoli alla fede cri* 
stiana fu in questo modo,- che avendo il glorioso apostolo San 
Tomaso predicato nel regno di Nubia e fattolo cristiano, venne 
poi in Abascia, dove con le prediche e miracoli fece il simile. 
Poi andò ad abitare nel regno di Malabar, dove, dopo d'aver 
convertite infinite genti, come abbiamo detto, fu coronato di 
martirio, e ivi sta sepolto. Sono questi popoli Abiscini molto 
valenti nell'armi e gran guerrieri, perchè di continuo combat- 
tono col Soldano di Adem e coi popoli della Nubia, e con molti 
altri che sono nei loro confini; e per il contìnuo esercitarsi sono 
reputati i migliori uomini da guerra di tutte le provincie del- 
l' India La gente di questo reame d'Abiscìni vive di fru- 
mento, rìso, carne e latte, e fanno olio di susimani, e hanno 
abbondanza di ogni sorta di vettovaglie. Hanno ele&nti, leoni, 
giraffe e altri animali di diverse maniere, e similmente uccelli 
e galline molto diverse, e altri infiniti animali, cioè scimmie 
e gatti mammoni che paiono uomini. Ed è provincia molto ric- 
chissima d'oro, e quivi se ne trpva assai, e li mercatanti vi 



I 



— 123 — 

yanno volentieri con le loro mercanzie, perchè riportano gran 
guadagno ». 

Già nell'ultimo capitolo (LXXVII) del Libro secondo Marco 
Polo accenna la divisione dell'India in tre parti : maggiore, mi- 
nore e mezzana, alla quale divisione egli ritoma poi nel capitolo 
che precede la descrizione dell'India mezzana od Àbascia, no- 
tando che l'India maggiore incomincia da Mabar e si estende* 
sino al regno di Chesmacoran; e che l'India minore è compresa 
tra Ziambi (Ciamba) e il regno di Murfili. La prima di queste 
regioni corrisponde adunque approssimativamente all'Indocina 
od India posteriore; la seconda all'India propriamente detta od 
India anteriore. Giustamente osserva poi il cardinale Zurla (1) 
che forse il Polo estese il nome di India anche alla parte del- 
l'Africa che noi chiamiamo Àbissinia ; perchè quello di Etiopia 
si adoperava dagli antichi non solo per l'Africa, ma eziandio 
per l'India. 

Nel capitolo che tratta di Magastar (Madagascar) mi pare 
specialmente degno di nota quanto scrive Marco Polo delle molte 
isole che si trovano verso mezzodì, alle quali però non si na- 
viga « perchè il mare corre con grandissima velocità verso mez- 
zodì, di sorte che non potriano ritornare più a dietro, e le navi 
che vanno da Malabar a quest'isola (di Magastar) fanno il 
viaggio in venti, ovvero venticinque giorni. Ma nel ritorno pe- 
nano da tre mesi, tanta è la correntìa delle acque che di con- 
tinuo caricano verso mezzogiorno ». Nelle quali parole sono chia- 
ramente espresse due cose: cioè la grande corrente equatoriale 
dell'Oceano Indiano, dalla quale, verso le coste africane, si di- 
stacca il ramo importante, detto Corrente di Mozambico^ che, 
sviluppandosi verso il sud-sud-ovest, si spinge sino all'estremità 
meridionale del continente, ove si incontra colla corrente polare 
antartica ; in secondo luogo la grande estensione del medesimo 
Oceano Indiano nella direzione del mezzodì, con che veniva ad 
essere distrutta l'opinione di quei geografi che, seguaci di To- 



(1) Di Marco Polo e di altri n^ggiatori veneziani, voi. I, pag. 202. 



— 124 — 

lomeo e di Marino di Tiro, facevano del Mare delle Indie un 
bacino a sé e affatto indipendente dal resto della massa ocea- 
nica (1). 

88. I paesi del Nord. — Nei tre ultimi capitoli dei Viaggi 
sono descritti alcuni paesi dell'alto Nord. Uno di questi, a set- 
tentrione dell'Aitai, manca assolutamente di cereali, ma è stra- 
ordinariamente ricco di prodotti animali, tra cui cavalli, buoi, 
pecore , orsi bianchi grandi e lunghi la maggior parte venti 
palmi, volpi tutte nere e molto grandi, asini selvatici, e zibel- 
lini che hanno la pelle delicatissima. Tra questo paese e quelli 
più a mezzogiorno è una regione come un deserto, nella quale 
sono infinite lagune (paludi) quasi sempre gelate , e si attra- 
versa per mezzo di slitte tirate da grossi cani. Nelle estreme 
parti del Settentrione è una contrada chiamata delle Tenebre, 
perchè « la maggior parte dei mesi d'inverno non vi apparisce il 
sole, al modo che gli è, avanti che si faccia l'alba del giorno, 
che si vede, e non si vede ». Durante la state è continuo giorno, 
e allora gli abitanti cacciano gran moltitudine di ermellini, di 
volpi e di zibellini, le cui pelli sono molto più delicate e pre- 
ziose, e di maggior valore che non sieno quelle dei Tartari. Di 
queste pelliccio molte ne vengono nella provincia di Rossia 
(Bussia) altro paese settentrionale che si estende sino al mare 
Oceano (Mar glaciale boreale). 

39. Conclusione. — Marco Polo è stato giustamente chia- 
mato il creatore della geografia moderna dell'Asia. Di tutti i 
viaggiatori che visitarono l'Oriente prima del secolo XV, egli 
è di gmn lunga il più celebre e stimato. La sua riputazione, 
invece di scemare di mano in mano che le cognizioni positive 
si sono venute aumentando , si accresce per le infinite prove 
della sua esattezza e veracità, le quali vengono sempre più lu- 
minosamente dimostrate in proporzione che le contrade da lui 
descritte sono più attentamente esaminate. I suoi contemporanei 



(1) Secondo Alfredo Grandidier, il Madagascar di Marco Polo non 
sarebbe la grande isola che noi conosciamo con questo nome, bensì il 
paese di Madagoxo, al nord della costa dello Zanguebar. 



— 125 — 

accusavano d'esagerazione le di lui relazioni intomo al potere 
ed alla civiltà di un impero situato all'estremità orientale della 
Terra abitata. Ma il tempo ed una più ampia cognizione del- 
l'Oriente hanno dimostrato che in lui la scrupolosità fu uguale 
alla credulità: che non inventò una sola delle favole che qua 
e là si trovano nel suo Libro immortale , ma che, a somiglianza 
di Erodoto, raccontò con la medesima fedeltà ciò che vide egli 
stesso e ciò che gli veniva da altri riferito (1). 

Un egregio geografo italiano tratteggia assai bene e con molta 
finezza il viaggiatore veneziano colle seguenti parole : « Marco 
Polo è l'uomo del suo tempo e della sua nazione: coraggioso 
e prudente; pertinace e pieghevole; semplice, ma dotato d'in- 
telligenza fina e penetrante; religioso, ma tollerante di tutte- 
le fedi ; commerciante, ma, in pari tempo, gentiluomo ; insomma^ 
se gli leviamo la singolare sobrietà del dire e gli aggiungiamo 
un po' di spirito faceto, ci risulta uno dei più veri e vivi rap- 
presentanti del Veneziano, ma del Veneziano del Medio Evo,, 
padrone del mare e del commercio di mezzo il mondo civile » (2). 

E intorno ai meriti insigni di Marco Polo sotto l'aspetto scien- 
tifico, il suo più illustre cementatore fa le seguenti importanti 
considerazioni : « Egli fu il primo viaggiatore che tracciò una 
via attraverso l'intera longitudine dell' Asia, nominando e de- 
scrivendo uno ad uno più regni che egli vide coi proprii occhi, 
i deserti di Persia, i piani fiorenti e le selvatiche gole del Ba- 
DAESCUN, i fiumi di CoTAN cho trasportano le niMti, le steppe 
di Mongolia, culla di quella potenza che ha minacciato di do- 
minare tutta la Cristianità, la nuova e brillante Corte stabili- 
tasi a Cambalu. Fu il primo viaggiatore che rivelò la Cina in 
tutta la sua ricchezza ed estensione, i suoi possenti fiumi, le 
sue smisurate città, le sue ricche manifatture, la sua densa pò- 
polazione, le inconcepibili grandi fiotto che animavano i suoi 



(1) Desborough Coolbt, Le scoperte marittime e continentali, 1, 
pag. 395. 

(2) Marinelli, Yenezia nella storia della geografia cartografica ed- 
esploratrice, pag. 28. 



— 126 — 

mari e le sue acque interne ; fu il primo ad informarci delle 
nazioni ad essa limitrofe colle strane loro costumanze e relar 
zioni, del Tibet co' suoi sordidi devoti, di Btjrmì. colle sue pa- 
gode d'oro e loro tintinnanti cotone (1), dei Laos, di Suh, della 
Cocincina e del Giappone, l'orientale Thdie colle sue perle ver- 
miglie e i palazzi coperti d'oro ; il primo a pu'lare dì quél 
Museo dì bellezza e dì meravìglie ancora imperfettamente esplo- 
rato, che è l'ARCiPELAao Indiano, sorgente degli aromi, il cui 
prezzo fìi così alto e la cui origine cosi oscura; di Java, la 
perla delle isole, di Sumatra coi suoi molti Re, gli strani pro- 
dotti delle aue coste, e le sue razze antropofaghe ; degli ignncU 
selvaggi di Nicobab e di Andàhan ; di Oeylan, l' isola delle 
gemme colla sua sacra montica e la tomba di Adamo ; della 
Grande Indù, non come una terra fantastica delle favole Ales- 
sandrine, ma come una contrada veduta e parzialmente esplo- 
rata, coi suoi virtuosi bramini, i suoi osceni ascetismi, i suoi 
diamanti e le curiose storie del loro modo di acquisto, il fondo 
de' suoi mari di perle e il suo potente sole; il primo nel Medio 
Evo a dare un distinto ragguaglio dell'appariiato impero di Abis- 
siNU, e della semi-cristiana isola di Socotdra ; il primo a par- 
lare, benché oscuramente, di Zanzibar, coi suoi negri e il suo 
avorio, e della grande e distante Madagiascar, situata nell'i- 
gnoto Oceano del sud , col suo Bue ed altre mostruosità (2) ; 
e, nelle remote opposte regioni della Siberia e dell'OcBANO Ar- 
1IC0, delle slitte tirate dai cani, degli orsi bianchi e dei Tun- 
gusi cavalcanti le renne (3). 



(1) La Birmania, appartenente al bacino dell'Iravadi, à detta dal Polo 
Jlften.nome usato comuoemente dai Ciaesi per indicare quella vasta re- 
gione dell'India posteriore e i suoi abitatori. 

(2) V. la nota a pag. 124. 

(3) YuLB, Il libro di Marco Polo, prefazione, cap. XI. 



J 



— 127 — 

Capitolo VII. 

I successori di Marco Polo. 

Giovanni da Montoeorvino. — Andrea da Pamgia. — Rieoido da Montecrooo. — 
Odorico da Pordenone. — Altri missionari. 

40. Giovanni da Montecorvino. — Che le cortesi acco- 
glienze fatte dagli imperatori Mongoli ai primi missionari cat- 
tolici nell'Asia Centrale e nella Cina fossero dovate in parte 
al rispetto che colà si aveva per la memoria dei Polo, non è 
improbabile. Ad ogni modo, il numero grande delle missioni 
compiate durante il secolo XIY dimostra luminosamente quanto 
attivo fosse l'impulso che spingeva l'Europa verso le regioni, 
poco prima quasi ignote, del Mondo Orientale. Di tutte le re- 
lazioni lasciateci dai missionari, non una ve ne ha, la quale 
non presenti qualche interesse per la storia della geografia in 
quel memorabile periodo, e non abbia contribuito, quantunque 
in diversa misura, ad aumentare le nostre cognizioni sull'Asia. 
Ma, come bene osserva il Yivien de Saint-Martin (1) , esse la 
cedono di gran lunga, in importanza, al Libro di Marco Polo, 
e se tutte concorsero, più o meno, ad ingrandire e a rettificare, 
in questa o in quell'altra particolarità, le nozioni degli Occi- 
dentali sui paesi asiatici, nessuna di esse si distacca però, in 
modo evidente e spiccato, sul fondo alquanto monotono che ne 
forma il principale carattere. 

La lista di questi pii missionari si apre con Giovanni dà 
MoNTBCORViNO (nella provincia di Foggia), minore osservante, 
il quale, dopo essere stato dieci anni (1279-1289) in Persia, 
recavasi alle Indie nel 1291 in compagnia del negoziante geno- 
vese Pietro di Lucalongo e di Niccolò da Pistoia dell'Ordine 
dei Predicatori, e quindi a Peking, ove fondava la prima chiesa 
e parecchie comunità religiose. Quantunque fieramente osteggiato 
dai Nestoriani, molta gente egli convertì al cristianesimo; per 
suo mezzo sempre più intime si fecero le relazioni tra la Santa 



(1) Hisioire de la géographie^ pag. 281. 



— 128 - 

Sede ed ì Cinesi; un arcivescovado venne creato in Peking, di 
cui fu primo titolare lo stesso Fra Giovanni, e ad esso furono 
aggiunti, come suffraganei, sei vescovadi, uno dei quali nella 
famosa città di Zaiton. 

Di Giovanni da Montecorvino si hanno due lettere, scritte 
da Kanbalù (Peking), l'una nel 1305, l'altra nel 1306. Nella 
prima egli dice di essere pienamente famigliare coiridioma ta- 
taro mongolo; che aveva tradotto i Salmi e il Nuovo Testa- 
mento in quella lingua, facendoli accuratamente trascrivere nel 
carattere proprio; che leggeva, scriveva e predicava nel lin- 
guaggio mongolo. Nella seconda parla della bontà colla quale 
lo trattava il Gran Can, degli onori fattigli come inviato del 
Pontefice, e di una novella prova del favore imperiale colla 
concessione di edificare una seconda chiesa nelle vicinanze del 
palazzo. Nell'una e nell'altra si contengono non poche notizie 
intorno alle cose vedute in quelle regioni. 

41. Andrea da Perugia. — Compagno a Giovanni da Mon- 
tecorvino nelle fatiche dell'apostolato fii Andrea da Perugia, 
consacrato terzo vescovo di Zaiton, del quale si ha una lettera 
scritta in latino nel 1326 e diretta al padre guardiano del 
convento dei Francescani in Perugia. 

Nulla però si trova in questo scritto che interessi da vicina 
la geografia propriamente detta. Solo fa piccola eccezione quanto 
egli dice del vasto impero Cinese , nel quale « sono genti di 
ogni nazione che sia sotto il cielo, ed ogni setta, e a tutti in- 
distintamente si concede di vivere secondo la propria. È però 
presso di loro l'opinione, o piuttosto l'errore, che ciascuno possa 
nella sua setta salvarsi; e noi possiamo predicare liberamente 
e sicuramente; ma niuno dei Giudei e Saraceni si converte: 
moltissimi degli Idolatri ricevono bensì il battesimo, ma molti 
dei battezzati non camminano nel sentiero della cristianità ». 

42. Bicoldo da Montecroce. — Di non lieve importanza 
è V Itinerario composto in latino da Ricoldo da Montecroce, 
dell'Ordine dei Predicatori e di patria fiorentino, il quale nei 
primi anni del secolo XI7 si condusse in Asia per ordine del 
Sommo Pontefice, e colà ebbe campo di studiare molte ed estese 



— 129 — 

regioni, tra cui specialmente la Palestina e i paesi del Tigri 
e deirEufrate. 

Contemporaneo di Fra Kicoldo fu il bolognese Francesco Pi- 
pino, dello stesso Ordine di San Domenico, ben noto nella Storia 
della Geografia per la traduzione che egli fece in latino — 
da una versione italiana dell'originale francese — del Libro 
di Marco Polo. Gli si debbe pure un trattato, nel quale egli 
parla dei luoghi di Terra Santa da lui visitati nella sua mis- 
sione. 

43. Odorico da Pordenone. — Tra i più &mosi viaggia- 
tori del Medio Evo è da annoverarsi Oderico da Pordenone, 
frate dell'Ordine di San Francesco (1286-1331), i cui viaggi 
in Asia, per iscopo religioso, come i precedenti, durarono ben 
14 anni (dal 1316 al 1330), abbracciando l'Asia Minore, l'Ar- 
menia, la Persia occidentale e meridionale, la regione inferiore 
del Tigri e dell'Eufrate, l'India, l'Arcipelago asiatico, la Cina 
e parte dell'Asia Centrale. Interessantissima è la relazione di 
questi viaggi, da lui dettata al confratello Guglielmo da Bo- 
logna, e ricca di particolari intomo alle popolazioni ed ai pro- 
dotti naturali di quelle lontane regioni: vi si trovano però 
molte cose strane ed impossibili, non si sa bene se scritte da 
lui stesso , ovvero se introdotte da altri , per alterarne e gua- 
starne la primitiva e genuina lezione. 

Nel Minibar (Malabar), ove Odorico giunse da Ormus e per 
il porto indiano di Tanna (alle bocche dell'Indo), egli accenna 
una foresta di alberi del pepe, lunga ben 18 giornate, e per- 
corsa da numerosi fiumi. La pianta del pepe si avviticchia a 
certi pali appositamente ficcati nel suolo a guisa dei pali delle 
viti ; ha foglia di colore vivace, e lascia pendere i baccelli pieni 
di pepe a grossi fiocchi come i grappoli delle viti. I fiumi 
sono popolati da coccodrilli e da serpenti, cosicché nella sta- 
gione della messe la gente è costretta ad accendere fuochi per 
allontanare quegli animali. 

Discorrendo del paese di Molar (Coromandel) Odorico de- 
scrive il modo con cui gli Indiani onoravano le loro divinità, 
le penitenze straordinarie che si imponevano i fàkiriy e ci fa 

Hvsms, Storia della Geografia, lì. 9 



» 



assistere alle cerimonie sanguinose ed alle processioni, nelle quali 
ì pellegrini si facevano stritolare sotto le ruot« dei carri splen- 
didissimi che portavano i loro idoli. 

La traversai» del golfo del Bengala gli ofire occasione di 
parlare dell'isola di Ceylon, celebre per diamanti, rubini e uc- 
celli a due teste, e dì un gruppo di 4400 isole divise tra ses- 
santaquattro re. Dopo 50 giorni di navigazione, a partire da 
Mobar, Odorico giunse all'isola Lamori ~ nome che si trova 
pure presso gli Àrabi — la quale corrisponde senza dubbio a 
Sumatra, poiché il viag^atore vi menziona, oltre ad altri pro- 
dotti preziosi , la canfora , pianta indigena delle sole isole di 
Sumatra e di Bomeo. H regno di Lamhri, accennato pure da 
Marco Polo, fioriva ancora al tempo dei Portoghesi (1), e dalla 
descrizione che essi ne fanno si può dedurre che esso si tro- 
vasse nella parte settentrionale dell'isola , e lungo il Iato pro- 
spiciente al golfo del Bengala. Le giunche cinesi che frequen- 
tavano i mari indiani non entravano adunque nel golfo del 
Bengala per mezzo dello stretto di Malacca , bensì fiancbeg- 
giando la costa meridionale di Sumatra. L'orrìbile descrizione 
che Odorico ci ha lasciato degli abitanti di Lamori si accorda 
perfettamente con qnella che i viaggiatori moderni fanno delle 
tribù dei Battahs. Sì allungo che le coste meridionali della 
medesima ìsola portano, presso il nostro rìa^atore, il nome 
di Sumoltra , che poco si allontana da quello comunemente 
adottato, in tempi relativamente non lontani da noi, per indi- 
care la seconda , per grandezza , delle quattro principali isole 
della Sonda. 

Dopo l'isola Lamori , Odorico paria dell'isola Zala (Giava) 
e de' suoi ricchi prodotti, tra cui la noce moscata, i chiovi di 
garofano e gli aromi di ogni specie. È adunque assai proba- 
bile che la sua navigazione continuasse, al di là di Lamori, 
per lo stretto della Sonda, e cbe il paese di Patm, da lui de- 
scritto dopo l'isola Zaba, fosse l'isola Bmtang, &mosa per le 
sue miniere di stagno. In questo paese di Paten vi sono certi 



(I) Barros, Dt Asia, Dee. Ili, lib. V, cap. I. 



— 131 — 

alberi che trasudano ana sostanza avente sapore affine a quello 
del miele, ed altri che producono farina da far pane e lasagne. 
Yi crescono ad altezza smisurata canne (bambù) buone a far 
travi per le case e per la costruzione delle barche. 

Assai distante da Giava è il regno di Campa (Giamba di 
Marco Polo), che Odorico descrive come un'isola. Il re di questo 
paese possiede 14.000 elefanti, custoditi e governati da conta- 
dini, come fra noi i buoi. Nel mare adiacente tanta è l'abbon- 
danza dei pesci che per qualche tratto dal lido spesso non si 
vede che una compatta superficie di squame. I pesci vengono 
spontaneamente alla spiaggia, e per tre giorni si lasciano pi- 
gliare senza difficoltà. Partito questo banco di pesci^ ne viene 
un altro e fa lo stesso. Gli abitanti affermano che è l'omaggio 
reso dai pesci all'imperatore. 

Nell'isola Nicumeran (?) vivono uomini cinocefali, i quali 
adorano il bue come loro dio principale. Il re dell'isola Don- 
din (?) è tanto potente, che ben 54 altri re gli sono soggetti. 
Di questo regno dice Odorico: « Multae aliae novitates hic ha- 
bentur quae non scribo, nam nisi homo eas videret, eas credere 
non posset, cum in toto non sint mundo tot et tanta mirabilia 
quae sunt in isto regno » (Cap. 27). 

Dopo pochi giorni di viaggio, a partire da Dondin, Odorico 
giunse al Manzi o Cina meridionale, immenso regno che con- 
tiene più di 2000 città. Quelle da lui toccate furono Cecescàla 
o Cecescahn, identificata da alcuni con Canton, da altri, forse 
con maggior ragione, col porto di Tschao-tscheu-fu^ quasi sotto 
il tropico del Cancro; — Zayton^ grande il doppio di Bologna 
€ piena di idoli e di monasteri ; — il porto di JFWo, corrispon- 
dente alla Furceu dei Cinesi ; — la famosa Campsay o Quinsay^ 
della quale Odorico dice che contava più di 850 mila case; 
— Chilemfo, probabilmente identica con Kiang-ning-fu o Nan- 
King. Quivi il Frate attraversò il fiume Jangtse e giunse a 
Jammi (Tang-ceu-fu) , ove i Padri Francescani avevano una 
missione. Per via d'acqua, cioè navigando il Karamuren (Ho- 
ang-ho) ed il Canale Imperiale, Odorico giunse finalmente a 
CambaUch (Peking), ove soggiornò tre anni di seguito, durante 



— 132 — 

> 

i quali fu sempre trattato dal Gran Can con manifesti segni 
di benevolenza e di rispetto. 

Il viaggio di ritomo venne effettuato non già per mare, ma 
sì attraverso l'Asia Centrale, donde non è possibile decidere se 
continuasse per T India, ovvero per la regione turanica e la 
Persia. I dominii del prete Gianni , che Odorico percorse in 
questo viaggio, non erano, a quanto egli dice, la centesima 
parte di ciò che erano stati nel passato. La città principale por- 
tava il nome di Tomn, dato dai Maomettani alla città ed alla 
provincia di Singan. La provincia di Kansan o Kasan, nella 
quale abbondava il rabarbaro, sarebbe, secondo il Kunstmann, 
la Mongolia ; secondo ITule, invece, corrisponderebbe alle prò- 
vincie di Scen-si e di Setsciuen. Da questo paese, Odorico passò 
nel vasto regno del Tibet, e, a proposito della regione deseria che 
egli dovette attraversare per recarsi colà , ripete le medesime 
cose di Marco Polo; che cioè il paese era infestato da spiriti 
maligni , i quali usavano trarre fuori di strada i viaggiatori 
con mille arti ingannatrici , per cui , smarriti in quelle vaste 
solitudini, miseramente morivano. Nella città reale del Tibet, 
dalle muraglie a liste bianche e nere e dalle strade ben sel- 
ciate , pare che il Frate accenni alla città di Lhassa , centra 
principale del buddismo e residenza del Dalai Lama, che egli 
chiama Abassi, aggiungendo che nella lingua del paese questa 
vocabolo ha lo stesso significato che da noi la parola Papa o 
Sommo Pontefice. Odorico fa adunque il primo europeo che vi- 
sitasse la regione tibetana propriamente detta, ed anzi tre se- 
coli dovevano ancora trascorrere prima che un altro europeo, 
il gesuita Antonio Andrada (anno 1621), vi penetrasse dalla 
regione indiana. 

44. Altri missionari. — Tra gli altri missionari, che piit 
meno concorsero a farci meglio conoscere i paesi asiatici di 
cui ho sin qui discorso, si debbono ricordare con onore il fran- 
cese Giordano de Séverac e l'italiano Giovanni Marignolli. AI 
primo di essi, che fu, dal 1321 al 1323, missionario apostolico 
nella provincia indiana del Guzerate, e, più tardi, nel 1328, 
vescovo di Columbo (Quillon, sulla costa S-0. del Malabar), an- 



— 133 — 

diamo specialmente debitori di alcune importanti osservazioni di 
geografia fisica riflettenti la regione Indiana, tra cui, ad esempio, 
che la stagione delle piogge e quella della siccità coincidono 
respettivamente col monsone del sud-ovest e col monsone del 
nord-est ; che neW India minore^ cioè nella costa del Belucistan 
sino airindo, cade il limite meridionale della palma a dattero, 
similmente a quanto aflferma Tillustre Db Candolle nella sua 
Geografia botanica , che la coltura della palma dattilifera si 
arresta all'Indo; che l'arbusto del pepe trovasi solamente nel- 
l'India meridionale e manca affatto al Sind, cioè al bacino in- 
feriore dell'Indo. 

Fu pure Giordano di Sóverac che propose al pontefice Gio- 
vanni XXII di spedire ai Cristiani di Abissinia, ovvero al prete 
Gianni — come allora chiamavasi il principe che si riteneva 
discendente in linea diretta da Salomone e dalla Begina di Saba 
— dei missionari; scegliendo a quest'uopo la via del Mar Rosso 
del golfo di Aden, anziché quella del Nilo e della Nubia. 

Dal Chronicon Boemorum, scritto da Giovanni de' Marignolli 
per incarico dell'imperatore e re di Boemia Carlo IV, si hanno 
informazioni abbastanza minute tanto sul viaggio da Costanti- 
nopoli (24 giugno 1339) a Cambalec o Peking (anno 1342), 
per la via di terra, toccando la Crimea, la città di Sarai sul 
Volga, la città di Armalec o Almaligh (Kulgia sul fiume Hi) 
e l'oasi di Chamil, quanto sul viaggio di ritorno da Cambalec 
ad Ormuz (1346-1351). In questa seconda parte dell'itinerario 
il Marignolli descrive l'Hoang-ho colle sue città galleggianti, i 
prodotti svariatissimi della paziente ed artistica industria dei 
Cinesi, la famosa città di Campasy o Quinsay, la città di 
Columbo (Quillon), nella quale si raccoglie tutto il pepe del 
mondo. 

Una colonna eretta dal grande Alessandro alla punta del 
conico Dekhan, dirimpetto a Ceylon, segna l'estremità del mondo 
abitato. Da questo luogo il Marignolli recossi ad un'isola go- 
vernata dalla famosissima regina Saba; isola identificata da al- 
cuni con Giava, altri, forse con maggior ragione, con una delle 
Maldive ; quindi all'isola di Seyllan (Ceylon) dominata dal monte 



~ 134 - 

Seyllano, il quale, secondo quanto dicevano gli indigeni, tro- 
yavasi a 40 miglia italiane dal Paradiso terrestre. Di questa 
luogo di delizie il viaggiatore dà una fantastica descrizione: 
« È il Paradiso terrestre un luogo della terra circondato per 
ogni parte dal mare Oceano, nella parte orientale al di là del- 
l'India Columbina, ed altissimo sopra ogni altro, giacché rag- 
giunge, come è provato da Giovanni Scoto, il globo lunare; 
lontano da ogni rumore del mondo ; ameno di ogni soavità & 
chiarezza, nel cui mezzo scaturisce una fonte che irriga il pa- 
radiso e tutte le sue campagne. E quivi si trovana alberi che 
producono ottimi frutti di mirabile bellezza , soavità e odore. 
Le acque della sorgente cadono in un lago che i filosofi chia- 
mano Enphirattes, ne escono poi dall'altra parte e si dividono 
in quattro fiumi che attraversano Seilan ». 

Il MarignoUi divide l'India in tre parti. La prima, detta 
Matusi (Mangi, Cina meridionale), portava altra volta il nome 
di India maxima. Incredibile è il numero de' suoi abitanti e 
delle sue città. Le principali tra queste sommano a 80.000; 
infiniti sono i villaggi ed i casali. Di tutte le città, la più mi- 
rabile e famosa è Campsay, per il numero degli abitanti, le ric- 
chezze ed i sontuosi edifizi, tra cui i templi colossali, ciascuno 
dei quali alberga da mille a duemila religiosi (buddisti). E 
non è punto esagerato quanto dicono altri scrittori (Marco Polo,. 
Odorico da Pordenone ?) , che in quella città di Campsay si 
contino non meno di 10.000 ponti di pietra e ornati di scul- 
ture e di immagini. La seconda città è Zaiton, porto mirabile^ 
nel quale i Frati Minori hanno tre chiese bellissime; la terza 
è Gynkalan^ cioè Magna India (da Kàlan grande e Cyn , 
nome dato anticamente al paese di Manzi), che si suppone cor- 
rispondere alla città di Canton. 

La seconda parte dell'India chiamasi Nymhar; quivi è la 
città di Columbm (Quillon). La terza parte è detta Maabar^ 
ed è famosa per la chiesa di San Tommaso, che l'Apostolo 
edificò colle sue proprie mani, e trovasi nella città di Mira- 
polis (Maliapur, sulla costa del Coromandel). 

Contrariamente a Sant'Agostino, il MarignoUi nega ricisa- 



— 135 — 

mente resistenza degli antipodi , e la ragione da lui addotta 
in appoggio del suo asserto è, che la terra è ferma sulle acque, 
dividendo l'Oceano a forma di croce, di modo che due quadrati 
di esso sono navigabili, e due non lo sono in alcun modo. Per 
volere di Dio , egli aggiunge , a nessuno è dato di poter cir- 
cuire, per mare, tutta la terra. 

In un altro capitolo della Cronaca il MarignoUi discorre dei 
mostri umani che le storie e le favole dicevano esistere nel- 
l'India, come sarebbero ciclopi, uomini coi piedi all'indietro, 
altri senza capo e senza bocca, individui che non respirano che 
per le narici, altri a testa di cane, altri che, giacendo supini, 
si fanno ombra colla pianta del piede, ecc. Ma pure, non ne- 
gando che tali mostri si trovino qua e là isolati, non ammette 
che essi costituiscano delle intere nazioni le une dalle altre 
distinte. 



Capitolo Vili. 

Le repabbiiche italiane del Medio Evo — Balducci Pegolotti — Nicolò de' Conti — 
Giosafatte Barbaro — Giovanni Mandeville. 

45. Le repubbliche italiane del Medio Evo. — Da 

grandissimo tempo i paesi dell'Occidente traevano dalla regione 
Indiana non solo i preziosi prodotti del mondo vegetale dei tro- 
pici, ma eziandio gli articoli di lusso e molte delle cose neces- 
sarie ai bisogni quotidiani della vita. Prima della dominazione 
araba questo commercio coU'India teneva la via del Mar Bosso, 
dell' Egitto e di Alessandria , e questa città era diventata il 
centro principale delle relazioni dell' Europa coi lontani paesi 
dell'Asia meridionale e dell'Africa orientale. La conquista del- 
l'Egitto per parte dei Califfi e l'odio di religione tolsero molto 
della sua importanza a queir antica strada commerciale, ed i 
mercatanti italiani, diventati ricchi e potenti nelle acque orien- 
tali del Mediterraneo, col trasporto di migliaia e migliaia di 
crociati e delle derrate necessarie a quelle famose spedizioni 
religiose, furono costretti a scegliersi altre vie per l'esercizio 



— 136 — 

della loro industria commerciale. I Pisani, i Genovesi, i Fio- 
rentini, i Veneziani, si stabilirono in Costantinopoli e ne' suoi 
dintorni; e di là, per il Mar Nero, giunsero al Don e ai piedi 
delle montagne Gaucasiche. La Tana, corrispondente alla mo- 
derna Azov, divenne l'Alessandria del Nord, il grande emporio 
del commercio tra l'Europa e i paesi dell'Oriente, il luogo di 
partenza delle carovane dirette alla Cina passando per Astracan, 
i paesi al nord del Caspio e del lago di Arai e gli altipiani 
della Mongolia. Di questo itinerario ci informa minutamente 
il fiorentino Balducci Pegolotti (v. il N. 46). 

Veramente e propriamente genovese fu la colonia che ebbe 
i suoi primordi nel sobborgo di Galata o Pera diviso da Co- 
stantinopoli, propriamento detta, pel Como d'Oro, ed alla quale, 
col volgere del tempo non mancarono cerchia murali, e torri e 
fossi, chiese insigni, palazzi e monumenti (1). E importantissime 
furono pure le colonie di Gaffa nel luogo dell'antica Teodosia, 
fondata nel 1269; di Soldaia, ora Sudak (anno 1265), di Ccpa 
Locopa (ora Eops) sul ramo settentrionale del fiume Cuban; 
di Matrega che il Bubruk chiama Matriga e considera come 
la più attiva piazza commerciale del bacino inferiore del Don; 
di SavastopoU fondata nel 1350 (circa) nel sito dell'antica 
Dioscuria tanto celebrata da Strabene (2). Perciò la memoria 
dei Genovesi dura anche oggidì molto viva in quelle contrade; 
e la tradizione attribuisce loro un grande influsso persino sulla 
diffusione della fede cristiana (3). 

Ma intanto i Veneziani, che la gelosia commerciale di Ge- 
nova aveva allontanati dalle spiaggie del Mar Nero e dalla 
Palude Meotide, cercavano di rendersi padroni di un'altra via 
marittima, che li mettesse nella condizione di radunare nelle 



(1) Y. Bblorano, nel suo dotto libro Mantuile di storia delle colonie^ 
che additiamo ai giovani studiosi come un eccellente modello di ordine 
e di sapiente erudizione. 

(2) Qeogr., lib. XI, cap. II, 16. V. Huoues, Manuali di geografia 
antica, voi. Ili, pag. 59. 

(3) Belorano, op. cit., pag. 95. 



— 137 — 

loro mani il commercio delllndia, e questa fa la strada ma- 
rittima del sud, la quale, come nota Carlo Bitter (1), doveva 
essere assai più vantaggiosa dell'altra, e, nel medesimo tempo, 
più durevole, per la ragione che lungo di essa si succedevano 
signorie molto meno potenti e temibili che non quelle che pa- 
droneggiavano la strada settentrionale, di cui abbiamo prece- 
dentemente accennate, per sommi capi, le principali stazioni. 
Nulla curando la taccia di eretici, i Veneziani strinsero rela- 
zioni di amicizia coi Saraceni, specialmente coi Sultani della 
Siria e dell'Egitto e ben presto si apersero liberamente alle loro 
flotte non solo i porti di questi paesi, tra cui, primi, Berutti 
e Alessandria, ma eziandio quelli dell'Arabia e dell'India. 

Tuttavia, se la più antica e la più feconda sorgente della 
prosperità veneziana furono le relazioni commerciali coU'impero 
bizantino, colle coste del Mar Nero, colle città della Siria, del- 
l'Egitto, della Berberia, pure l'Oceano Atlantico aveva comin- 
ciato a conoscere i navigatori veneziani assai prima di divenire 
il teatro dei grandi viaggi marittimi. Le galere di Fiandra, 
che fino dai primi anni del secolo XIV uscivano periodicamente 
dallo stretto di Gibilterra per condursi ai mercati mondiali dei 
Paesi Bassi, avevano contribuito efficacemente a distruggere i 
pregiudizi, che la gelosa avidità dei Fenici aveva diffusi sulle 
difficoltà di navigare l'Atlantico (2). A proposito di che accen- 
niamo, già sin d'ora, i viaggi di Niccolò e Antonio Zeno e di 
Pietro Quirini nell'alto nord, e quelli di Alvise da Mosto nel- 
l'Atlantico africano. 

E a questa medesima parte dell'Oceano mondiale si indiriz- 
zavano pure animosamente i navigatori Genovesi, precedendo di 
un buon tratto quelli del Portogallo nella scoperta delle isole 
Madeira, Canarie, del Capo Verde, e nella esplorazione di una 
lunga distesa delle coste occidentali d'A&ica. 

Di questi viaggi si parlerà più avaati in questo stesso vo- 



(1) RiTTER, Geschichte der Erdkunde und Entdeckungen, pag. 222. 

(2) FuLiN, Deir attitudine di Venezia dinanzi ai grandi viaggi ma- 
rittimi del secolo XV, pag. 4. 



— 138 — 

lume. Per ora ci conviene far ritorno alle terre asiatiche, e 
dire alcuna cosa della scrittura del fiorentino Balducci Pego- 
lotti intomo al viaggio dal mare d'Azov alla Cina, e dei grandi 
viaggiatori veneziani Nicolò de' Conti e Giosafatte Barbaro. 

46. Balducci Pegolotti. — Grande e nobile testimonio 
dei viaggi degli Italiani nei tempi che stiamo esaminando è il 
Trattato della mercatura di questo fiorentino, compilato nel- 
l'anno 1335 e pubblicato dal Pagnini nella sua opera sulla 
Decima. Fra le altre cose il Pegolotti discorre dell' itinerario 
dalla Tana al Cataio, delle monete, delle vetture e delle prov- 
vigioni occorrenti per tale viaggio, aperto e sicuro, come egli 
dice, per tutti i Franchi, e che compievasi in meno di un anno, 
nel modo che segue. 

Dalla Tana a Gintarchan (Astrachan) si contano 25 gior- 
nate di carro tratto da buoi, 10 o 12 giornate se si fa uso di 
cavalli. Lungo la strada si incontrano molti Moccoli (Mongoli) 
armati. Da Gintarchan si discende il fiume, e si giunge a 
Sarai, capitale dell'impero occidentale dei Mongoli, in un solo 
giorno di navigazione. Da Sarai due strade conducono ad 01- 
trarre (Otrar sul Syrdaria); l'una, che pare essere quella che 
si tiene nella state, è la più diretta, e passa al nord del lago 
di Arai; l'altra, frequentata nell'inverno, attraversa l'istmo 
che divide questo lago dal Caspio, e conduce ad Organd 
(Urghendsch) sull' Oxus inferiore, poco lungi dalla odierna 
Chiva. E qui noto di passaggio che questo secondo itineraria 
dimostra l'esistenza isolata del bacino aralico ad oriente del 
Mar Caspio (1). Da Oltrarre si giunge in 45 giorni, con 
asini carichi, ad Armalecco^ che il principe Haitho chiama 
Ahnalig e indica come una residenza dei principi Mongoli: 
questo luogo corrisponde', come già si è detto, alla odierna 
Eulgia sull'Ili. Da Armalecco la strada percorre la regione, 
relativamente depressa, compresa tra l'Aitai e i Monti Celesti, 
e conduce, in 70 giorni, a Gamexu. Questo luogo è da alcuni 



(1) Sopra questo argomento veggasi Hugues, Il lago di Arai, pag. 31 
e seg. 



— 139 — 

4 

identificato colla città di Kan-ceu non lungi dalla Grande 
muraglia; da altri coll'oasi di Ehamil o Carni verso la estre- 
mità orientale dei Monti Celesti. Dopo un viaggio di 50 giorni 
con cavalli, a partire da Camexu, si giunge ad una fiumana 
(Cara-muren, Piume giallo, Hoang-ho), e quindi a Gassai (Ca- 
thai, limite della Cina settentrionale), ove i mercanti cambiano 
il loro denaro colla carta moneta imperiale detta babisci. Da 
Cassai a Gamalecco, capitale dell'Impero (Kambalu, Feking) 
si contano ancora 30 giornate di viaggio (1). 

« La strada commerciale dalla Tana al Oattaio, dice il Pe- 
goletti, è sicurissima tanto di giorno quanto di notte. Alquanto 
pericoloso è il tratto dalla Tana a Sarai; ma, anche nel tempo 
più cattivo, se la carovana è di sessanta uomini, può viaggiare 
con altrettanta sicurezza come se in una casa qualunque si pas- 
sasse da una stanza all'altra ». 

n trattato del Pegolotti, mentre dimostra apertamente con 
quanto sollecito e industre modo gli Italiani avessero ampliati 
i loro traffici nelle lontane regioni dell'Asia centrale ed orien- 
tale, ci informa eziandio di una cosa, ed è, che il viaggio, at- 
traverso l'Asia, sino a Pekìng, era forse più facile nel secolo 
decimoquarto che in oggi. 

Intorno allo stesso Pegolotti osserva Bartolomeo Malfatti che 
non solo egli si mostra versatissimo in tutto ciò che si attiene 
all'esercizio dei traffici, sino ai paesi più remoti dell'Asia; ma 
si palesa anche dimestico della scienza, indicando come s'abbia 
a cavar partito dalle osservazioni astronomiche per la naviga- 
zione, e dalle pratiche alchimistiche per l'affinamento dei me- 
talli. Nel Balducci Pegolotti, continua l'egregio scrittore, come 
in massima nei Fiorentini, vediamo esprimersi quella concordia 
della dottrina colla pratica, della scuola colla vita, onde all'in- 



(1) La fiumana del Pegolotti è identificata da Enrico Yule col Canale 
imperiale, dal Richthofen col Tan-ho, affluente delFHan. Quanto alla città 
di Gassai, il dottore Heyd opina che corrisponda alla grande città com- 
merciale di Khinsai o Quinsai. V. Eistoire du commerce du Levant 
au Moyen-dge, II, pag. 239. 



— 140 — 

rindividuo era dato di svolgere tutta la propria energia, e di 
passare senza molta difficoltà dalle cure della bottega o del 
banco agli offici più gravi del governo o della milizia (1). 

47. Nicolò dei Conti. — Superiore, sotto parecchi aspetti, 
al beato Odorico da Pordenone, ed emulo al Polo, Nicolò dei 
Conti, probabilmente chioggiotto, veneto certo, da mercante 
audace, ma anche da osservatore diligente, visitò spazio di terra 
più ampio che non quei due suoi predecessori, reiterando in 
alcuni tratti, ad esempio nell'India, le sue peregrinazioni, e per- 
correndo plaghe non soltanto ai suoi tempi affatto sconosciute, 
quali gran parte della Cina e dell'Indocina, ma quasi ignote 
agli Europei oggi pure. Più fortunato di quelli, le sue sco- 
perte, solennemente esposte davanti a papa Eugenio lY, altro 
veneziano, e a un consesso di dotti e di dignitari ecclesiastici 
e registrate da Poggio Bracciolini, se non ebbero in Italia im- 
mediata e larga diffusione, esercitarono più forte influenza sulla 
cartografia e del pari sulla scoperta del Nuovo Mondo che non 
il Milione di Marco Polo e i racconti del frate friulano (2). 

I viaggi del Conti sarebbero stati, secondo l'ordine stesso 
della narrazione, i seguenti. 

Trovandosi ancora giovinetto in Damasco, il Conti si uni ad 
una carovana di seicento mercanti, e con essa si recò a Bàldoch 
(Bagdad) e quindi a Balsera (Bassora), donde in quattro giorni 
di navigazione, giunse al golfo Persico. E qui, avvertendo il 
movimento di marea « ad Sinum persicum pervenit , ubi fluit 
mare ac reflui t, more Oceani nostri », il Conti offre, pel primo, 
un argomento scientifico per rompere il pregiudizio, a lungo 
dominante, che quel mare fosse uno stagnane (come dice 
Fra Mauro) chiuso da ogni lato (3). 



(1) Malfatti, Della parte che ebbero i Toscani alVincremento del 
sapere geografico^ pag. 23. 

(2) Marinelli, Venezia nella storia della geografia, pag. 31 e 32. 

(3) Cosi il Marinelli nella Mem, cit., pag. 32; il Bellemo nel suo 
dotto lavoro : I viaggi di Nicolò de' Conti, pag. 265 ; il Porena nella 
recensione delFopera del Bellemo, nel Bollettino della Società geogra- 
fica italiana, 1883, pag. 761. A me tuttavia non pare che sia questo un 



— 141 — 

Navigando cinque giorni per il golfo Persico, il nostro viag- 
giatore toccò il porto di Colchum (Bender Konkun o Kongun, 
a mezzo cammino tra le bocche dello Sciat-el-Arab e lo stretto 
di Ormus). Indi navigò ad Ormesia (Ormus) piccola isola lon- 
tana dal continente dodici miglia. Ibn Batuta (un secolo prima, 
del Conti), chiama Ormus città di terraferma e aggiunge che 
dirimpetto ad essa era la nuova Ormus isola, la cui capitale 
era chiamata Harauna. Ai tempi del Conti l'antica Ormus era 
adunque del tutto abbandonata, mentre ai tempi di Marco Polo 
la nuova Ormus non esisteva ancora. 

A cento miglia da Ormus, e fuori del golfo per andare 
verso l'India, la città di Calacatia, nella quale il Conti dimorò 
alcun tempo per apprendere la lingua persiana, e che egli 
chiama noUle emporium Persarum, è identificata tanto dal 
Kunstmann quanto dal Bellemo colla città araba dì Kalahat 
Kilat sul golfo di Oman. Di là il viaggiatore veneziano si 
rivolse all'India anteriore, e propriamente al Dekhan, ove ac- 
cenna successivamente Camhahii (Cambay) sulle rive del se- 
condo golfo che si incontra al di là delle bocche dell'Indo (1); 
il porto di Pachamuria (Baccanor in alcune posteriori scritture, 
Barkur dei moderni), e quello di Helly (Ely in Marco Polo, 
Hili dì Ibn Batuta) a mezzogiorno della città di Mangalor. Da 
Helly il Conti si internò nel Dekhan, visitando l'immensa città 
di Bieenegalia (Bisnagar, l'antica capitale del Dekhan meridio- 
nale) e quella di Pélagonda^ distante otto giornate dalla pre- 



argomento decisivo in favore della comunicazione deirOceano Indiano 
colle altre parti dell'Oceano mondiale; e ciò per due ragioni. Primiera- 
mente, non risultando che il Conti avesse notizia delle alte maree che 
distinguono in cosi alto grado la parte europea dell'Atlantico, è lecito 
limitare le parole, che egli dice, al nostro Mediterraneo, nel quale le 
maree si manifestano con poca intensità; in secondo luogo è da avver- 
tire che il movimento di marea è pure sensibile in mari chiusi affatto 
indipendenti dall'Oceano e in alcuni laghi di grande estensione. Citerò, 
tra questi, il lago Superiore e il lago Michigan nell'America del Nord. 

(1) 11 primo golfo è quello detto in oggi golfo di Katsch, e chiude, 
insieme col golfo di Cambay, la penisola del Guzerate. 



— 142 — 

cedente, donde in venti giornate fece ritorno alla costa occi- 
dentale e propriamente al porto di Pudifetania^ situato nel 
Malabar, e poco lungi dalla odierna colonia francese di Mahé (1). 

Da Pudifetania, circumnavigando il Dekhan, il Conti giunse 
al secondo seno al di là deirindo, cioè al golfo del Bengala, 
6d approdò a Màlpuria (Malipur), ove si venera, in una am- 
plissima ed ornatissima basilica, il corpo di S. Tommaso. La 
provincia in cui è Màlpuria è detta dal Conti Mahabria^ con 
nome poco diverso da quello accennato da Marco Polo e dal 
nome Mahahar che gli Arabi danno alla costa del Coromandel. 
Lungo questa costa il veneziano visitò pure la città di Cahila 
(Cael in Marco Polo), importante porto sulla baia di Manaar. 
In questo golfo, egli nota subito dopo, trovasi la nobilissima 
isola Saillana (Ceylon), che ha di circuito tremila miglia; i 
suoi prodotti principali sono rubini, zaffiri, le perle che chia- 
mansi occhi di gatta, ed il cinnamomo (la cannella). 

Partito da Malipur e navigato il golfo del Bengala, prima 
nella direzione di oriente quindi verso mezzodì, lasciando sulla 
destra risola Andamaria (Andaman), che egli chiama isola 
deiroro — reminiscenza probabile dell* Aurea Chersoneso della 
geografia classica — il Conti giunse all' isola Taprohane, ed 
approdò ad una celebre città detta Sciamutra. Ora è noto che 
i Greci ed i Bomani chiamavano Taprobane risola di Ceylon; 
tuttavia nel Medio evo, ed anche più tardi, nelle relazioni dei 
navigatori Portoghesi, era generale opinione che la Taprobane 
degli antichi fosse risola Sumatra. Abbiamo veduto, trattando 
di Marco Polo, che egli dava a quest'isola il nome di Giava 
Minore, e solo in Odorico da Pordenone appare per la prima 
volta uno Stato di Sumatra nell'isola che, nella relazione del 
Beato friulano, porta pure il nome di Piccola Giava. Se 
adunque il Poggio chiama Taprobane l'isola Sumatra, non fece. 



(1) Per parecchie ragioni, che non è qui il caso di esporre, mi pare 
che non si possa accettare l'opinione di quegli autori che pongono Pu- 
difetania sulla costa orientale, gli uni a Masulipatam (come il Kunst- 
mann), gli altri a Pondichéry (come il Peschel e il De Gubernatis). 



— 143 — 

per così dire, che attenersi all'uso generale in quei tenipi. 
D'altronde, che la città di Sciamutra fosse nella seconda, per 
grandezza, delle isole della Sonda, risulta in modo evidente dai 
prodotti naturali di cui è parola nella relazione, tra i quali la 
canfora, e, più àncora, dalle tribù antropofaghe che il Conti 
chiama col nome di Batech^ corrispondente a quello moderno 
di Batta. 

Dopo un anno di soggiorno in Sumatra, il veneziano giunse 
a Thenasserim, città della penisola di Malacca che mantiene 
ancora in oggi la medesima denominazione, e quindi al Gange^ 
che egli navigò contro corrente per 15 giorni sino a Cemove. 
Del gran fiume delFIndostan, in questa parte del corso, ecco 
cosa dice il Conti : « La larghezza del Gange è tale che, navi- 
gando nel mezzo, non si vede né Tuna né l'altra sponda: tal- 
volta essa è di ben 15 miglia. Lungo le rive crescono canne 
di meravigliosa altezza e bellezza, cotalchè le braccia non ba- 
stano a circondarle. Con una di esse si fa una barca pesche- 
reccia, e del medesimo legno, che ha lo spessore di oltre un 
palmo, si fanno certi scafi buoni alla navigazione fluviale: i 
tratti tra nodo e nodo eguagliano la statura di un uomo. Il 
fiume alimenta coccodrilli e diverse specie di pesci a noi ignoti, 
ed è cinto lungo le sponde da giardini, orti e amenissìme ville. 
In questi nascono muse dal gusto più dolce del miele, simile 
al fico, e noci da noi chiamate d'India, e molti altri frutti ». 

Nella sua navigazione del Gange il Conti non si arrestò a 
Cemove, ma risalì il gran fiume per ben tre mesi , passando 
per quattro famosissime città, dopo di che giunse alla città di 
Maharatia. 

Il Peschel, nella recensione che egli fa del lavoro del 
Kunstmann sui viaggi del nostro veneziano, così interpreta 
questa parte della relazione. « Nella edizione della carta del 
Mercator fatta dall'Hondius si trovano accennate, sulle rive del 
Grange, due città col nome di Cernoucim, e, lungi a monte, 
quella di Maarazia. Porse il lettore è tratto a pensare che si 
tratti qui della città di Delhi, la capitale dei Maharadscia: se 
non che in quei tempi il trono di Delhi era occupato dagli 



— 144 — 

Afgani, i quali non avevano quel titolo dì Maharadscia, e nem- 
meno si può ritenere che la città indicata fosse una città dei 
Mahratti. Ma siccome la Maharazia del Mercator è segnata in- 
feriormente alla confluenza di un fiume detto Benove che sbocca 
nel Gange sulla riva destra, il quale fiume non può essere 
altro che il fiume di Benares ovvero la Giamna, ne consegue 
che, secondo il cartografo, Maharazia era situata inferiormente 
alla confluenza della Giamna, ed è perciò lecito ritenere che 
quella città corrisponda alla antichissima Badschmahal. Quanto 
alla città di Òemove o Cernoucìm del Mercator, sarebbe a 
porsi al disopra della confluenza del Gange col Brahma- 
putra » (1). 

Secondo il Bellemo, le quattro città incontrate dal Conti a 
monte di Cerno ve sarebbero state Bhagalpur, Patna, Benares 
ed Allahabad. Giunto a quest'ultimo luogo, egli avrebbe abban- 
donato Talveo proprio del Gange, e, navigando la Giamna, sa- 
rebbe giunto sino a Maharajapor (Maharatia del viaggiatore 
veneziano) (2). Il dottore Kunstmann, a sua volta, dichiara che 
farebbe opera vana chi volesse tentare, colla relazione estrema- 
mente succinta del Conti, una spiegazione, anche solo appros- 
simata, di questa parte delFitinerario. 

Bitomato alla costa occidentale del Dekhan, il Conti si mise 
nuovamente in mare, e, dopo trenta giorni di navigazione, per- 
venne alla foce del fiume Bachang (Arrakan), quindi, dopo 
sei giorni, alla città del medesimo nome. Per 17 giorni viaggiò 
attraverso montagne deserte di ogni abitazione, cioè il gruppo 
montagnoso che forma la cintura occidentale del bacino del 
fiume Irav^adi ; per altri 15 giorni in aperta campagna — la 
regione, relativamente piana, che dai piedi orientali di quelle 
montagne si estende sino alla destra del gran fiume dell'India 
posteriore — e finalmente si pose a navigare in un fiume mag- 
giore del Gange, che gli indigeni chiamavano Dava. La dire- 



(1) Peschel, Ahhandlungen zur Erd^ und Vólkerkunde, I, pag. 181. 

(2) Bellemo, op. cit, pag. 126 e 127. 



— 145 — 

zione generale del viaggio dovrebbe essere, come bene avverte 
il Bellerao, verso il sud-est, perchè, a fine di giungere alla città 
di Ava navigando contro la corrente deirirawadi (Dava), il Conti 
impiegò un intero mese. 

Alla descrizione della Birmania, che il Conti chiama Maein, 
seguono poche parole sul Cataio o Cina. Queste notizie sono 
tenute dal Kunstmann come una interpolazione fatta dal Brac- 
ciolini, 0, al più, come un cenno sfuggevole per incidente. L'e- 
gregio critico opina cioè che il Conti non fu mai nella Cina 
propriamente detta. A lui si uniscono pure il Peschel nel primo 
volume delle sue Dissertazioni e nella sua Storia della geo- 
grafìa (1)^ il Branca nella sua Storia dei viaggiatori italiani 
ed altri (2). Che il viaggiatore veneziano avesse potuto racco- 
gliere dai Cinesi stabiliti in Ava ed in altri luoghi della Bir- 
mania, notizie sul vasto impero dell'Asia orientale, si intende 
benissimo, ove si consideri che il bacino superiore delllrawadi 
era stato conquistato verso la fine del secolo XIII, e che ai 
tempi del Conti, come ai nostri giorni, i due paesi mantenevano 
tra di loro estese relazioni di commercio. Si aggiunge che, se- 
condo il Conti medesimo, il signore del Catai porta il titolo 
di Chachan « magnus canis, hoc est eorum lingua imperator >: 
ora questo titolo, prettamente mongolico, non è probabile che 
si fosse mantenuto in vigore sotto la dinastia cinese dei Ming 
succeduta nel dominio dell'impero a quella degli Yuen. In fine 
è a notare , che il nostro veneziano chiama la capitale col nome 
Camhaleschia, corruzione di Khanhalik che suona come città 
imperiale^ mentre dall'anno 1368 gli imperatori della dinastia 
dei Ming avevano la loro residenza nella città di Nanhing^ ed 
il primitivo nome di Khanbalik era stato cangiato dai Cinesi 
in quello di Peking. 



(1) Peschel, Geschichte der Erdkunde^ 2^ ediz., pag. 183; Abhand- 
lungen zu Erdr und Vólkerkunde, pag. 181 del voi. I. 

(2) Branca, Storia dei viaggiatori italiani, pag. 90; Amat di San 
Filippo, Biografia dei viaggiatori italiani, pag. 133; Zubx.a, Disserta- 
zioni, voi. II, pag. 192. 

HuGiJBs, Storia d$Ua Oeojrafla^ II. 10 



— 146 — 

Il Bellemo sostiene, contrariamente all'opinione degli autori 
sopracitati, che il Conti fu realmente nella Cina, e la visitò 
minutamente in alcune delle sue parti, e conforta questa sua 
asserzione con argomenti che, se non sono tutti egualmente 
persuasivi, danno tuttavia prova di molto senno critico e di 
non comune erudizione. L'esame di questi argomenti richiede- 
rebbe una troppo lunga esposizione, e ci limiteremo ad accen- 
nare, più avanti, quelli che ci paiono i più importanti. Intanto 
vediamo quali sarebbero stati, a seconda delle due diverse in- 
terpretazioni, gli itinerari del Conti, dalla capitale della Bir- 
mania sino alla sua partenza per le grandi isole della Sonda. 

Secondo il Kunstmann adunque, Nicolò Conti, disceso alla 
costa per il fiume Irawadi, giunse a Xeythona sul golfo del 
Pegù (comunemente, in oggi, ^olfo di Martaban). Ora Xeythona 
non è già, come supponeva Giovan Battista Kamusio, il porto 
cinese di Zayton, ma sibbene la città marittima di Sittang^ 
alla foce del fiume omonimo che si getta nell'angolo più in- 
terno del golfo di Martaban. Da questo luogo il Conti recossi, 
per via di terra, al porto di Pancovia, che il citato autore non 
esita a identificare col porto • siamese di Bangkok. È vero che 
questa grande città sarebbe, secondo gli Annali stessi del regno 
di Siam, di fondazione relativamente non lontana e posteriore 
al viaggio di Nicolò de' Conti ; ma, oltre che questi annali sono 
molto incompleti, potrebbe darsi che la moderna Bangkok ve- 
nisse fondata sul sito già occupato da una città più antica 
portante il medesimo nome. 

Secondo il Bellemo, invece, il viaggiatore veneziano, punto 
trattenuto dalle difficoltà e dai pericoli di un viaggio attra- 
verso la regione montagnosa dello Tunnan, dal bacino dell'Ira- 
wadi si sarebbe recato nella Cina propria, e, percorsa questa 
regione in senso inverso a quello tenuto, 150 anni prima, dal 
suo immortale compatriota, sarebbe giunto a Peking, visitando 
presso a poco le stesse città descritte da Marco Polo. E qui si 
affaccia un'osservazione importante. La relazione del Conti non 
va certo distinta per minutezza di descrizioni; ma è egli am- 
raessibile che, appunto nella parte più importante delle sue 



— 147 — 

lunghe peregrinazioni , V infaticabile viaggiatore siasi limitato 
a poche linee, nelle quali ben poco d'interessante si legge in- 
torno airimnoiensa regione del Cataio, e solo due città vengono 
nonoiinate, cioè Cambaleschia (Peking) e Nemptai? Il silenzio 
del viaggiatore intomo alle cose meravigliose che egli avrebbe 
veduto nel lunghissimo viaggio da Ava a Peking, e tra le quali 
mi limito ad accennare, per stare nel puro campo della geo- 
grafia positiva, le immense fiumane che irrigano in ogni senso 
la Cina, ed i numerosi canali che sono di questo paese un vero 
tratto caratteristico, sarebbe, nella ipotesi del Bellemo, assolu- 
tamente inesplicabile. 

Il chiarissimo autore nega il viaggio, per via di fiume, da 
Ava al golfo di Martaban, e, in appoggio della sua tesi, dice 
che troppi sarebbero stati i diciassette giorni impiegati dal 
Conti per vincere la distanza di 700 chilometri, da Ava alle 
bocche deirirawadi. Ma, anche prescindendo da che lo sviluppo 
vero del corso sarebbe non già di 700, ma, per lo meno, di 
1000 chilometri — giacché la distanza data dal Bellemo è da 
lui misurata tra Ava e il ramo più meridionale deU'Irawadi — 
è da osservare primieramente che i 17 giorni di viaggio sono, 
nella relazione, contati da Ava alla foce del fiume, ove trova- 
vasi la città di Xeythona; in secondo luogo, che anche la du- 
rata della navigazione del Gange, dalle bocche alla città di 
Maharatia, che il Conti dice essere stata di tre mesi e mezzo, 
potrebbe essere considerata come troppo lunga, anche tenendo 
conto della circostanza che la navigazione era contro la cor- 
rente ; in terzo luogo, e per ultimo, che nella relazione non si 
dice affatto che il viaggio da Ava al golfo di Martaban venisse 
fatto per via di fiume. 

Lo stesso Bellemo, analizzando l'interpretazione proposta dal 
Kunstmann, dice ancora « che il viaggio da Sittang a Bangkok 
sarebbe stato uno dei più viziosi che si possano immaginare; 
poiché da Ava il Conti avrebbe dovuto scendere al mare con 
direzione sud, poi volgere a nord-est sino al vertice del golfo 
di Martaban, e al nord sino a Sittang; e siccome questa città 
non era il termine del suo viaggio, ma lo era, secondo Fillustre 



— 148 — 

tedesco, Bangkok, egli avrebbe dovuto volgere a sud-est e tra- 
versare la piccola catena di monti che separa il bacino del 
Sittang da quello del Salwen, e poi la grande catena che sta 
fra questo fiume e il bacino del Me-nam, sul cui ramo inferiore 
siede Bangkok. Se il nostro viaggiatore da Arrakan al bacino 
delllrawadi spese 40 giorni; gli è tempo troppo breve 10 soli 
giorni di viaggio da Sittang a Bangkok, le quali città distana 
in linea retta ottocento chilometri, e vi si frappongono due ca- 
tene di monti ancora oggidì affatto inesplorate » (1). Senza dare 
troppa importanza alla cifra, alquanto esagerata, di 800 chilo- 
metri che rappresenterebbe, secondo l'egregio critico, la distanza 
da Sittang a Bangkok, un'altra circostanza deve essere messa 
in conto, ed è, che la regione montagnosa tra Tlrawadi e il 
fiume Menam non presenta, né per la sua altezza né per la sua 
configurazione, difficoltà gravi alle comunicazioni della Birmania 
col Siam, alla quale considerazione si aggiunge che la regione 
del Menam inferiore si compone, per la massima parte, di pia- 
nure quasi perfettamente livellate a guisa del Basso Egitto, 
col quale il Siam meridionale presenta non pochi punti di so- 
miglianza. 

Una grave difficoltà si affacciava però al Bellemo nel nome 
Ava^ che il Conti dà al luogo di partenza per il suo viaggia 
al porto di Xeythona. Ma siccome, prima di trattare di questa 
parte del suo lungo itinerario, il viaggiatore veneziano nomina 
la città di Nemptai che egli identifica con Nan-King^ così il 
Bellemo propone che in luogo di « Ab Ava mare versus ad 
ostium fluvii haud magni portus, ubi est Xeythona nomine... »^ 
si debba leggere « Ab hac (urbe Nemptai)... » e viene così a 
porre in Nanking il luogo di partenza per il viaggio sopraddetto^ 
e nella città di Zayton il porto di Xeythona, ove, secondo il 
contesto della relazione, il Conti si sarebbe imbarcato per giun- 
gere a Pancovia (2), e infine identifica quest'ultima colla città 
di Canton, donde incomincia la navigazione verso le due Giave.- 



(1) Bellemo, op. cit., pag. 183 e 184. 

(2) Bellemo, op. cit., pag. 190. 



— 149 — 

Da Bangkok, secondo il Kunstmann, o da Canton, secondo 
il Bellemo, il viaggiatore veneziano si recò a due isole, quasi 
agli estremi della Terra, ambedue di nome Giava, l'una delle 
quali si protende verso oriente tremila miglia, e Taltra duemila, 
e si distinguono coi nomi di Maggiore e Minore. Sono lungi 
dal continente un mese di navigazione, e tra loro distano cento 
miglia. In queste due isole tutti i geografi che si occuparono, 
più meno estesamente, dei viaggi del Conti, sono concordi 
nel riconoscere Bomeo e Giava. 

Ad oriente delle due Giave il Conti dà pure notizia di due 
isole: nell'una, detta Sandai, nascono la noce moscata e il 
macis ; nelF altra , Bandan, garofani che vengono portati alle 

Giave Al di là di esse isole il mare non è navigabile per 

i venti contrari. Quali sieno, delle isole che compongono l'ar- 
cipelago di Banda o quello delle Molucche, quelle che corri- 
spondono a Sandai e a Bandan, è impossibile stabilire con si- 
curezza. Come pure non si può nemmeno affermare che il Conti 
le abbia realmente visitate: è invece probabile che egli ne 
parlasse soltanto per informazioni avute, giacché il suo viaggio 
a quelle terre lontane gli avrebbe presentato Toccasione di co- 
noscere molte delle altre isole che fiancheggiano il mare di 
Flores e di Banda, tra le quali, principalissime , Celebes e le 
piccole isole della Sonda. 

Nel suo viaggio di ritomo il Conti toccò successivamente la 
città marittima di Ciampa (cioè la provincia cocincinese del 
medesimo nome); — Cohen (Quillon) nobile città del circuito 
di 12 mila passi, nella provincia detta Meliharia ricca di zen- 
zero, di pepe, di legno verzino e di cannella; Cochino, Calicut 
ed altri luoghi della stessa costa del Malabar; — Camhaia; 

— risola di Sechutra (Socotora) popolata da cristiani nesto- 
riani, e famosa per il suo aloe, detto appunto aloe socotrino; 

— Aden; — Barbara (Berberah) sulla costa del paese afri- 
cano dei Somali; — Gidda; — la costa presso il monte Sinai, 
donde, passato il deserto, giunse a Carras Aegypti (Cairo). 

Finalmente con due suoi figliuoli e due famigli (secondo la 
relazione del Bracciolini) il Conti rivide Venezia, probabilmente 
nell'anno 1439. 



Esaurita la descrizione dell'itinerario, il viaggiatore veneziano 
passa a trattare della yita e dei costumi delle popolazioni del- 
l'India. Questa grande regione si divide, secondo lai, in tre 
parti, la prima dalla Persia all'Indo, la seconda tra l'Indo e 
il Gange, la terza al di là del 3ange. Quest'ultima è la piii 
ricca, la più civilizzata, e quella che meglio si avvicina ai 
nostri paesi per i costumi degli abitanti. Discorre quindi del 
rito delle sepolture de' morti; dei Bramini; delle loro predizioni; 
delle mortificazioni che si infliggevano ; delle navi divise in 
celle camerette; delle navigazioni in alto mare fatte, non 
colla bussola, ma sibbene colla osservazione delle stelle che 
sono dalla parte di mezzodì verso il polo antartico; del calen- 
dario indiano, nel quale l'anno è di dodici mesi, i cui nomi 
sono quelli stessi dei segni dello zodiaco ; delle monete correnti 
nei diversi paesi, come sarebbero, in alcuni, le pietre chi 
chiamiamo occhi di gatta, in altri pezzettini dì ferro foggiati 
a modo di ago ; in altri la moneta di carta, e, nell' India an- 
teriore, i ducati veneziani; delle armi di diverse specie, come 
giavellotti, pugnali, scudi, balestre, corazze; della carta &tta 
di scorza d'albero, sulla quale si scrive non già in linee oriz- 
zontali da sinistra a destra, ma sì dall'alto a! basso; delle lingne 
parlate, le quali sono molte e molto diverse le une dalle altre; 
dei lieti riti nuziali ; degli spontanei suicidi nelle occasioni 
delle grandi feste e processioni religiose, e di moltissime altre 
cose, le quali furono, in gran parte, confermate dalle relazioni 
dei viaggiatori moderni. 

48. Giosafatte Barbaro. — Quasi contemporaneamente at 
Conti, nn altro veneziano, Giosafatte Barbaro, compieva due 
importanti via^i, il primo, dal 1436 al 1452, nella Europa 
orientale; il secondo, dal 1473 al 1479, nell'Asia anteriore, e 
partieolannente nella Persia. Senza diffonderci nel trattare mi- 
nutamente delie contrade percorse e visitate dal viaggiatore, ci 
limiteremo ad esporre quelle cose soltanto che ci paiono avere, 
nella Storia della geografia di quei paesi, un reale interesse. 

Nel Mar Maggiore (Mar Nero) si trova l'isola di Gaffa (cioè 
la penisola di Crimea o Tauride) unita colla terraferma me- 



— 151 — 

diante un istmo detto Zuchala (istmo di Perekop). Il mare di 
Azov è detto dal Barbaro Mare détte Zabacche: alla sua en- 
trata è il luogo di Cher0 (Kertsch). Il Volga, ehe porta nella 
relazione il nome di Erdil^ è un fiume larghissimo e grossis- 
Simo che mette capo nel mare di Bachu (mar Caspio) alla 
distanza di circa 25 miglia dalla già fiorentissima città di 
Citracano (Astrachan). Gli abitanti della Bussia centrale co- 
municano facilmente col mare di Bachu per mezzo del Mosco 
(Moskwa), deir Occa (Oka) che ne riceve le acque ed è, a sua 
volta, tributario, sulla riva destra, dell'Erdil. Sopra il fiume 
Mosco è la città del medesimo nome, il cui distretto è som- 
mamente fertile, ma soggetto a rigorosi freddi neirinvemo. La 
città di Cassati (Kasan), sulla sinistra dell'Erdil, è distante 
cinque giornate da Mosca, ed è centro importantissimo per il 
commercio delle pelliccio che vi vengono importate dai paesi 
di Zagatai e di Moxia situati a settentrione ed a greco: le 
pelliccio sono di là trasportate a Mosca, alla Polonia, alla 
Persia e persino alla lontana Fiandra. 

La seconda parte della relazione, minutissima per ciò che 
riguarda la corografia dell'Asia Minore, dell'Armenia, della 
Caucasia e della Persia, lascia però luogo a poche considera- 
zioni geografiche. 

Secondo il Barbaro, il sollevamento del Tauro ha principio 
verso il Mar Nero alla parte di Trebisonda, e si estende per 
levante e scirocco (est-sud-est) verso il golfo Persico. Dal che 
si vede che il viaggiatore veneziano considerava quer solleva- 
mento come composto dell' Antitauro, del Tauro di Armenia» 
dei monti del Curdistan e delle montagne che segnano il lembo 
occidentale, e più estemo, dell'altipiano iranico. Il che è anche 
provato da quanto egli dice dei popoli assai crudeli e ladri, 
detti Curdi, che in quelle montagne hanno parecchi forti fab- 
bricati sulle rupi. 

Nella Turcomania, od Armenia maggiore, si trovano due laghi, 
l'uno lungo 150 e largo 50 miglia, ed è questo il lago di Van 
(antico Arsissa); l'altro lungo 200 miglia e largo 30 con alcune 
isole abitate, ed è il lago Urumia nella provincia attuale del- 
l' Aderbeigian. 



— 152 — 

11 passo di Derhend, alla estremità orientale del Caucaso, è 
egregiamente descritto dal nostro viaggiatore. « Derbend, che 
vuoisi edificata da Alessandro sul detto mare (di Bachu), si- 
gnifica stretto, e chiamasi anche Thamircapi (Demir Kapu) 
ossia Porte di Ferro, e ben le sta questo titolo, essendo me- 
stieri passare per sue porte tutti quelli che dalla Persia, dalla 
Turchia, dalla Scria e da altri paesi vogliono andare in Tar- 
taria, posciachè tutto il terreno tra il mare di Bachu ed il Mar 
Maggiore è montagnoso, ed a grande stento si potrebbe transi- 
tarlo fuor di questo stretto che è lungo circa 60 miglia, ma 
atto ad usarvisi il cavallo y>. 

Già si è accennato, trattando di Marco Polo (v. pag. 98), ciò 
che il Barbaro dice delle sorgenti di petrolio nelle vicinanze 
della città di Bachu. 

Che il Mar Caspio fosse anticamente frequentato da navi di 
grande portata, arguisce il viaggiatore da che in un magazzino 
di Derbend vide due àncore di 800 e più libbre Tuna, mentre 
a' suoi tempi il peso delle maggiori àncore non era superiore a 
200 libbre. 

Sulle rive dello stesso mare è fatta menzione della città 
di Strava (Astrabad), celebre per le sue sete chiamate appunto 
stravine, e, a proposito della industria della seta in quelle Pro- 
vincie settentrionali della regione persiana, osserva il viaggia- 
tore veneziano che « dovunque si trovano acque si lavora la 
seta a fili sei, e lungo i fiumi si veggono casolari con caldaie, 
e vi abbondano i gelsi bianchi. Ai lidi del mare si trovano più 
terre, come Strava, Labazibenth, Mandradani (Mazenderan ?) ed 
altre, donde vengono le migliori sete ». 

Delle città persiane, quella che appare la più importante è 
Sciras « la quale volge con i borghi da miglia venti, ha po- 
polo innumerabile, mercanti assaissimi ; perchè tutti i mercanti 
che vengono dalle parti di sopra, cioè da Ero, Samarcand, e 
da lì in suso volendo venire per la via di Persia, passano per 
Siras. Qui capitano gioie assai, sete, spezierie minute e grosse, 
reobarbari e semenzine ». 

Altra città grande e commerciante, massime per lavori di 



— 153 — 

seta, è lesdi (lesd), a proposito della quale osserva il Barbaro 
che « tra le sete che vengono da Strava e d'Azzi e dal paese 
di Zagatai (Biicaria) verso il mare di Bachu, quelle di lesdi 
sono le migliori; e di cotai lavori si fornisce gran parte del- 
l'India, della Persia, Bucaria, Cataio, Mangi (Cina meridionale), 
Bursa e Turchia ». 

49. Giovanni Mandeville. — Delle relazioni di viaggi 
pubblicate negli ultimi tempi del Medio Evo, non ve ne ha 
alcuna che possa competere con quella dell'inglese Giovanni 
DI Mandeville, per il favore con cui essa venne generalmente 
accolta da un numero straordinario di lettori, e che non venne 
meno, dalla fine del secolo XV al principio del secolo XVII, 
malgrado quaranta e più edizioni in tutte le lingue d'Europa. 
La ragione di ciò sta precisamente nel carattere favoloso che 
informa, quasi in ogni capitolo, la relazione del viaggiatore, 
e rispondeva ammirabilmente al diletto che allora si provava 
per le storie meravigliose. Tuttavia, dice il più volte citato 
Vivien de Saint-Martin, riducendo al suo vero valore una rino- 
manza fondata principalmente sull'ignoranza e sulla credulità, 
vizi dominanti del Medio Evo, non possiamo disconoscere es- 
sere questo libro un curioso monumento della storia geografica 
del secolo XV, come quello che in sé riassume, per così dire, 
tutta la geografìa popolare di quei tempi. Infatti è ora provato 
che le sole parti della relazione, le quali si possono considerare 
come fondate, più o meno, sulla osservazione personale del viag- 
giatore inglese sono l'Egitto, la Siria e i paesi dell'Eufrate. 
Per tutto il resto, malgrado le affermazioni del Mandeville, il 
quale dice di avere veduto la Tartaria, la Persia, l'Armenia, 
la Libia, l'Etiopia, l'India colle sue innumerabili isole, vale a 
dire tutto il mondo allora conosciuto, è certo che egli attinse 
a piene mani negli scritti dei missionari viaggiatori del se- 
colo XrV, e specialmente in quelli di Oderico da Pordenone (1). 

Quantunque il libro del Mandeville non abbia più in oggi 



(1) Eistoire de la géographie^ pag, 281. 



— 154 — 

alcun valore, tuttavia mi pare non inutile accennare qua e là 
parecchie notizie che non mancano di qualche interesse. 

Il Nilo, dice Mandeville, incomincia a crescere quando il 
Sole entra nel segno del Cancro, raggiunge la sua massima al- 
tezza quando il Sole è nel segno della Vergine, e scorre nel 
suo letto abituale quando il Sole è nella Bilancia. Nel che il 
viaggiatore inglese poco si allontana da quanto si legge in pa- 
recchi luoghi dell'opera di Plinio. 

Il gran fiume africano viene, secondo il Mandeville, dal Pa- 
radiso terrestre, attraversa i deserti dell'India, e quindi scorre 
per lungo tratto sotto terra. Kisorge ai piedi di un'alta mon- 
tagna detta Alothe; attraversa l'Etiopia, la Mauretania e l'Egitto 
in tutta la loro lunghezza, e si getta quindi in mare presso 
Alessandria. Alcuni autori identificano il monte Alothe del 
viaggiatore inglese coi Monti della Luna di Tolomeo : meglio 
fondata pare tuttavia l'opinione di quelli che pongono il monte 
Alothe nell'Atlante, a ciò indotti da un passo della Imago 
Mundi di Onorio di Autun (scrittore del secolo XII), in cui è 
detto : « Geon qui et Nilus iuxta montem Athlantem surgens, 
mox a terra absorbetur, per quam occulto meatu currens, in 
littore rubri maris denuo funditur, Aethiopiam circumiens per 
Aegyptum labitur, in septem ostia divisus, magnum mare iuxta 
Alexandriam ingreditur » (1). 

Il Mar Morto, detto altrimenti mare Asfaltite e mare del 
Diavolo, produce molto allume ed alhatran^ vocabolo arabo che 
significa pece. Esso divide la Giudea dall'Arabia, e sulla riva 
arabica si innalza la montagna dei Moabiti, detta Kama^ sulla 
quale il falso profeta Balaam maledisse, per ordine di Balac 
re dei Moabiti, al popolo d'Israele. 

n Giordano divide la Galilea dall'Idumea, ed è formato dalla 
unione di due fiumi, Jor e Dan che hanno le loro sorgènti 
nel Libano: esso attraversa il lago Maron (Merom), e quindi 
scorre sotto terra inferiormente ad una grande pianura detta 



(1) Si paragoni questa descrizione del Nilo in Onorio di Autun con 
quella che leggesi in Plinio, libro V, 52, e nella Parte prima, pag. 78. 



— 155 — 

Meldan, cioè mercato, perchè quivi si radunano sovente, per 
trattare i loro affari, gli abitanti dei dintorni. 

NeirArmenia, che il Mandeville chiama Ermonye, si innalza 
VArarat, perpetuamente coperto di neve. Sulla sua cima è 
Tarca di Noè, la quale, quando è bel tempo, è visibile alla 
distanza di sette miglia, conformemente a quanto si legge nella 
relazione di Haitho: «Et licet propter abundantiam nivium, 
quae semper in ilio monte reperiuntur tam hieme quam aestate 
nemo valet ascendere montem illum, semper tamen apparet in 
eius cacumine quoddam nigrum quod ab hominibus dicitur 
esse arca ». 

Tre strade principali conducono alla Terra Santa : la prima, 
per Joppe, Bames (Bamatha), Lydda o Diospolis, Emmaus, e 
il monte Modin , mena a Gerusalemme (1). La seconda parte 
da Costantinopoli , attraversa il braccio di San Giorgio (Vedi 
pag. 51 ), e tocca successivamente Pulveral (Paurae o Paurace, 
non lungi dalla imboccatura dell'Halys nel mar Nero), Cynople 
(Sinopolis, l'antica Sinope) e molti altri luoghi, di cui è impos- 
sibile stabilire la corrispondenza con quelli della Geografia mo- 
derna. La terza strada passa per Tursolt (antica Tarsus), il fiume 
Far far che sbocca in mare al disotto di Antiochia, Lacuth (Lao- 
dicaea, Geble, Tortosa, Gamela (Homs, Tantica Emesa), Mauhek 
(Malbec), Tripoli, Berytus, Akìcon, Kaiphas o Castellum Pe- 
regrinorum, Caesarea, Joppe ed EmimiMs. Ma, aggiunge il 
Mandeville, si può eziandio giungere a Gerusalemme sempre 
per la via di terra, cioè attraversando la Tartaria (!), paese 
iterile e sabbioso, ma abbondante di bestiame, privo di alberi, 
e soggetto durante la state a temporali e a grandinate spa- 
ventose. 

Le notizie che il Mandeville dà sulla Etiopia paiono tratte 
specialmente dal luogo di Isidoro di Siviglia, nel quale si legge : 



(1) Conformemente alla credenza popolare allora in voga, il Mandeville 
pone Gerusalemme nel centro del mondo, e lo prova dicendo che^ avendo 
piantata un'asta verticalmente nel terreno^ riconobbe che a mezzogiorno, 
nel tempo degli equinozi, essa non gettava ombra da alcuna parte. 



— 156 - 

« Duae sant Aethìopìae, una circa solis ortum, altera circa oc- 
casam in Mauretania. Extra tres autem partes orbis quarta pars 
trans oceanum interior est in meridie quae solis ardore nobis 
incognita, in cuius finibus Antipodes fabulose inhabitare pro- 
duntur » (1). Realmente il viaggiatore inglese divide l'Etiopia 
in orientale e meridionale, ma certamente questa divisione si 
appoggia sopra un malinteso, giacché in tutti gli altri autori 
che trattano della Etiopia si parla sempre di una Etiopia orien- 
tale e di una Etiopia occidentale. Così, ad es., in Plinio, in 
Onorio di Autun, in Vincenzo di Beauvais. 

Nella Etiopia scorre un fiume, le cui acque sono molto calde 
nella notte, molto fredde di giorno. Pressoché tutti gli scrit- 
tori pongono questo fiume nel paese dei Oaramanti: così, ad es. 
Solino, il quale dice : « Garamanticum oppidum est Debris fonte 
miro; qui denique alternis vicibus die frigeat, nocte ferveat, 
ac per eadem venarum commercia, interdum ignito vapore 
aestuet, interdum glaciali horrore algescat » (2). 

Come nelle lontane e sconosciute terre deir Etiopia gli an- 
tichi scrittori ponevano volentieri la dimora di esseri favolosi, 
così pure il Mandeville, che, a proposito degli abitanti di quella 
terza parte del Mondo antico, parla degli uomini da una sola 
gamba, e tuttavia velocissimi al salto, i quali uomini erano 
detti Sciapodi, perchè, quando è maggiore il caldo del Sole, essi 
stanno in terra supini, e con V ombra de' piedi si proteggono 
da' raggi solari (3). Nella Etiopia i fanciulli sono di colore 
bianco, ma diventano neri invecchiando: lo stesso si trova negli 
antichi autori, ma concordemente applicato a certe tribù della 
regione indiana. Solino, tra essi, dice: « Apud Ctesiam legitur... 
esse rursum gentem alteram, quae in inventa sit cana, nigrescat 
in senectute » (4). 

Nella stessa parte del mondo trovasi il paese di Saba, già 



(1) IsiD., Etym., lib. V, 16, 17. 

(2) SoLiN., cap. XXIX, 1. 

(3) Gfr. Plin., Hist nat, VII, 2. 

(4) SoLiN., cap. Lll, 28. 



— 157 — 

soggetto ad uno dei tre re Magi. Così dice difatti la leggenda; 
se non che questo paese di Saba è posto da alcuni nel lontano 
Oriente e neirindia. 

Nell'India sono in uso quelle navi soltanto che non hanno 
ferro di sorta, poiché questo metallo sarebbe attratto dalla ca- 
lamita che si trova in mare. Presso gli Indiani e gli Arabi 
molte tradizioni marittime parlano di isole funeste ai naviga- 
tori, perchè la loro potenza magnetica attraeva a sé il ferro 
che serviva ad unire l'una colFaltra le diverse parti della nave, 
oppure la rendevano immobile (1). 

Gli abitanti di Ghana (Thana in Odorico da Pordenone), 
adorano il fuoco, i serpenti, gli alberi: è pure oggetto della 
loro venerazione la prima persona che essi incontrano al mat- 
tino. Questa circostanza è pure accennata da Marco Polo: « Essi 
(quelli del regno di Felech nella Giava Minore) adorano molte 
cose, perchè quando alcuno si leva su la mattina, adora la 
prima cosa ch'ei vede per tutto quel dì » (2). 

La città di Polomia (Polumbum in Odorico) è situata nelle 
vicinanze di una grande montagna. Ai piedi di questa scatu- 
risce una sorgente, la quale cangia di gusto ogni giorno. Chi 
beve tre volte di quest'acqua a digiuno, guarisce da ogni ma- 
lattia, e rimane sempre in perfetta salute. 

Il Mandeville si ferma volentieri alla descrizione delle me- 
raviglie che Odorico da Pordenone, come si è detto, si trattiene 
dallo esporre nella sua relazione. Egli passa successivamente 
in rivista i giganti da un solo occhio nel mezzo del petta 
{Arimaspi degli antichi, così in Erodoto, III, 116 e IV, 13); 
gli uomini senza testa, e cogli occhi nelle spalle ; gli individui 
dalla faccia perfettamente piatta, senza naso e senza bocca; i 
pigmei, alti non piti di tre spanne, i quali non vivono al di 
là di otto anni, e sono industriosissimi, specialmente nel fab- 
bricare stoffe di seta e di cotone; i giganti di trenta piedi di 



(1) Humboldt, Cosmos, IV, pag. 51. 

(2) Marco Polo, / viaggi, lib. Ili, cap. 12. 



— 158 — 

altezza^ i quali abitano in un'isola dell'Asia centrale, mentre 
i discendenti dai rami primogeniti della famiglia, stanziati in 
un'isola non lontana, eccedevano di venti piedi quella statura. 

Nel paese di Cadilla, ad oriente del Catai, si raccolgono 
frutti della grandezza e della forma di una zucca, i quali, 
giunti a maturità, si aprono nel mezzo e lasciano vedere nel- 
l'interno un piccolo animale dotato di carne, di ossa e di sangue. 
Questi animali rassomigliano ad agnelli senza lana, e si man- 
giano col frutto. 

Al regno del Prete Gianni il Mandeville dà il nome di Pen- 
toxyria. Egli ebbe la fortuna di vedere questo Principe cri- 
stiano, seduto sul trono e circondato da 12 arcivescovi e 220 ve- 
scovi, in un palazzo le cui porte erano di sardonico, le sbarre 
d'avorio, le finestre di cristallo di rocca, le tavole di smeraldo, 
e illuminato di notte tempo non da lampade, ma da giganteschi 
carbonchi. 

E, per finirla con queste enormità che il Medio Evo amava 
e raccoglieva con infantile trasporto, giacché allora le molti- 
tudini non credevano che le cose incredibili o quasi, e, entu- 
siaste per il fantastico, nulla curavano di ciò che è veramente 
utile e grande (1), accenniamo ancora alle imprese del duca 
Oggero il Danese, contemporaneo di Carlo Magno, che il Man- 
deville vide dipinte sulle pareti del reale palazzo di Giava, ed 
al mare di sabbia che occupa una vasta estensione nel paese 
soggetto al Prete Gianni, e nel quale le onde si innalzano e 
si abbassano a somiglianza delle onde dell'Oceano. La qual cosa 
potrebbe alludere alle dune mobili che caratterizzano non di 
rado i deserti sabbiosi dell'Asia e dell' A&ica: ma il Mandeville 
aggiunge che in quell'Oceano di sabbia sbocca un fiume di 
roccie, il quale, abbonda, come l'Oceano stesso, di pesce eccellente. 



(1) Branca, op. cit., pag. 62. 



— 159 — 

Capitolo IX. 

J viaggi neU* Atlantico Settentrionale. 

Viaggi di Madoc — Nicolò ed Antonio Zeno — Pietro Quirini. 

50. Viaggi di Madoc. — Che, come i loro fratelli e vicini 
deirirlanda , dei quali abbiamo brevemente discorso nel capi- 
tolo II (pag. 36), anche i Gallesi si stabilissero , intomo allo 
stesso tempo, nei paesi transatlantici corrispondenti al Labrador, 
all'isola di Terranuova ed ai paesi della Nuova Inghilterra, 
non è improbabile. Ma, delle loro avventure non è traccia negli 
annali storici di quella nazione, e solo abbiamo confuse notizie 
della navigazione di Madoc ap Owen, secondogenito di Owen 
Guyneth, principe del Galles settentrionale, in un'antica leg- 
genda ed in un poema di Mereditho, bardo Gallese, scritto 
nell'anno 1477. Nel desiderio di vedere nuovi paesi, e, più an- 
cora, nel fine, di sottrarsi alle lunghe e sanguinose discordie 
cagionate da gravi contese per la successione al trono paterno, 
Madoc abbandonò il suo paese nativo neiranno 1170, e, navi- 
gando nella direzione di ponente, approdò ad una costa scono- 
sciuta, nella quale vide molte cose strane e mirabili. La de- 
scrizione che egli fece, al suo ritorno in patria, del fertile 
paese incontrato al di là dell'Oceano, persuase molti de' suoi 
connazionali ad accompagnarlo in un secondo viaggio, il quale 
ebbe luogo di fatti, alcun tempo dopo, con dieci navi bene 
equipaggiate; ma né di lui né de' suoi compagni non giunse 
più alcuna notizia in Europa. Riccardo Hakluyt considera il 
gallese Madoc ap Owen come lo scopritore delle Indie Occi- 
dentali, 300 e più anni prima delle immortali esplorazioni di 
Colombo, ed anzi opina che appunto a quegli antichi stabili- 
menti gallesi, della seconda metà del secolo XII, debbano la 
loro origine le croci, delle quali lo storico Lopez de Gomara 
assicura che erano adorate nell'isola Acozumil o Cozumel, sco- 
perta Sai Grijalva nell'anno 1518. Altri, fondandosi sulle tra- 
dizioni popolari e sulla lingua degli Indiani stabiliti nel bacino 



— 160 — 

medio del Mississippi, tentarono di dimostrare che essi discen- 
dono direttamente da Madoc. Che anzi si sono cercati gli emi- 
granti gallesi in una delle tribù dell' estremo occidente del- 
l' America del Nord, per cui, avuto riguardo alla grande diffusione 
di 'quelle famiglie gallesi, si propose addirittura di chiamare 
il Nuovo Mondo non già col nome usuale di America, o col 
nome di Colombia, ma bensì con quello di Madoda (1). 

51. Nicolò ed Antonio Zeno. — I paesi atlantici del- 
l'America settentrionale, si trovano pure descritti, in parte, 
nella relazione dei viaggi eseguiti, nella seconda metà del se- 
colo XIV, dai due nobili fratelli veneziani, Nicoiiò ed Antonio 
Zeno, nelle parti boreali dell'Atlantico. 

Verso il 1390, navigando Nicolò alla volta delle Fiandre e 
dell' Inghilterra, per ragion di negozio, come usavano allora i 
nobili sì veneziani che genovesi, veniva colto da una furiosa 
tempesta e gettato su di un'isola che egli od il suo omonimo 
giuniore chiamano Frislanda^ e nella quale ebbe lieta acco- 
glienza da Enrico Sinclair — detto nel racconto Zichmni — 
conte, a quel tempo, delle Faroer, delle Shetland, delle Orcadi 
e della contea scozzese di Caithness. Il Veneziano, assai perito 
nella navigazione, fu preposto da Zichmni alla propria flotta, 
ed alle imprese, tanto di guerra che aveva con certi nemici 
lungo le coste, quanto di scoprimenti di nuove regioni. Poco 
dopo, pare nel 1391, giunse anche colà Antonio Zeno, chiama- 
tovi con lettera dal fratello, ed insieme passarono quattro anni, 
durante i quali si spinsero sino alla Groenlandia. Ma il clima 
rigido del Nord e le gravi fatiche condussero a morte Nicolò 
poco dopo il suo ritorno nella Frislanda, intomo al 1395. An- 
tonio rimase ancora dieci anni al servizio di Sinclair , ed in 
questo tempo, oltre ad alcune spedizioni sue proprie, ebbe no- 
tizia di certe terre situate lungi a ponente, e delle quali si 
discorrerà piti avanti : verso il 1405, per concessione di Zichmni, 
fece ritomo a Venezia, ove morì poco dopo. 

Tanto nella relazione dei viaggi e delle avventure degli Zeno, 



(1) KoHL, Geschichte der Entdeckung Amerika's, pag. 27. 



— 161 — 

pubblicata solo nell'anno 1558 da Nicolò Zeno iuniore, quanto 
nella carta che l'accompagna, conosciuta col nome di Carta da 
navegar^ è indicata un'immensa penisola, unita nella direzione 
di greco colla Scandinavia per mezzo di una linea mal definita, 
lungo la quale le parole « ma/re et terre incognite », chiara- 
mente esprimono l'incertezza dell'autore. Questa terra porta ad 
oriente il nome di Grólandia^ ad occidente quello di Engrch 
nelant^ e, quantunque le denominazioni speciali date ai diversi 
luoghi della linea costiera non corrispondano a quelle accen- 
nate nelle topografie molto particolareggiate delle colonie scan- 
dinave, tuttavia è impossibile non riconoscere la Groenlandia 
in questo vasto paese dell'alto Nord. Al sud della Groenlandia, 
e a più di 1000 miglia ad occidente della Frislanda, che i 
cementatori moderni identificano colle Farder, la carta e la re- 
lazione menzionano le due terre di Estotiland e di Brocco. 
Nella lettera di Antonio a suo fratello Carlo si narra come al- 
cuni pescatori della Frislanda, messisi in mare, 26 anni prima, 
fossero stati assaliti da una fiera burrasca, che li condusse in 
vista di un'isola detta EstotHanda^ poco minore dell'Islanda, 
ma di questa assai più ricca ed ubertosa, occupata nel mezzo 
da un monte altissimo, dal quale sorgevano quattro fiumi, ed 
abitata da famiglie industriose già in relazione con quelle della 
Frislanda, perchè, diceva uno dei pescatori, « si veggono libri 
latini nella libraria del re che non vengono bora da loro in- 
tesi ». Il nome Estotiland pare la traduzione letterale del nor- 
dico East'OuIand (terra esteriore dell'est), e conviene benissimo 
alla posizione del Labrador, della Nuova Brunswick e di Ter- 
ranuova, paesi che occupano le più orientali sporgenze dell'Ame- 
rica del Nord: tuttavia, per la giacitura più avanzata di Ter- 
ranuova verso oriente, mi pare che a questa meglio che agli 
altri due paesi convenga quella denominazione. 

Lo stesso pescatore della Frislanda dice che verso il sud 
« hawi un gran paese ricco di oro e popolato: seminano grano 
e fiajino la cervosa, sorta di bevanda che usano i popoli setten- 
trionali come noi il vino ; hanno boschi di immensa grandezza 
e fabbricano a muraglia, e vi sono molte città e castella : fanno 

HueoKS, Storia delia OtograJSa^ II. 11 



— 162 — 

navili e navigano, ma non hanno la calamita, né intendono col 
bossolo la tramontana. Per il che questi pescatori furono in 
gran pregio, sì che il re (deirEstotiland) li spedì con dodici 
navili verso ostro nel paese che essi chiamano Drogio (Droceo 
nella carta annessa alla relazione zeniana) ». 

Gettati da una furiosa tempesta sulle coste di un paese sco- 
nosciuto e popolato da antropofagi, i marinai Frislandesi vi 
trovarono quasi tutti la morte: se gli altri non toccarono la 
medesima sorte, lo dovettero all'astuzia di uno di loro che avea 
insegnato al capo di quei selvaggi il modo di pigliare il pesce 
colle reti. Lo stesso pescatore salì poi a tanta rinomanza presso 
le popolazioni dei paesi vicini, che ebbe campo di conoscere e 
di praticare con piena sicurezza tutte quelle regioni. Delle quali 
dice « essere un paese grandissimo, e quasi un nuovo mondo, 
ma gente rozza e priva di ogni bene, perchè vanno nudi tut- 
toché patiscano freddi crudeli, né sanno coprirsi delle pelli degli 
animali che prendono in caccia: non hanno metallo di sorta 
alcuna, vivono di cacciagioni e portano lancio di legno nella 
punta aguzze, e archi, le corde dei quali sono di pelle d'ani- 
mali: sono popoli di grande ferocità, combattono insieme mor- 
talmente, e si mangiano T un l'altro; hanno superiori e certe 
leggi molto differenti tra di loro ; ma più che si va verso gar- 
bino (libeccio) vi si trova più civiltà per l'aere temperato che 
vi é : di maniera che vi sono città, templi agli idoli, e vi sa- 
crificano gli uomini, e se li mangiano poi, avendo in questa 
parte qualche intelligenza e uso dell'oro e dell'argento » (1). 

Nelle parole che precedono nulla è detto che possa condurre 
il geografo a fissare, anche solo in modo approssimativo, la posi- 
zione del paese di Drogio o Droceo. A questa mancanza provvede 
però la Carta da navegar annessa alla relazione, nella quale 
esso paese é segnato a mezzodì dell'Estotiland, per il che non si 
può a meno di riconoscerlo nella penisola che, detta Acadia dai 
primi coloni francesi, porta comunemente sulle nostre carte il 
nome di Nuova Scozia^ e nei paesi marittimi adiacenti dal 



(1) Ramusio, Navigazioni e viaggi, li, 23CV233. 



— 163 — 

Iato dì sud-ovest. Qaanto al grandissimo paese che il pescatore 
della Frislanda percorse nel lungo spazio di tredici anni, esso 
corrisponde senza dubbio a quelle parti dell'America setten- 
trionale che si trovano a mezzogiorno od a sud-ovest della detta 
penisola e degli Stati della Nuova Inghilterra. Alcuni autori, e 
tra essi il cardinale Zurla (1), volendo esaltare di troppo la re- 
lazione degli Zeno, caddero in evidente esagerazione, quando 
identificarono col Messico e col Perù i paesi a sud-ovest di 
Droceo. Gli unici argomenti in appoggio di questa opinione 
sono quelli stessi che si leggono nel racconto del pescatore della 
Frislanda^ cioè il clima sempre più mite di mano in mano 
che si procede verso libeccio, i templi e gli idoli venerati da 
quelle lontane famiglie, la civiltà più avanzata, l'uso dei me- 
talli preziosi. Non è tuttavia necessario spingersi sino a quelle 
latitudini tropicali per trovare tutto ciò ; che anzi, per rispetto 
al clima, gli altipiani dell' Anahuac . e le valli andine del Perù 
giacciono in una zona climatologica meno favorita di quella 
della Georgia, della Florida e del bacino inferiore del Missis- 
sippi. Manca inoltre, nella relazione, l'elemento geografico, im- 
portantissimo in queste difficili ricerche. 

Il più bel titolo di gloria dei due illustri patrizi veneti è 
quello della esplorazione, per vero dire molto limitata, del paese 
che Erik Banda chiamava, 400 anni prima, col nome di 
Orònland (2). Nella state dell'anno 1392, allestiti tre piccoli 
legni, i due Zeno navigano verso tramontana, partendo da 
Bressay nelle Shetland, e giungono bIV Engronélant Ivi trovano 
un convento di Domenicani sotto il titolo di San Tommaso, 
presso una montagna che butta fuoco come il Vesuvio e l'Etna ; 
vi è, poco lontana, una sorgente d'acqua bollente, della quale si 
servivano i monaci per riscaldare la chiesa e il monastero, cu- 
cinare le vivande e cuocere il pane: coU'uso di quell'acqua, e 
mediante canali sotterranei, si ottenevano ne' giardini i fiori, i 
frutti e le erbe dei più temperati climi; attirandosi con ciò 



(1) Zurla, Dissertazioni^ voi. II, pag. 76 e 77. 

(2) V. pag. 33. 



— 164 -, 

l'ammirazione e doni d't^ni sorta dal popolo, verso cui d'altra 
parte erano liberali nello spendere e nell'occuparlo in lavori di 
artificio. Grettando acqua fredda sulle pietre ardenti si otteneva 
buonissima calce e cemento, e colle medesime pietre estinte 
ottimi materiali di costruzione. Il superfluo dell'acqua calda 
correndo al mare rendeva in qualunque stagione liquido e pe- 
scoso un gran porto e il mare medesimo per grande tratto, con 
molto prefitto del commercio di quel paese, dove andavano per 
iar cambi persino i mercatanti di Dronthelm e del Capo di 
Sopra Norvegia (1). 

Nella Eugronelant della carta zeniana il Cenobio di S. Tom- 
maso è segnato ad un altissimo grado di latitudine (74° 30')r 
il quale si opporrebbe rìcisamente alle meravigliose circostanze 
accennate nella relazione. È anzi questo uno degli alimenti 
messi in campo da quegli autori che negano l'estensione delle 
nozioni degli Zeno sino a quel paese dell'alto Nord. Ma qui è 
necessario osservare, che l'alta latitudine attribuita al convento 
di S. Tommaso proviene specialmente dall' errore di Nicole 
giuniore dello avere trasportato le Shetland di fianco all'Islanda, 
e dalla quantità del viaggio che in tal caso si calcola dal 
luogo di partenza dall'Islanda sino al monastero di S. Tommaso. 
Laddove, osserva il De Simon! , se il punto di partenza fosse 
stato, come doveva essere, il gruppo vero delle Shetland, l'ar- 
rivo al monastero sarebbe stato verso il 63° parallelo, vale a 
dire non lungi dal capo Farewel (2). A questa latitudine di 63"* 
si giunge semplicemente sottraendo primieramente da quella 
di 74° Siy la differenza in latitudine tra la costa settentrionale 
dell'Islanda e il gruppo delle Shetland, cioè circa 5 gradi, e 
quindi sottraendo dal risultato altri 5 gradi, accettando l'os- 
servazione del Nordenskìdld, che, se si diminuiscono rispettiva- 
mente, ciascuno di cinque, i gradì di latitudine sovrapposti alla 



(1) Ramusio, voi. II dell'edizione del 1574; De Simoni, I viaggi e la 
carta dei fratelli Zeno veneziani, pag. 13. 

(2) De SisioNi, / viaggi e la carta dei fratelli Zeno veneziani, studi» 
'■ Buondo, pag. 24. 



— 165 — 

carta, si viene ad avere una quasi generale conformità colle 
posizioni latitudinali moderne (1). 

Non possiamo, in questo lavoro, discutere una ad una le 
molte opinioni, le une favorevoli le altre contrarie alVauten- 
ticità, tanto della relazione quanto della Carta da navegar dei 
fratelli veneziani. Il lettore che brami avere notizia di tutto 
ciò ricorra ai dottissimi lavori pubblicati, or non è molto, da 
Cornelio De Simoni, giudice competentissimo ed imparziale. Il 
quale, con ampio corredo di erudizione, ed appoggiandosi eziandio 
al giudizio di due sommi critici, Alessandro di Humboldt 
e il Nordenski5ld, riesce, nei due lavori più sopra citati, a 
dimostrare con tutta evidenza quanto poco sieno fondati i dubbi 
che vennero, specialmente in questi ultimi anni, espressi da 
parecchi geografi intorno alla verità dei viaggi e delle scoperte 
degli Zeno. 

Strane e singolari parranno le particolarità che si leggono 
nella relazione a proposito del Chiostro di S. Tommaso e dei 
suoi dintorni. Ma qui viene in acconcio la testimonianza di un 
Islandese, Ivan Bardsen, il quale fu, nel secolo XIV, inten- 
dente del Vescovo di Gardar nella Groenlandia, e ci lasciò una 
preziosa descrizione delle colonie allora esistenti in quelle re- 
gioni. Ora, il fatto più interessante per la questione di cui ci 
stiamo occupando è questo, che, dopo aver accennato, sulla costa 
occidentale, un monastero dedicato a Sant'Olao e a Sant'Agostino, 
il Bardsen dice che nella parte più interna di un vicino fiord, 



(1) Nel 1558 fu stampata a Venezia per cura di Francesco Marcolini 
la relazione delle scoperte fatte da Nicolò e Antonio Zeno nel setten- 
trione d'Europa tra il cadere del secolo XIV e il principio del seguente. 
L'edizione fu preparata da Nicolò Zeno giuniore, discendente diretto dal 
suo omonimo scopritore. Ivi però avverte il lettore che, essendo egli 
ancora fanciullo, aveva fatto sciupio delle lettere e carte relative, e che 
accortosi poi tardi della loro importanza aveva cercato di raccapezzarle 
il più che fosse possibile in un ben ordinato racconto, ristabilendo anche 
come aveva potuto la carta geografica che vi andava unita, rosa dai 
tarli e guasta dalFumidità, ed aggiungendovi del suo la graduazione 
tanto dei paralleli quanto dei meridiani. 



— 166 — 

detto Bafnfiord, si trovano alcune piccole isole abbondanti di 
acque termali. Senza alcun dubbio, dice qui Clemente Mark- 
barn (1), si tratta delle sorgenti calde di Onartok, vicino alle 
quali si trovarono alcune rovine delle dimore degli antichi co- 
loni : inoltre la posizione di Onartok coincide perfettamente col 
sito del monastero nella corografia di Ivan Bardsen. Riccardo 
Major, che si è molto occupato dei viaggi degli Zeno e della 
posizione delle antiche colonie scandinave o normanne sulle 
coste Groenlandesi, opina che il convento di Sant'Olao debbasi 
collocare sulle rive del golfo di Tassermiut, la cui posizione, 
del resto poco lontana da quella di Onartok, si confà meglio 
alla descrizione degli Zeno, essendovi colà un lago ed un alto 
monte. In riguardo di questa ultima circostanza si avverta che 
Antonio Zeno fu una seconda volta alla Groenlandia, dopo mor- 
togli il fratello, e che in quella terra egli nomina un punto 
chiamato Trin, donde si vedeva di lontano un gran monte che 
gittava fumo e materie liquide e ardenti come pegola, che cor- 
revano al mare. 

In una dissertazione letta all'Accademia delle Scienze di 
Stocolma nell'anno 1883, l'illustre Nordenskìòld così riassume 
le sue indagini intomo ai documenti cartografici più antichi, 
nei quali sono rappresentate le parti settentrionali dell'Europa 
e dell'America Nord-est. 

1) La carta degli Zeno deve essere fondata sopra un'an- 
tica carta marittima del Nord costrutta prima del 1482, e pro- 
babilmente portata in Europa da Antonio Zeno. — 2) Non si 
conosce alcuna copia esatta dell'originale stesso, ma se ne co- 
noscono però due, più o meno alterate, quella cioè dello Zeno 
giuniore stampata nel 1558 e nel 1561, e quella di Denis, 
stampata nel 1482. Sulla prima di queste due copie venne 
quasi esattamente conservata la distribuzione antica delle terre 
e del mare, ma per altro lato è stata adattata alla navigazione 
coU'aggiunta di vari nomi che compariscono nel testo, come le 
isole di Icaria, Bres, Brons, Irans, Iscant, ecc.: le isole Paroer 



(1) Marrham, Les abords de la ragion inconnue^ pag. 112. 



— 167 — 

e Shetland sono rappresentate assai più grandi del vero ; ed in 
fine vi si aggiunsero le latitudini e le longitudini, di cui le 
prime sono generalmente troppo settentrionali. Queste altera- 
zioni sono meno sensibili nella prima edizione della carta del 
Denis : buona è quella che si riferisce alla Groenlandia situata 
più verso il nord, per darle una posizione che meglio sì accor- 
dasse colle posteriori determinazioni fatte per mezzo della bus- 
sola, e colle idee geografiche della seconda metà del sec. XY. 
— 3) Le due carte del Zeno e del Denis non sono compilazioni 
indipendenti dalla carta originale: quella degli Zeno, più ricca 
e più corretta, tanto nei nomi quanto nei particolari, deve es- 
sere, delle due, la più antica. — 4) La carta delle regioni set- 
tentrionali che Antonio Zeno portò con sé dalla Frislanda deve 
essere considerata, dal punto di vista cartografico, come straor- 
dinariamente buona per que' tempi, e quasi eguale a quella del 
Mediterraneo costrutta da Andrea Bianco. — 5) La medesima 
carta deve essere il risultato della esperienza di viaggi ripetuti 
in quelle regioni da marinai intelligenti, probabilmente prima 
che si introducesse colà 1' applicazione della bussola nautica; 
dal che si deve conchiudere che, verso la fine del secolo XIV, 
e forse nel secolo XV, i viaggi verso la parte nord-est del- 
TAmerica erano molto più frequenti di quanto generalmente si 
crede. — 6) Nello schizzo aggiunto da Zeno giuniore al libro 
pubblicato dal Marcolini nell'anno 1558 sono rappresentati, in 
generale con verità, i paesi circostanti alle FarOer visitati dai 
due veneziani insieme con un corsaro del nord (1), tra cui un 
monastero situato probabilmente sulla costa orientale della 
Groenlandia, ed un porto situato in qualche luogo della costa 
meridionale. E bene si appone il Marinelli, affermando che la 
carta zeniana fu la prima a riprodurre, in forma esatta e giusta. 



(1) Secondo il Nordenskiold, il personaggio che porta nella relazione 
il nome di Zichmni e dal quale Nicolò Zeno ebbe così buona acco- 
glienza, non sarebbe Sinclair, conte delle Orcadi, sibbene uno qualunque 
degli arditi filibustieri che in quei secoli tanto infestarono il setten- 
trione d'Europa. 



— 168 — 

gli arcipelaghi settentrionali e le costiere scandinave e groen- 
landesi, tanto da non poter essere vinta in valore se non dalle 
carte di questo nostro secolo (1). 

52, Piero Quirìni. — Del viaggio di Piero Quirino o 
QumiNi, veneziano, il quale, navigando verso la Fiandra nel- 
Tanno 1431, colto da fiera procella, naufragò sulle coste occi- 
dentali della Norvegia, si hanno due relazioni, Tuna scrìtta da 
lui stesso , r altra dai suoi compagni Cristoforo Fioravante e 
Nicolò di Michiel; amendue pubblicate nel secondo volume 
della grande Baccolta di Giovan Battista Bamusio. 

Dice il Quirini che lo scoglio dove egli ed i suoi compagni 
sbarcarono era distante « in ver ponente dal Capo di Norvegia 
da miglia 70 ». Ora, siccome il Capo Nord nella Scandinavia 
trovasi airincirca sotto la latitudine di 71^, lo Zurla ne con- 
chiude che r estremo limite 'della loro navigazione verso tra- 
montana doveva essere fissato alquanto al sud-ovest dove sono 
parecchie isolette con altre maggiori, cioè a dire circa il 70** pa- 
rallelo (2). In appoggio di questa conclusione , V eruditissimo 
prelato accenna quanto il Quirini stesso dice della lunga du- 
rata del giorno continuo sotto quelle alte latitudini : « Tre mesi 
dell'anno, cioè giugno luglio ed agosto, sempre è giorno, né 
mai tramonta il sole, e ne' mesi opposti sempre è quasi notte, 
e sempre hanno la luminaria della luna ». Ma nella seconda 
relazione, dettata dai compagni del Quirini, si dice che la notte 
dura dal 20 novembre al 20 febbraio e dal 20 maggio al 
20 agosto sempre si vede o tutto il sole, o i suoi raggi non 
mancano. Ora l'afiermazione del Quirìni è evidentemente erronea, 
essendo assolutamente impossibile che il sole, il quale incomincia 
ad essere sempre visibile al 1® di giugno, cioè 21 giorni prima 
del solstizio d'estate, rimanga ancora sull'orizzonte per 70 giorni 
dopo lo stesso solstizio. Conviene adunque ammettere che il 
viaggiatore veneziano sia caduto in errore, e che invece di 



(1) Marinelli, Venezia nella storia della geografia^ pag. 30. 

(2) Zurla, Di Marco Polo e di altri viaggiatori veneziani, voi. II, 
pag. 269. 



— 169 — 

90 giorni di continuo giorno, la presenza del sole sull'orizzonte 
del luogo fosse di soli 42 giorni, poco più poco meno. In tale 
condizione si trovano i luoghi aventi per latitudine 67^ 55', la 
quale differisce, in più, dì soli 20 minuti primi di grado da 
quella cui venne condotto il prof. Pennesi nel suo lavoro dedi- 
cato all'esame del viaggio del Quirini (1). Né questa semplice 
conclusione è contraddetta dalla relazione del Fioravante , 
giacché, come bene osserva il Miniscalchi Erizzo (2), si deve 
intendere nelle parole « sempre si vede tutto il sole o i suoi 
raggi non mancano », non solo la durata costante del sole sul- 
Torìzzonte, ma benanche il tempo dei crepuscoli. La latitudine 
di 67® 55' di 67° 35' (secondo il Pennesi) corrisponde molto 
approssimativamente al luogo in cui si innalzano le isolette di 
Sandò e di Ròsi, nelle quali non si può a meno di riconoscere 
risola dei Santi e quella di Bustene, di cui nella relazione del 
viaggio. 

La parte più importante della relazione del Quirini non sta 
tuttavia nelle cose che si riferiscono al punto estremo toccato 
dal viaggiatore sulle coste occidentali della Scandinavia, bensì 
neir affermazione che il Capo di Norvegia , o altrimenti il 
Capo Nord, segna Testremità settentrionale della penisola, di- 
mostrando così un progresso notabilissimo sulle nozioni che di 
quel paese si avevano, non solo nella seconda metà del sec. XV, 
ma eziandio nella prima metà del secolo XVI. Abbiamo già 
accennato, nel paragrafo precedente, la carta del tedesco Nicolao 
Denis, la quale porta la data dell'anno 1482. Ora in questa 
mappa la Scandinavia è tagliata dal parallelo 7P, senza che 
per quésto la terra pare che termini nei suoi limiti settentrio- 
nali, verso i quali continuerebbe anzi ad estendersi compatta, 
se la mappa stessa non term'inasse al medesimo parallelo. Così 
pure nella carta di Giacomo Ziegler, pubblicata a Strasburgo 
nel 1542, la Groenlandia è ancora un'appendice della Norvegia 



(1) Pennesi in Bollettino della Società geografica italiana^ 1885, 
pag. 834. 

(2) Le scoperte artiche, pag. 120. 



— 170 — 

nella direzione di occidente: e in fine nella famosa carta di 
Olao Magno, l'estremo limite dell'Europa e propriamente della 
Scandinavia è segnato dal parallelo boreale di 84** 30' (1). Se- 
condo il Quirini invece, il Capo Nord verrebbe a porsi sotto 
la latitudine approssimativa di 69 gradi, appena inferiore di 
2 gradi alla vera. 



Capitolo X. 

Le navigazioni nelV Atlantico meridionale 
(secoli XIII e XIV). 

I fratelli Vivaldi — Scoperta delle Canarie — Scoperta di Madeira e delle Azere 
— Nicoloso da Recco — Jayme Ferrer — I Francesi alla costa occidentale 
d* Africa — 1 viaggi del Frate Mendicante. 

53. I fratelli Vivaldi. — Prima che i navigatori italiani 
al servizio di Stati stranieri si dedicassero ai viaggi di sco- 
perte (2), venivano iniziati, specialmente dai Liguri, parecchi 
tentativi di esplorazione lungo le coste occidentali d'Africa, e 
nelle isole dell'adiacente Atlantico. 



(1) Queste tre carte sono unite alla bella ed importante pubblicazione 
del NoRDENSRiòLD, La Yega^ voi. I, pag. 31, 33 e 42. 

(2) Accenniamo, tra questi, i genovesi Benedetto Zaccaria e Gii Boc- 
canegra fratello al doge Simone, i quali furono ammiragli di Gastiglia, 
il primo nel 1292, il secondo negli anni 1345 e 1359; Ambrogio Bocca- 
negra, ammiraglio di Gastiglia, del quale va ricordata la spedizione del 
1371 in soccorso del Re di Francia alleato di quella Gorona; Nicolò 
Usodimare viceammiraglio al servizio d*lnghilterra nel 1337 e nel 1338; 
Antonio Doria che nel 1330 si condusse con 50 galere al soldo del Re 
di Francia per guerreggiare contro Tlnghilterra; Emanuele Pessagno, 
ammiraglio portoghese con decreto e convenzione del 1° febbraio 1317, 
sovente nominato nelle guerre marittime di quei tempi; Lanzerotto Pes- 
sagno, figlio di Emanuele, investito della dignità ereditaria di ammira- 
glio portoghese con lettera del Re Pietro I del 26 giugno 1357. V. Amat , 
DI San Filippo, in Bollettino della Società geografica italiana, 1880, 
pag. 61 e 62; Belorano, in Atti della Società ligure di storia patria, 
tomo XV. 



— 171 — 

E, primi fra essi, in ordine cronologico, i fratelli Valdino 
ed Ugolino Vivaldi, della cui navigazione, diretta a toccare le 
Indie circuendo il continente africano, si hanno alcune ,brevi 
relazioni. L'una è dell'annalista Jacopo D'Oria, il quale lasciò 
scrìtto sotto la data del 1291 : « Eodem quippe anno Thedisius 
Aurie, Ugolinus de Vivaldo et eius frater, cum quibusdam aliis 
civibus Janue, ceperunt facere quoddam viagium, quod aliquis 
usque tunc facere minime attemptavit. Nam armaverunt optime 
duas galeas, et victualibus , aqua et aliis necessariis infra eis 
impositis, miserunt eas de mense Madii de versus Strictum 
Septe^ ut per mare Oceanum irent ad partes Indie, mercimonia 
inde deferentes. In quibus iverunt dicti duo fratres de Vivaldo 
personaliter, et duo fratres Minores ; quod quidem mirabile fuit 
non solum videntibus, sed etiam audientibus. Et postquam 
locum qui dicitur Oozora transierunt, aliqua certa nova non 
habuimus de eis. Dominus autem eos custodiat, et sanos et 
incolumes reducat ad propria ». 

Da queste parole si trae primieramente, che Tedisio Doria 
ebbe parte bensì nello apprestare le navi destinate all'ardita 
impresa, ma che soli i fratelli Vivaldi si imbarcarono perso- 
nalmente sopra le due galee : in secondo luogo, che la spedizione 
si spinse al di là della regione costiera dell'Africa occidentale, 
conosciuta col nome di Gozora, o altrimenti Qhazoìa o Ghezola^ 
la quale cominciava al capo Nun, e comprendeva le due tribù 
dei Lamta e dei Oazola. 

Una seconda relazione è contenuta in una copia di varie tra 
le dichiarazioni e leggende che si incontrano di frequente nelle 
carte idrografiche del Medio Evo, comunemente conosciuta col 
nome di Itinerario di Antoniotto Usodimare. « Anno 1281 
(leggi: 1291) recesserunt de civitate Janue due gallee patro- 
nizate per dominos Vadinum et Guidum de Vivaldis fratres, 
volentes ire in Levante ad partes Indiarum ; que gallee multum 
navigaverunt. Sed quando fuerunt diete due gallee in hoc mare 
de Ghinoia, una earum se reperit in fundo sicco per modum 
quod non poterat ire, nec ante navigare. Alia vero navigavit 
et transivit per istud mare usque dum venirent ad civitatem 



— 172 — 

unam Ethiopìe nomine Menam, capti faerunt et detempti ab 
illis de civitate, qui sunt Christiani de Ethiopia submissi Pre- 
sbitero Johanni. Civitas ista est ad marinam prope flumen Sion 
(Gihon, cioè il Senegal). Predicti fuerunt taliter detempti, quod 
nemo illoram a partibus illis unquam redidit ». 

Brevi cenni della medesima spedizione ci lasciarono pure 
Pietro di Abano (sec. XIII), Agostino Giustiniano (anno 1537) 
e Uberto Polieta (anno 1528), i quali ripetono, a un di presso, 
quanto già ne aveva riferito Jacopo D'Oria. 

Bestava a conoscere se alcuno si fosse mai avventurato alla 
ricerca degli arditi ed infelici navigatori, ed ecco rispondere in 
modo affermativo l'autore anonimo (un monaco francescano spa- 
gnuolo) di un piccolo trattato geografico, scritto nella prima 
metà del secolo XIY, il quale dice, che trovandosi nella città 
di Gra9Ìona (nell'Africa interna a mezzodì del Senegal), seppe 
che erano stati colà condotti i genovesi della galea giunta ad 
Amenuam (Menam della relazione di Usodimare), mentre del- 
l'altra piti nulla si era saputo. Procedendo poi sino a Magdasor 
nella Nubia, ebbe notizia di un genovese per nome Serleone, 
il quale, messosi sulle traccie di suo padre, membro di quella 
spedizione, voleva giungere al paese di Gra9Ìona per vedere se 
gli fosse dato di raggiungere il suo pietoso intento, ma che il 
Signore di Magdasor vi si era opposto a cagione della strada 
molto incerta e pericolosa. 

Nel racconto di questa spedizione l'anonimo spagnuolo si ac- 
corda, riguardo alla sostanza, goW Itinerario dell'Usodimare, la 
cui narrazione è universalmente ricevuta per vera. In secondo 
luogo il racconto è confermato nuovamente dallo stesso Usodi- 
mare in una sua lettera del 12 dicembre 1455, colle seguenti pa- 
role: « Beperui ibidem unum de natione nostra ex illis galeis 
credo Vivalde, qui se amiserit sunt anni 170 (leggi: 164), qui 
mihi dìxit et sic me affirmat ipse secretarius non restabat ex 
ipso semine salvo ipso ». In terzo luogo, se si trattasse di uno 
scritto apocrifo, sarebbero mancati al falsario spagnuolo gli ele- 
menti per attribuire al figliuolo di uno dei fratelli Vivaldi il 
nome che realmente gli risulta dalle carte genovesi. Dalle quali 



— 173 — 

infatti si vede che di Ugolino nacque Sorleone, il quale eser- 
citava la mercatura, e, nel 1302, essendo tuttavia minorenne, 
pigliava accomandite di denaro per trafficarlo in Sicilia. Queste 
tre osservazioni, trascritte quasi letteralmente da una dotta e 
breve nota di Tommaso Belgrano, tolgono ogni dubbio intorno 
air autenticità dell' importante documento dell' anonimo spa- 
gnuolo. Meno accertata mi pare invece la identificazione che 
l'egregio critico fa della città di Magdasor colla città di Ma- 
kadashu di Ibn Batuta (Magadoxo delle carte moderne), sulla 
costa orientale d'Africa; quantunque anche il De Simoni e 
Teobaldo Fischer l' accolgano senza esitazione (1). Ma l'indole 
stessa di questo lavoro si oppone alla trattazione minuta di un 
tale argomento. 

54. Scoperta delle Canarie. — Una parte, alnieno, del- 
l'importante arcipelago delle Canarie era stata conosciuta dal- 
l'antichità classica sotto la denominazione di Isole Fortunate, 
e il nome stesso di Canarie è una prova di quelle antiche no- 
zioni che il re Giuba aveva messe in circolazione nel mondo 
romano (2). Gli Arabi nulla ci hanno lasciato che possa infor- 
marci delle loro proprie esplorazioni, e forse, accennando nelle 
loro opere le isole della Felicità, essi si limitarono a trasmet- 
terci un riflesso delle indicazioni degli antichi geografi, e spe- 
cialmente di Tolomeo. 

Per l'Europa neo-latina, queste isole erano una terra per- 
duta, che all'abilità dei marinai genovesi venne dato di ritro- 
vare e di far conoscere alla Cristianità. Nel racconto che Gio- 
vanni di Béthencourt fa degli avvenimenti, di cui l' isola 
Lanzerote fu il teatro nell'anno 1402, si legge: « Alcuni giorni 
dopo, Gadifer mandò alcuni de' suoi a far provvista di orzo , 



(1) Fischer, Sammlung mittelalterlicher Welt- und Seekarten ita* 
lienischen Ursprungs^ pag. 12 e 13; Db Simoni, Le carte nautiche ita- 
liane del Medio Evo^ pag. 8; Belgrano, in Atti della Società ligure 
di storia patria, voi. XV, pag. 321 e seg. 

(2) D'AvEZAC, Les tles de VAfrique, parte 2», pag. 148; V. anche la 
Parte prima di questo mio lavoro, pag. 57. 



V 



perchè noi maDcavamo aSàtto di pane : essi raccolsero infatti una 
grande quantità d'orzo, e lo depositarono in nn antico castello 
che altravolta era stato edificato, a quanto si dice, da Lancelot 
Maloisel ». MolW probabilmente è da questo personaggio che 
ebbe il suo nome (di Lanzerote) l'isola ia cui egli aveva, al- 
cuni anni prima del navigatore normanno, costrutto il castello 
di cui è parola nella Cronaca. Questa ipotesi si converte anzi 
in assoluta certezza, se si pone mente al iatto che, là dove si 
innalza l'isola di cui ai tratta, sotto il nome dì Insula di Lan- 
ciloto, Lansalot o Lansaroto, tutte le carte nautiche dei secoli 
XIV e XV portano l'altro nome di Maloxelo, Mahzeli, Maro- 
gelo Maroxello, il quale completa così il nome intero di 
Lanciloto Maloxelo, forma italiana che corrisponde senza con- 
testazione alla forma francese di Lancelot Maloisel (1). 

Sorge ora spontanea la domanda: in quale anno Lancellotto 
Malocello giunse alle Canarie? Alcune poche righe che si leg- 
gono nel libro De vita solitaria di Francesco Petrarca per- 
mettono di risolvere moltA approssimativamente la questione. 
« Praetereo, egli dice, Portnnatas insnias , quae estremo sub 
occidente ut nobis et viciDÌores et notiores, sic quam longissime 
vel ab Indis absunt vel ab arcto; terra multonim sed imprimis 
Flaeci Ijrieo Carmine nobilis; cuius perretusta fema est et 
recens ; eo siquidem patrum memoria Januensinm armata classìs 
penetravit, et nuper Clemens VI illi patriae principem dedit, 
quera vidimns, Hispanomm et Gallonim regum mixto sanguine 
generosura quidem virum » (2), 

La frase del Petrarca, patrum memoria, esclude rieisamente 
che la scoperta delle Canarie sia avvenuta ai tempi dell' im- 
mortale Poeta, nato nel 1304: essa ci conduce invece a pa- 
recchi anni prima, o ai principii del Trecento, come opina il 
De Simoni, o a circa l'anno 1275 secondo il D'Avezac (3). 

{IJ D'Ave ZAC, op. cit., pag. 40. 

(2) De vita solitaria, lib. II, cap. XI. 

(3) De SiMOM, ìq Giornale ligaslico, 1874, pag. 224-229; D'Atbzìc, 
>. cit-, pag. 40 ; Amàt bi San Filippo, in Bollettino della Società geo- 
grafica italiam, 1880, pag. GMl. 



— 175 — 

55. Scoperta di Madeira e delle Azore. — Nei rac- 
conti arabi che si riferiscono alle isole Eteme, e nelle leggende 
cristiane, si ha forse qualche cenno lontano delle isole Azore. 
Ma è certo che la prima esplorazione di questo importante ar- 
cipelago debbesi, come quella delle Canarie, attribuire ai Ge- 
novesi, quantunque intomo a siffatte scoperte nessuna relazione 
ci sia stata tramandata dagli scrittori contemporanei. Basta, in 
appoggio a questa affermazione, osservare che le carte del 
XIV secolo, risalendo sino al Portolano mediceo dell'anno 1351, 
rappresentano con grande precisione tutto l'arcipelago delle 
Azore, astrazione fatta da un difetto generale di orientazione, 
il quale sta in ciò, che le isole di esso arcipelago si presentano 
allineate da settentrione a mezzodì, e non, come è realmente, 
dal nord-ovest al sud-est. Nella predetta Carta le isole non 
sono indicate, ciascuna, con nomi particolari, ma sibbene ogni 
gruppo porta la sua speciale denominazione. Così il nome di 
Insule de Cabrerà è applicato al gruppo sud-est (isole di S. Mi- 
chele e di Santa Maria), quello di Insule de Ventura sive de 
Gólumhis^ ad una parte del gruppo centrale (S. Giorgio, Fayal 
e Pico), quello di Insule de Gorvis marinis al gruppo del nord- 
ovest (Flores e Corvo): Terceira sola, nel gruppo centrale, ha 
la sua denominazione propria di Insula de Brazi. E qui sta 
la prova più importante della priorità italiana in queste sco- 
perte, giacché tutti questi nomi, a guisa di quelli che la Carta 
dà delle Canarie, sono italiani o genovesi (1). 

Se le isole Eteme degli Arabi rispondono alle Azore ; se le 
isole della Felicità rappresentano le antiche Fortunate e sono, 
alla loro volta, rappresentate dalle Canarie de' nostri giomi, 
converrà ammettere eziandio che la Gezyret-el-Ghanam o isola 
del bestiame minuto^ risponda dXHIsóla dello Legname dei na- 



(1) Ecco i nomi deUe Canarie, quali si trovano nel detto Portolano: 
Lallegranza (probabilmente dalla nave Alegranza delia spedizione Vi- 
valdi?) — Lanzaroto — J. de* vegi marini — J. de Forte Ventura — 
Canaria — Ulnfemo (Tenerifa) — Cerri (Lobo) — Ins, senza ventura 
— Ins. de li parme. 



i 



^ 176 — 

vigatori italiani (Ilha da Madeira dei Portoghesi), e che la loro 
Oezyret Eaqa o isola degli ttccelli sia identica a Porto Santo. 
Tra le leggende cristiane, quella di San Brandano pare che 
accenni pure a quelle due isole sotto nomi analoghi a quelli 
dei geografi arabi; ed anzi i cartografi dei secoli posteriori al 
secolo XI inscrivono nei loro portolani la denominazione gene- 
rale di Insula^ fortunatae Sancti Brandani. Ma le carte del 
secolo XIV rappresentano queste isole in modo più certo e più 
preciso, senza tralasciare le piccole isole deserte e le isole sel- 
vaggie che fanno, con esse, parte dell'arcipelago o gruppo di 
Madeira ; e a questo proposito accenniamo una circostanza ana- 
loga a quella che abbiamo detto per le Canarie e le Azere, 
che cioè le denominazioni appartengono^ senza eccezione^ alla 
lingua italiana, dal che è giuocoforza conchìudere che agli Ita- 
liani, e in particolare ai Genovesi, l'Europa neo-latina andò de- 
bitrice della effettiva rivelazione di questo arcipelago africano (1). 
E qui non sarà inutile riportare i nomi coi quali quelle isole 
sono indicate nel Portolano mediceo (1351), nella carta dei 
fratelli Pizigani (1367), nella carta catalana del 1375, e nelle 
due carte, pure catalane, del 1384 e del 1413. 

1) Portolano del 1351: Porto Santo (Porto Feno) — Madeira (Y, 
de Legname) — Deserte (Y. deserte). 

2) Carta del 1367 : Porto Santo ( Ysole Brandany) — Madera ( Ysola 
Canaria) — Deserte (Ysola Capirizia), 

3) Carta del 1375: Porto Santo (Porto Sco.) — Madeira (Insula de 
legname) — Deserte (Insulta deste) — Selvaggie (Insula salvatge), 

4) Carta del 1384: Porto Santo (Porto Santo) — Madeira (Y, de 
legname) — Deserte (Desertes) — Selvaggie (J. Salvaz). 

5) Carta del 1413: Porto Santo (Porto Santo) -- Madeira (Y, de 
Lenyame) — Deserte (Insula deserte) — Selvaggie (Insule selvages), 

56. Nicoloso da Recco (a. 1341). — La più antica de- 
scrizione dell' arcipelago delle Canarie si trova in uno scritto 
latino di Giovanni Boccaccio, pubblicato per la prima volta 
nell'anno 1826 da Sebastiano Ciampi, nel quale si racconta 



(1) D'AvEZAC, op. cit., pag. 116. 



— 177 — 

brevemente di una spedizione allestita dal re Alfonso lY di 
Portogallo, nello scopo di esplorare più da vicino le isole afri- 
cane già toccate da altri navigatori italiani^ e posta sotto gli 
ordini del genovese Nicoloso da Kecco e del fiorentino Angio- 

LINO DEI CORBIZZI. 

« L'anno 1341 dalla Incarnazione del Verbo, dice il Boccaccio, 
si ricevettero a Firenze alcune lettere di mercatanti fiorentini 
stabiliti in Siviglia nella Spagna Ulteriore, nelle quali si con- 
tengono le cose che andremo esponendo. 

« Essi dicono adunque che, al 1® di luglio del 1341, due navi 
fornite dal re di Portogallo (Alfonso IV) di tutte le provvigioni 
necessarie ad una lunga navigazione, ed accompagnate da una 
piccola imbarcazione armata, colle ciurme composte di Fioren- 
tini (1), di Genovesi, di Castigliani e di altri Spagnoli, misero 
alla vela dalla città di Lisbona, dirigendosi verso le isole che 
noi chiamiamo comunemente ritrovate (quas vulgo repertas di- 
citur); che, favorite da buon vento, vi approdarono tutte dopo 
cinque giorni di navigazione; che, infine, furono di ri tomo (a 
Lisbona) nel mese di novembre, recando quattro uomini di 
quelle isole, molte pelli di montone e di capra, sevo, olio di 
pesce, spoglie di vitelli marini, legname da tingere in rosso, 
simile al verzino ma diverso da questo, scorze di alberi che 
servono pure a tingere in rosso, ed altre cose simili. 

« Il genovese Nicoloso da Becco, uno dei capitani di queste 
navi, riferiva che dalla città di Siviglia alle predette isole si 
contano circa 900 miglia, ma che dal luogo detto in oggi 
Capo San Vincenzo la loro distanza è assai minore. La prima 
delle isole esplorate, del circuito di 150 miglia, era interamente 
rocciosa e selvaggia, ma però abbondante di capre e di altro 
bestiame. Un'altra isola, alquanto maggiore della precedente, 
era molto popolata e bene coltivata: i suoi prodotti principali 
sono diverse specie di grani e di frutti, specialmente fichi buoni 
quanto quelli di Cesena. Molte altre isole si trovarono, distanti 



(1) Una nota marginale, di mano del Boccaccio, nomina, tra i fioren- 
tini, il capitano Angiolino dei Gorbizzi. 

HueoES, storia della Qtografia^ II. 12 



— 178 — 

da quella cinque, dieci, venti e quaranta miglia: le navi si 
diressero verso una di esse, ma non vi trovarono che alberi di 
grande altezza. Una quarta, affatto deserta di abitanti, era ab- 
bondantemente provvista di acque eccellenti, come pure di falchi 
e di altri uccelli rapaci, e di colombi che si lasciavano ucci- 
dere a colpi di bastone. In un' altra isola si mostrarono alte 
montagne rocciose coperte di neve per la maggior parte del 
tempo: le pioggie vi erano frequenti, ma con cielo sereno il 
suo aspetto era veramente delizioso. 

«I naviganti visitarono altre 13 isole, le une abitate, ma 
non egualmente, le altre deserte. Il mare era colà assai più 
tranquillo che il Mediterraneo, e formava buoni ancoraggi ma 
pochi porti. Essi trovarono di più un' altra isola , nella quale 
però non discesero, perchè si offerse al loro sguardo una cosa 
straordinaria. Colà si innalza cioè una montagna avente 30 e 
più miglia di altezza, visibile da grande distanza e sul vertice 
della quale appare qualcosa di bianco ; e siccome tutta la mon- 
tagna è rocciosa, quel bianco presenta la forma di una citta- 
della, ma si suppone che invece si traiti di una roccia molto 
aguzza con in cima un albero della grandezza, a un dipresso, 
dell'albero di una nave, al quale sarebbe appesa una verga con 
una grande vela latina e tesa in tutta la sua lunghezza: essa 
pare in seguito abbassarsi a poco a poco a guisa dell'albero di 
una nave lunga, per innalzarsi poi, continuando sempre nella 
stessa maniera, qualunque sia la posizione dalla quale la si os- 
servi. Supponendo che questo prodigio fosse prodotto da qualche 
incantamento magico, i marinai non osarono prendervi piede. 

« Molte altre cose essi videro , che il detto Nicoloso però 
non volle raccontare. Tuttavia pare che quelle isole non sieno 
ricche, perchè la spedizione appena trovò tanto da coprire la 

spesa dell'allestimento I quattro uomini condotti a Lisbona 

sono nativi dell'isola Canaria ; essi non intendono alcuna lingua, 
sono di statura non superiore alla nostra, di membra forti e 
molto intelligenti. Non conoscono né oro, né argento, né spezie. 
Hanno poi gli abitanti di quelle isole un sistema di numera- 
zione, nel quale pongono la decina a destra dell'unità ». 



— 179 — 

Che le isole, di cui nella relazione tranoandataci dal Boc- 
caccio, fossero le Canarie, risulta evidentemente dalla distanza, 
in 900 miglia , che corre tra queir arcipelago e la costa sud- 
ovest della penisola spagnuola; dal nome Canaria dato ad una 
delle principali terre del gruppo; da quanto si legge intorno 
all'altissima montagna dell'isola inesplorata, e che non può al- 
trimenti alludere che al famoso vulcano di Tenerife; da ciò 
che il Boccaccio dice di quelle isole, che cioè erano chiamate 
comunemente ritrovate, colla quale espressione egli non intende 
che del gruppo di Madeira o di quello delle Canarie; final- 
mente, dal gran numero delle isole toccate dalla spedizione, 
circostanza questa che non conviene che al secondo di questi 
gruppi insulari africani. 

57. Jayme Perrer (a. 1346). — Kivale della marineria, 
tanto abile e attiva, degli Italiani, si presenta, nella storia geo- 
grafica dei secoli XIII e XIV, quella dei Catalani e dell'isola 
di Maiorca. Raimondo Lullo riferisce che i navigatori catalani 
si servivano, prima del 1286, di strumenti per misurare, di 
carte marine, dell'ago calamitato e del compasso dì mare (1); 
e Christobal Clodera dice che in Maiorca si costruivano stru- 
menti grossolani bensì, ma tali tuttavia da permettere, anche 
in alto mare, la determinazione dell'altezza del polo, cioè della 
latitudine. Ai cartografi e ai piloti di Maiorca ricorsero sovente 
le altre nazioni, ed è noto che della loro opera molto si valse 
il Portogallo quando, sotto la direzione di D. Enrico il Navi- 
gatore, si inaugurarono le memorabili spedizioni che dovevano 
condurre alla scoperta del Capo di Buona Speranza. 

Lungo la costa occidentale d'Africa, la Storia della Geografia 
ricorda la navigazione del maiorcano Jayme Ferrer, della quale 
si ha una succinta relazione nell'Itinerario di Antoniotto Uso- 
dimare. « Nel 1346, il 10 agosto giorno dedicato a S. Lorenzo, 



(1) « Marinarii quomodo mensurant mìliarìa in mari? Et ad hoc 
instrumentum habent, chartam, compasum, acum et steliam maris y>. 
Nel quale passo si intende sotto il nome di stella maris la rosa dei 
venti unita colla bussola. Fischer, op. cit., pag. 70. 



— 180 — 

una galea del capitano Giacomo Ferrer partì dalla città dì 
Maiorca per andare al fiume dell'Oro (ad riu Auri), ma non 
se ne ebbe più alcuna notizia. Questo fiume è detto Vedamel 
per causa della sua lunghezza: lo si chiama fiume delVOra 
perchè vi si raccoglie dell'oro in polvere. E sappiate che la 
maggior parte degli abitanti di quella contrada si occupa nel 
raccogliere l'oro nel fiume stesso che ha una larghezza di una 
lega ed una profondità capace delle più grosse navi ». E quindi^ 
subito dopo, al principio della leggenda 92*: « Questo è il punto 
estremo delle terre africane nella direzione di occidente ». 

La stessa navigazione del Ferrer è ricordata nella carta ca- 
talana del 1375 colla seguente leggenda: « Partich l'uxer (1) 
d'En Jac. Ferer, per anar al riu de l'Or, el gorn de Sen Lorens 
qui es a X da agost, e fo en l'any MCCCXLVI ». 

Il fiume di cui si parla nell'Itinerario, sotto il doppio nome 
di Vedamel e di Kio dell'Oro, non corrisponde, come opinano 
alcuni autori, al Nigir o fiume di Melli (Wed al-Mellì), giacche 
il vocabolo Wed o TJtd significa o un letto asciutto di un an- 
tico fiume, un fiume solo periodicamente ricco di acque, 
mentre il Vedamel è descritto come un fiume di grande lun- 
ghezza, molto profondo e capace di ricevere navi di grossa por- 
tata. Inoltre il Nigir porta, presso gli Arabi, il nome di Bahr 
Ghana (Vedi pag. 65). Altri pensano che il Vedamel della re- 
lazione sia uno dei due fiumi che portano nella carta catalana 
del 1375 il nome di Vetenil^ e dei quali il settentrionale cor- 
risponde al Wed Nun che termina nelle vicinanze del capo 
omonimo, il meridionale al fiume JDraa (Wed Nul del geografo 
Bekri). Ma né l'uno né l'altro sono fiumi perenni, né traspor- 
tano sabbie aurifere, né sboccano presso l'estremità occidentale 
dell'Africa. Il Vedamel dell' Usodimare é piuttosto il Senegal 
fiume di Budamel, il quale corrisponde, e per la lunghezza 
e per la larghezza alla foce, e per la profondità, e, infine, per 
la ricchezza in oro, al fiume di cui é cenno nelY Itinerario, Il 



(1) Uxer (in italiano: usciere) si disse una specie di nave da portar 
cavalli, mercanzie e simili. 



- 181 — 

nome Btidamel, applicato ad un'intera regione, non è propria- 
mente che il titolo dato, nell'Africa occidentale, ai capi più 
potenti. Non è inoltre improbabile che, come opina Kiccardo 
Major, in luogo di Vedamel si debba leggere Vedanil, equi- 
valente a Wed-Nilj nome dato al Senegal da parecchi scrittori 
arabi. 

58. I Francesi alla costa occidentale d'Africa. — 
Alla navigazione di Giacomo Ferrer fanno seguito, cronologi- 
camente, i viaggi e gli stabilimenti dei Francesi sulla costa di 
Guinea, cominciati nell'anno 1364 e, a poco a poco, abbando- 
nati verso Tanno 1410. Intorno a queste esplorazioni varie sono 
le opinioni degli scrittori. Alcuni le ammettono senza contesta- 
zione; altri le negano ricisamente; altri opinano che i naviga- 
tori francesi abbiano fatto bensì, sulle orme dei Genovesi, al- 
cuni tentativi di colonizzazione delle terre a&icane, ma non 
siano giunti al di là del capo Nun. Per parte nostra ci limi- 
tiamo ad esporre .qui le più antiche di quelle navigazioni, 
quali risultano dalla relazione pubblicata neir anno 1669 da 
Villault de Bellefonds, impiegato della Compagnia francese 
delle Indie Orientali, il quale nel 1666 aveva fatto un viaggio 
alla Guinea, e si era valso, per la sua pubblicazione, tanto 
delle sue proprie osservazioni quanto dei documenti originali 
che per mala sorte andarono, più tardi, perduti nel bombarda- 
mento di Dieppe (anno 1694). 

Il Villault riferisce che, essendosi i DiejJpesi risolti ad in- 
traprendere viaggi di lungo corso lungo le coste africane e al 
di là delle Canarie, allestirono nel novembre del 1364 due navi 
della portata, ciascuna, di circa 100 tonnellate, le quali fecero 
vela per le Canarie, e giunsero, verso il Natale, al Capo Verde, 
approdando, dirimpetto al Kio Fresco, nella baia che conservava 
ancora, ai tempi dello scrittore, il nome dì Baia di Francia. 
Al di là del Capo Verde, si diressero a sud-est, e giunsero a 
Bulombel, o Sierra Leone dei Portoghesi. Di là passarono da- 
vanti al Capo di Moulé. E infine si arrestarono alla foce di 
un piccolo fiume vicino a Rio Sextos, ove è un piccolo villaggio 
che i Dieppesi a ricordo e, per la somiglianza del paese nativo. 



chiamarono Petit Dieppe. Quivi terminarono di caricar le naTÌ 
di morphi e del pepe detto malaghetta, e, ritornando sui loro 
passi, giunsero a Dieppe negli ultimi di maggio del 1365. 

Nelle imprese successive si mostrano associati i mercanti di 
Bouen con quelli di Dieppe coli' allestimento di quattro navi, 
due delle quali dovevano commerciare lungo la costa dal Capo 
Verde al Petit Dieppe, e le due altre spingersi più avanti nella 
direzione di oriente. Ma la grande quantità di pepe che una 
di queste ultime trovò al Grand-Sestre (1) bastando all'intero 
carico, non le permise di andare più lungi, mentre la quarta 
nave, sorpassando la costa dei Denti, giunse sino alla costa se- 
guente, dalla quale ebbe a riportare alcun poco di polvere d'oro, 
ma in compenso una grande quantità di avorio. 

Tanto a Grand-Sestre quanto alla Costa dell'Avorio i Fran- 
cesi non avevano avuto però dagli indigeni favorevole accc^lienza, 
e fu questa la i-^ione che li indusse a limitare, negli anni 
seguenti, le operazioni di commercio al tratto compreso tra 
Petit-Dieppe e il Grand-Sestre, da essi battezzato col nome di 
Parigi. È per renderle piìi facili, si stabilirono in questi due 
1u(^hi, pure mantenendo alcune fattorie al Capo Verde, a 
Sierra Leone e al Capo di Monte. 

Tuttavìa, nell' anno 1380, diminuiti i profitti sia per la ri- 
valità degli stranieri che da cinque anni frequentavano pure 
l'Africa occidentale, sia per la grande quantità dei prodotti 
afrìcani importati in Europa, i mercanti dì Dieppe e di Bouen 
risolvettero di spingersi piìi in là, cioÈ sino al luogo medesima 
in cui, sedici anni prima, si era trovato dell'oro. 

Venne perciò equip^giata a Rouen una nave di circa 150 ton- 
nellate, la Nostra Donna del Buon Viaggio, la quale, partita 
nel settembre, giunse alla Costa d'Oro verso la fine del de- 
cembre, donde, nove mesi dopo, ritornò a Dieppe con un ricco 



carico (1). Ed essendosi fatte più amichevoli le relazioni cogli in- 
digeni, i mercanti della Normandia mandarono nuovamente colà, 
nel 1381, tre navi, la Vergine, il San Nicolao, e la Speranza. 
La prima si fermò nel primo luogo scoperto nelle esplorazioni 
precedenti, e che i Francesi chiamarono La Mine per la grande 
quantità d'oro che vi si portava dai dintorni. 11 San Nicolao 
negoziò a Capo Corso e a Mouré, al disotto di La Mine, e la 
Sper<atjsa andò sino ad Akara dopo avere commerciato in di- 
versi luoghi, come Fantin, Sabouc e Cormentin. Dieci mesi dopo, 
i naviganti ritornarono in Francia, e seppero talmente fare 
presso i mercanti di Eouen e di Dieppe , vantando il paese, 
l'indole mite degli abitanti e la quantità d' oro che se ne sa- 
rebbe potuto trarre, da indurli a stabilirvisi definitivamente. E 
cosi, nel 1389, furono mandate altre tre navi, due grandi ed 
una piccola, le quali dovevano passare al di là di Akara e sco- 
prire il resto delle coste. Le due prime erano cariche di ma- 
teriali destinati alla costruzione di una fattoria a La Mine, la 
quale venne difatti costrutta e lasciata in custodia di dieci uo- 
mini: dopo di che ritornarono a Dieppe con un ricco carico. 
Ma la nave più piccola, che doveva oltrepassare Cormentin 
ed Akara, venne colta dal cattivo tempo, e costretta al ritomo: 
il suo arrivo a Dieppe precedette di tre mesi quello delle altre 
due. E, giunte queste a Dieppe, immediatamente si rimandò a 
La Mine la piccola nave, caricandola delle provvigioni neces- 
sarie agli nomini cbe erano colà rimasti, ed in quattro anni la 
colonia divenne talmente grande che vi fu costrutta la Chiesa 
che si vede ancora in oggi. Questi principi!, aggiunge lo scrit- 
tore, erano troppo felici ed i guadagni troppo lauti perchè po- 
tessero seguitare lungo tempo. Colle guerre civili incominciate 
nel 1410, il commercio deperì considerahilmente, molti mer- 
canti interessati in quelle imprese vennero a morire, ed in 
luogo di tre o quattro navi che annualmente partivano dal 



(t) Secondo un manoscritto pubblicato nell'anno 1867 dal sig. Pieiin 
Margiy, questa apedizione, comandata come le precedenti dal capitano 
Giovanni Prunaut di Rouen, aarebbe stata fatta nell'anno 1379. 



J 



— 184 — 

porto di Dieppe, era già molto se in due anni potevano alle- 
stire due navi per mandarle, una a Petit-Dieppe , l'altra a 
Grand-Sestre. Finalmente, continuando la guerra, furono abban- 
donati non solo gli stabilimenti della Costa d'oro, ma eziandio 
tutti gli altri, ed il commercio della Guinea venne a cessare 
totalmente. 

Se si paragonano queste tradizioni con quelle che ci sono 
riferite da Gomez Eannes de Zurara, il grande cronacista delle 
scoperte portoghesi in Africa, si vede che soltanto nel 1415, 
dopo la presa di Ceuta, Tinfante D. Enrico venne nel disegno 
di conquistare le contrade situate al di là del Capo Bojador. 
Che anzi la realizzazione dei progetti di D. Enrico non risale 
propriamente che all'anno 1433, in cui Gii Eannez risolse, primo 
tra i Portoghesi, di affrontare i pericoli di una navigazione a 
mezzodì del temuto promontorio. Ammettendo adunque come 
vero il racconto di Villault de Bellefonds, i Normanni avreb- 
bero preceduto di circa 70 anni i Portoghesi al di là del Capo 
Bojador. 

59. I viaggi del Frate mendicante. — Prima di abban- 
donare l'esame delle navigazioni lungo la costa occidentale di 
Africa, anteriori al periodo famoso di D. Enrico il Navigatore, 
è necessario tener breve parola dei viaggi di un frate mendi- 
cante spagnuolo, dell'Ordine dei Francescani, i quali, secondo 
ciò che è detto nella relazione della conquista delle Canarie 
per parte del barone normanno Giovanni di Béthencourt e di 
Grainville (dal 1402 al 1405), ebbero luogo nel tempo in cui 
la città di Marocco era la capitale di tutta l'Africa. 

Il primo viaggio marittimo del Frate mendicante comincia 
precisamente al capo Non, punto estremo della navigazione dei 
Portoghesi prima dell'anno 1418, e da essi considerato come il 
nec plt4$ ultra della navigazione lungo la costa occidentale 
d'Africa. Imbarcatosi al capo Non, toccò il porto di Saubrun, 
le coste arenose del paese dei Mori, sino al capo Bugeder 
(Bojador) situato a 12 leghe dalle Canarie, visitò queste isole, 
e molti altri paesi per mare e per terra, dei quali la relazione 
non fa alcun cenno. 



— 185 — 

Dalla costa occidentale volgendosi ad oriente, attraverso il 
Sudan (?), giunse al regno di Dofigàlla (Dongolah, nella Nubia) 
popolato da cristiani soggetti al Prete Gianni che ha, tra i 
suoi titoli, quello di Patriarca di Nubia. Questo paese, dice il 
viaggiatore, confina dalFun lato coi deserti d'Egitto, dall'altro 
con un luogo in cui il Nilo si divide in due rami, il primo 
dei quali percorre l'Egitto ed entra in mare a Damietta, il se- 
condo forma il fiume d'Oro e viene verso di noi (cioè si getta 
neirOceano Atlantico). In questo fiume d'Oro i geografi sono 
concordi nel riconoscere il Senegal. Dal paese di Dongolah il 
Frate andò al Cairo; a Damietta si imbarcò in una nave di cri- 
stiani, e giunse così a Saretta, luogo posto di fronte a Granata, 
donde, per la via di terra, andò alla città di Maroch (Marocco). 

Nel suo secondo viaggio il Frate partì da Marocco, attra- 
versò i monti di Clere (Atlante occidentale), la provincia della 
Gazulle grande paese provvisto di ogni bene ; ed imbarcandosi 
in una galea di Mori diretta verso il fiume dell'Oro, vi giunse 
dopo aver toccato il Capo Non, il Capo di Saubrun ed il Capo 
Bugeder. Da questo Capo al fiume dell'Oro si contano 150 leghe 
francesi. Stando letteralmente a questo dato della distanza, la 
imboccatura del fiume dell'Oro corrisponderebbe al golfo di 
Arguin. A proposito di che molto assennatamente il sig. Codine 
osserva che da una relazione tanto antica non dobbiamo atten- 
derci una perfetta esattezza, la quale d'altronde non trovasi 
sempre in documenti più moderni, specialmente nelle carte an- 
teriori a quelle dei Portoghesi, nelle quali le distanze, ora 
estremamente ridotte, ora quasi nulle a mezzodì del Capo Bo- 
jador, sarebbero ben lontane dal condurci alle 150 leghe della 
relazione (1). Si aggiunge che lungo la costa Saharica non vi 
ha alcun corso d'acqua che si possa considerare come una ra- 
mificazione del Nilo: necessariamente adunque siamo condotti 
al Senegal, la cui identificazione col fiume di Yedamel o fiume 
deirOro venne già più sopra dimostrata (2). 



(1) Bulletin de la Société de géographie de Paris, 1873, I, pag. 403. 

(2) V. pag. 180. 



— 186 — 

Ài di là del Senegal la nave continuò a dirigersi lungo la 
costa, e pervenne così, prima ad un'isola molto ricca detta 
Grulpis, popolata da idolatri , quindi ad un' altra isola detta 
Gaabe, che essa lasciò alla destra, e infine ad una montagna 
molto alta e fertile detta Alboc, dalla quale sorgeva un gran- 
dissimo fiume. Da questo luogo la galea dei Mori fece ritorno 
al Marocco, ed il Frate si diresse al paese dei Gotome^ nel 
quale si trovavano montagne di tanta altezza da superare tutte 
le altre montagne del mondo: alcuni le chiamano col nome di 
Monti della Luna, altri con quello di Monti delVOro. Esse 
sono in numero di sei, e dai loro fianchi scaturiscono sei grandi 
fiumi che tutti si riuniscono nel fiume dell'Oro, e formano un 
gran lago con un'isola nel mezzo detta Falloye e popolata da 
negri. In questo paese montagnoso si riconoscono facilmente o 
i monti conosciuti col nome di Kong, o l'altipiano stesso della 
Senegambia o dell'alto Sudan, di cui quelle montagne segnano 
il lembo meridionale. Al di là del paese di Qotome il viag- ' 
giatore giunse ad un fiume detto Euphrate, il quale viene dal 
Paradiso terrestre, e, dopo aver percorso molti altri paesi, 
arrivò alla città di Mélée residenza, o una delle residenze, del 
Prete Gianni. 

L'egregio critico sig. Codine, che già abbiamo citato più sopra^ 
identifica l'isola Gulpis con una di quelle che compongono l'ar- 
cipelago dei Bissagos, l'isola Gaable con una delle isole Loss, 
e la montagna Alboc colla Sierra Leone. Quanto ai nomi di 
Gotome e di Euphrate, essi non disparvero completamente dalle 
contrade cui siamo condotti dalla relazione del Frate mendi- 
cante. Il celebre viaggiatore scozzese Mungo Park (ultimi 
anni del secolo XVIII), ci informa che « un viaggio di un 
mese al sud di Bedù, attraverso il regno di Gotto, conduce 
al paese dei Cristiani che dimorano sulle rive del Ba-see- 

Feena (del mare) Miniana e Bedù sono al nord del Kong; 

vengono quindi successivamente Kong, Gotto e Ba-see-Feena ». 
Così pure nella carta del missionario Borghero, esploratore 
di una parte dei paesi al nord del golfo di Guinea, è segnata 
una città di Godome nel regno di Dahomé. A sua volta il 



— 187 — 

fiume Euphrate è menzionato nella relazione del viaggio del 
cavaliere Des Marchais alla Guinea e in quello di Denis 
Bonnaventure. La carta di Bourguignon d'Anville del 1775 
indica sotto il nome di Eufrate un fiume che scorre alFoyest 
del rio Lagos attraverso il paese di Widah, e si unisce col 
lago Curamo. Lo stesso nome di Efrat sulla carta dell'am- 
miraglio BouetrVillaumez è applicato ad uno dei rami occi- 
dentali del rio Formoso o Kuorra sboccante nel lago Osa o 
Cradù (antico Curamo). Adunque, conchiude il Codine, il Frate 
mendicante, parlando dell'Eufrate, non allude per nulla al gran 
fiume della Mesopotamia: il suo secondo viaggio si estende, 
per la via di mare, sino a Sierra Leone, e, per quella di terra, 
sino al Kuorra detto Eufrate, denominazione che, come quella 
di Gihon data al Senegal, concorre col nome di Nilo all'unico 
sistematico e misterioso fiume immaginario, di cui tutti i fiumi 
dell'Africa centrale erano, secondo i geografi medioevali, gli af- 
fluenti ovvero le secondarie ramificazioni. 

In fine, la città di Mélée^ di cui nella relazione del Frate 
mendicante, corrisponde alla città di Melh, Melli o Mali^ già 
capitale del vasto impero del medesimo nome, e la cui posi- 
zione, secondo Ibn Batuta, devesi ricercare nei dintorni del gran 
lago Debo o Debu, a mezzogiorno di Tomboctu. 



Capitolo XL 

Le navigazioni dei Portoghesi. 

CoDsiderasioni preliminari — Giovanni Oon^alves Zarco e Tristano Vax Teixeyra 

— I Portoghesi giungono alle Azere — Gii Eannes — Navigasioni dei Porto- 
ghesi dall'anno 1434 airanno 1446 — Alvise Gadamosto. Antoniotto Usodimare 

— Antonio di Nolle o Noli — Diego Gomes — Esplorasioni portoghesi dal 1462 
al 1487 — Bartolomeo Diaz — Pedro de Covilham e Alfonso de Payva. 

60. Considerazioni preliminari. — Se è vero che quando 
una nazione trovasi impegnata in imprese che richieggono in 
sommo grado la sofferenza, la perseveranza ed il valore, sor- 



— 188 — 

gono dal suo seno uomini capaci delle più grandi opere e di 
ogni mezzo adatto a dirigere le energie volenterose, ma sparse, 
della moltitudine, ciò si è avverato specialmente nel Portogallo, 
piccolo paese alla estremità occidentale del mondo civilizzato, 
dianzi pressoché ignoto, ma che, per la sua stessa posizione sui 
confini di un immenso Oceano quasi inesplorato, era destinato, 
non solo a promuovere, ma eziandio ad effettuare quella im- 
presa geografica che nella storia della scienza merita di essere 
posta a pari livello coi viaggi di Marco Polo e colla scoperta 
dell'America per Cristoforo Colombo « offrendoci lo spettacolo 
dei più grandi e generosi sforzi che sieno stati compiti per 
ampliare il teatro dell'umana intraprendenza e della civiltà » (1). 
L'infante D. Enrico, principe di Viseu, soprannominato il Na- 
vigatore, quinto figlio del re Giovanni I, nato nel 1394, morto 
nel 1460, è giustamente considerato come il vero fondatore 
della potenza marittima del Portogallo. Ardentemente desideroso 
di estendere fuori della cerchia limitata della penisola Iberica 
la fama del suo paese; di ingegno pronto e sagace; amantissimo 
degli studi astronomici, nautici e geografici; premuroso ricer- 
catore di tutte quelle notizie sulle condizioni del continente 
africano che potevano rendergli più facile l'attuazione del suo 
grandioso progetto; creatore di una vera scuola idrografica ; di 
carattere dolce ed affabile; generoso senza ostentazione; infine, 
come Principe e Gran Mastro dell'Ordine del Cristo, nella po- 
sizione di poter affrontare le gravi spese necessarie alla lunga 
e difficile impresa, D. Enrico era, più di ogni altro, capace di 
affrontare le difficoltà, che allora parevano insormontabili, della 
completa ricognizione delle coste africane e della scoperta di 
una via navigabile e diretta verso le Indie. 

A proposito del quale problema acutamente osserva il 
Peschel (2), che nei primi tempi del secolo XV sotto il nome 
di India si intendevano paesi assai diversi. Si distinguevano 
cioè l'India maggiore e l'India minore; l'India superiore, media 



(1) BoccARDO, Storia del commercio, pag. 171. 

(2) Peschel, Abhandlungen zur Erd- und Yolherkunde, I, pag. 201. 



— 189 — 

ed inferiore; l'India prima^ seconda e ter^a. E non solamente 
nell'Asia, ma eziandio neirAfrica, era una regione designata 
collo stesso nome di India, ed anzi è certo che il principe En- 
rico intendeva appunto dell'India africana, poiché anche Vasco 
da Gama, negli ultimi anni del secolo XV, si proponeva non 
già di giungere, navigando, alla regione asiatica che noi chia- 
miamo India anteriore, ma sibbene all'India africana, o, altri- 
menti, all'Àbissinia. Gli abitanti di questo paese, conosciuto 
comunemente col nome di Impero del Prete Gianni, professavano 
la religione cristiana, ed erano soggetti, a quanto si diceva, a 
principi potentissimi, nemici acerrimi dei Sultani Mamelucchi. 
Nulla adunque di più naturale che le nazioni cattoliche d'Eu- 
ropa cercassero di contrarre alleanza col Prete Gianni, con che 
esse speravano eziandio di migliorare, per suo mezzo, le loro 
relazioni di commercio coi paesi Orientali. Del resto, non pa- 
reva, in quei tempi, molto difficile giungere al paese del Prete 
Gianni, poiché, come già abbiamo avvertito più sopra, si cre- 
deva che il Nilo si dividesse, nella Nubia, in due rami, l'uno 
diretto al nord e sboccante nel Mediterraneo, mentre l'altro di- 
rigevasi ad occidente, attraverso tutta l'Africa, per gettarsi in 
fine nell'Atlantico. Se ora al di là del capo Bojador un esplo- 
ratore avesse potuto penetrare in questo ramo occidentale del 
Nilo, esso sarebbe giunto, navigandolo contro corrente, alla 
Nubia, e quindi al paese del Prete Gianni. Tale era il vero 
progetto di D. Enrico, fondato, come si vede facilmente, sopra 
un falso sistema idrografico che, solo molto tempo dopo, doveva 
essere distrutto, da cima a fondo, dalle ulteriori esplorazioni del 
continente africano. 

Ma è appunto il capo Bojador che per ben 19 anni doveva 
opporsi così validamente a tutti i tentativi dei navigatori por- 
toghesi. È vero che, visto dal nord, esso si presenta come una 
lingua di sabbia che si abbassa dolcemente verso limare; ma 
ciò che lo rendeva temibile è uno scoglio che, circondandolo 
per tre lati, si avanza nell'Oceano per una lunghezza di circa 
8 chilometri. I navigatori italiani che avevano scoperto le lontane 
Azere, come pure i gruppi di Madeira e delle Canarie, non 



— 190 — 

erano stati trattenuti da ostacoli di sì poco conto ; ma lo stesso 
non si può dire dei Portoghesi, i quali si limitavano, in quei 
tempi, e continuarono ancora per molti anni, a seguitare rigo- 
rosamente l'andamento della linea costiera, e, come si vedrà 
dai paragrafi che seguono, se in alcuna delle loro navigazioni 
si imbatterono in qualche isola lontana, ciò fu solo, ad ecce- 
zione delle Àzore, perchè condottivi o dai venti contrari o da 
furiose tempeste. 

61. Giovanni Oon^alvez Zarco e Tristano Yaz Tei- 
:xeyra. — Il celebre storico portoghese Giovanni di Barros ci 
informa che si fu appunto dopo la presa di Ceuta (anno 1415) 
che rinfante D. Enrico, avendo ottenuto dagli Arabi molte in- 
formazioni suirinterno del paese, risolvette la conquista della 
Guinea: « Egli cominciò a mettere in esecuzione questo pro- 
getto mandando ogni anno due o tre navi alla scoperta delle 
<50ste al di là del capo Non, ultimo termine delle terre cono- 
sciute raggiunto dagli Spagnuoli nelle loro navigazioni in quella 
regione dell' Atlantico. Ma le navi che, questa volta e altre, 
«rano state allestite a questo scopo, non scopersero che sino al 
capo Bojador situato a circa sessanta leghe al di là del capo Non ; 
e tutte si erano arrestate a quel promontorio senza che alcuno 
si arrischiasse ad oltrepassarlo )>. 

Due giovani cavalieri, Giovanni Gonfalvez Zarco e Tristano 
Vaz Teixeyra, ebbero il coraggio di tentare, per primi, questa 
impresa giudicata comunemente come tanto pericolosa; ma, 
prima di giungere alla costa africana, dice il citato storico, 
furono assaliti da una tempesta e dai venti contrari con tanta 
violenza, che la loro piccola nave, perduta nel seno di un mare 
agitatissimo, si trovò sbalzata qua e là al capriccio delle onde , 
senza che ai naviganti fosse dato di conoscere dove si trovas- 
sero, giacché i marinai portoghesi di quel tempo non erano 
capaci di dirigersi sicuramente in alto mare, e la loro scienza 
nautica si limitava a un cabotaggio sempre in vista della costa. 
Finalmente cessò la tempesta, ed ebbero la buona sorte di scor- 
gere un'isola, che essi chiamarono Forto Santo^ parendo loro 
€he il sommo Iddio li avesse condotti a quella scoperta non 



— 191 — 

solo per la loro salute, ma eziandio per il bene del loro paese, 
tanto favorevoli erano l'aspetto e la posizione dell' isola, ed 
anche perchè gli abitanti non erano selvaggi come quelli delle 
Canarie » (1). 

Il risultamento di questa prima spedizione si riduceva a ben 
poca cosa: tuttavia pare che esso non fosse giudicato di piccola 
importanza, giacché i due navigatori furono al ritorno (a. 1419) 
ricevuti dall' Infante con manifesti segni di soddisfazione , ed 
anzi furono incaricati di una nuova spedizione composta di tre 
caravelle, e destinata a prendere possesso della terra nuova- 
mente scoperta. 

Nel principio dell' anno 1420 le tre navicelle giunsero a 
Porto Santo. E quivi i navigatori ebbero occasione di notare, 
nella direzione di mezzogiorno, un fenomeno che risvegliò for- 
temente la loro attenzione per la sua grande regolarità. Alcun 
tempo prima del levar del Sole cioè, si innalzavano dal mare 
densi strati di vapore i quali, giunti ad altezza considerabile, 
rimanevano stazionari sino al cader del giorno. Tanta era l'igno- 
ranza di quei tempi che sul principio i Portoghesi attribuirono 
quel giornaliero fenomeno alla vicinanza delle regioni infernali ; 
ma a poco a poco si confermarono nella idea che si trattasse 
di un'altra isola più grande e più importante di Porto Santo, 
forse anche del principio di un continente, o altrimenti di una 
parte dell'Africa. Valendosi del primo vento favorevole, essi si 
diressero pertanto verso mezzodì, e, di mano in mano che pro- 
cedevano innanzi, sempre più ebbero a convincersi che si trat- 
tava realmente di un'altra terra. Finalmente vi approdarono, e 
furono talmente colpiti dalla ricca e splendida vegetazione fo- 
restale, che dalle cime delle montagne si estendeva sino alle 
rive stesse del mare, che essi diedero alla nuova isola il nome 
Madeira che significa bosco. Secondo un'altra relazione, Zarco 
aveva dato all' isola il nome della sua nave (S. Lorenzo) e fu 
invece D. Enrico che le impose quello di Madeira^ sinonimia 



(1) Barros, Dee. I, Lib. I, Gap. IL 



portoghese del nome italiano Legname segnato sulle carte ita- 
liane che egli ben conosceya (1). 

63. I Portoghesi giangono alle Àzore. — Gli antichi 
storici portoghesi ammettono che le Azore fossero già a notizia 
dell'Infante D. Enrico, graiie ad una carta nautica che suo fra- 
tello D. Fedro duca dì Coimbra aveva portato dall' Italia nel- 
l'anno 1428. E quando, nell'anno 1431, Gonzalo Velho Cabral, 
incaricato dallo stesso D. Enrico di navigare direttamente verso 
occidente sino a che avesse scoperto alcuna terra, si imbattè 
negli scogli delle Formigas, e ritornò in Portogallo alquanto 
scoraggiato per sì piccola scoperta, l'Infante lo inviò di naoTO 
ai medesimi luoghi per continuare la ricognizione delle isole 
che , secondo lui , dovevano trovarsi nei dintorni ; e di &tti 
Gonzalo giunse, il 15 agosto del 1432, alla piccola e rotonda 
isola che gli Italiani avevano chiamata l' Uovo, ed alla quale 
egli diede il nome di Santa Maria a ricordo del giorno della 
scoperta (15 agosto). 

Alcuni anni dopo la colonizzazione dell' isola Santa Maria 
uno schiavo negro segnalava dall'alto di una montagna un'altra 
terra nella direzione del nord, sino allora rimasta inavvertita 
dai coloni, i cui stabilimenti ai trovavano dal lato opposto. Lo 
stesso Velho Cabrai fu incaricato da D. Enrico di verificare la 
cosa, ed una seconda isola, la Capraria delle antiche carte 
italiane, venne dì fatti scoperta, alla quale si impose il nome 
di isola San Michele (dal giorno dell' approdo , 8 maggio 
del 1444). 

A poco a poco sì vennero anche a conoscere tutte le altre 
isole dell'arcipelago. Un Francese, o Fiammingo, che gli sto- 
rici portoghesi chiamano Fernam Dolmo, avrebbe tentato, per 



1 



(!') Isella storia della colonizzazione di Porto Santo tiene un posto 
(iisrintisipiiiìo Bartolomeo Pbrestrello, appartenenl* a nobile ed antica 
famiglia di Piacenza, nato io Lisbona verso l'anno 1400. Uomo assai 
versato iiflle ««e di mare e studiosissimo delle discipline cosmografiche 
e della cartografia, il Perestrello è ricordato con onore da Fernando 
Goiomljo, da Giovanni Barros e da Bartolomeo de Las Casaa, 



— 193 — 

primo, di fondare uno stabilimento nell'isola Terceira (Bracir 
delle carte italiane). Ma questo tentativo non gli riuscì, e fd 
un altro Fiammingo, Giacomo di Bruges, che ottenne dall'In- 
fante la concessione dell'isola nell'anno 1450. Per altro lato i 
Fiamminghi riferiscono che già nel 1445 la stessa isola era 
stata scoperta da Yan der Berqhe. Comunque sia, pare ac- 
certato che essa venne aggiungersi alle Azore tra il 1444 e la 
concessione del 1450. Nel documento relativo a questa conces- 
sione appare poi il nome di Terceira o terza in surrogazione 
di quello dell' Jsoto di Gesù Cristo^ che le avevano dato i nuovi 
scopritori, probabilmente perchè vi erano approdati in uno dei 
giorni consacrati a Dio fatto Uomo, quali sarebbero il dì del 
Santo Natale o quello della Circoncisione. 

Le altre quattro isole del gruppo centrale, Oraciosa^ 
8. Giorgio, Fayal e Fico, erano già sicuramente conosciute 
prima dell'anno 1449, poiché sappiamo da Giovanni Barros che 
in queir anno il re Alfonso permise all'infante D. Enrico di 
provvedere alla colonizzazione delle sette isole delle Azore sco- 
perte sino a quel tempo. E i cronacisti portoghesi ricordano 
come scopritore di Graciosa il fiammingo Van, der Haagen, e 
come primo colonizzatore di Fayal e Pico il fiammingo Josse 
van Huerter, suocero del celebre Martino Behaim di Norimberga. 

Quanto alle isole Flores e Corvo, pare che esse fossero vi- 
sitate, per la prima volta, da due Casigliani, Antonio e Lope 
Yaz, e certo prima dell'anno 1453, giacché in questo medesimo 
anno il re Alfonso Y faceva donazione dell'isola Corvo al suo 
figlio naturale Alfonso di Braganza. 

63. Qil Eannes (1432-88). — Dopo la scoperta e la co- 
lonizzazione di Madeira e Porto Santo, l'Infante D. Enrico con- 
tinuò a mandare ogni anno delle navi alla costa africana al di 
là del capo Non. Ma tutti i tentativi fatti per oltrepassare il 
capo Bojador andarono falliti per dodici anni. Solo nel 1433, 
secondo alcuni autori, nel 1434, secondo altri, un ardito ma- 
rinaio di Lagos, GiL Eannes, dopo un primo viaggio da lui 
fatto nell'anno precedente (1432 o 1433) e rimasto senza risul- 
tato, riuscì a doppiare il temuto promontorio. 

HuousB, storia della Ocojrajla, 11. 13 



— 194 — 

Da quell'anno in poi i progressi dei Portoghesi sulle coste 
occidentali d'Africa si fanno più rapidi, salvo una interruzione 
di tre anni, dal 1437 al 1440, cagionata dalla infelice impresa 
contro Tangeri nel 1437, dalla morte del re D. Duarte (9 set- 
tembre 1438) e dai torbidi interni manifestatisi nel Portogallo 
durante i primi mesi del regno di Alfonso V. 

64. Navigazioni dei Portoghesi dall' anno 1434 al- 
l'anno 1446. — In questi dodici anni ecco quali furono, cro- 
nologicamente, i principali viaggi eseguiti, per ordine di D. En- 
rico, al di là del capo Bojador. 

1434. — GiL Eannes e Alfonso Gon(jalves Baldata, a capo 
di due navicelle, scoprono la costa occidentale d'Africa al sud 
del capo Bojador per un tratto di 30 leghe (secondo Giovanni 
Barros), di 50 (secondo il cronacista Zurara), e sino al Rio dos 
Ruivos, detto altrimenti Angra dos Ruivos. 

1435. — I medesimi navigatori esplorano la costa africana 
sino a Pedra da Gale, al di là di un estuario detto, alcuni 
anni piti tardi, Rio do Ouro: il punto estremo della loro na- 
vigazione sarebbe a porsi, secondo il Barros, a 50 leghe, e, se- 
condo il Zurara, a 120 leghe dal capo Bojador. 

1436. — Una caravella portoghese è costretta dal cattivo 
tempo a far ritorno in Portogallo senza aver potuto raggiun- 
gere la costa africana. 

1437. — Un'altra caravella giunge all'estuario scoperto nel 
1435, ove fa una buona incetta di pelli e di olio di lupi marini. 

1440. — Due caravelle si recano pure al medesimo estuario, 
e fanno ritorno in Portogallo cariche degli stessi prodotti di 
cui nel viaggio precedente. 

1441. — Antonio Gon(jalvez, a capo di una caravella, re- 
casi all'estuario del 1435, e vi è raggiunto da Nuno Tristam. 
I due capitani fanno un' escursione nel deserto saharico, sor- 
prendono una carovana e si impadroniscono di alcuni Mori. 
Antonio Gonfalvez ritorna in Portogallo: Nuno Tristam con- 
tinua la sua navigazione verso mezzodì, scopre il Capo Bianco^ 
e riconosce l'entrata settentrionale della Baia di Arguiti, 

1442. — Antonio Gon(JAlvez ritorna all'estuario già visitato 



— 195 — 

nei viaggi precedenti. I Mori dell' interno, informati del suo 
arrivo, accorrono alla spiaggia. Il capitano portoghese riceve, 
in iscambio di un capo moro e di due altri prigionieri, uno 
scudo di cuoio di tapiro, delle uova di struzzo e dell'oro in 
polvere. L'estuario prende, per tale ragione, il nome di Bio 
do Ouro. 

1443. — NuNO Tristam scopre parecchie isole della baia di 
Arguin, e cattura un gran numero di Mori che egli conduce 
in Portogallo. 

1444. — Lanzarote (1), a capo di sei caravelle, ed avente 
sotto i suoi- ordini Gilianes , Estevam Aflfonso , Kodrigalvares , 
Giovanni Dias e Giovanni Bernaldes, si reca alle isole di Arguin, 
e ritoma in Portogallo con 235 prigionieri mori. Questa spe- 
dizione provoca un grande entusiasmo, non solo nella città di 
Lagos, porto di armamento e di partenza di quasi tutte le spe« 
dizioni organizzate da D. Enrico, ma eziandio in tutto il regno. 

1445. — DiNis Dias (secondo il Barros), o Dmis Fernandes 
(secondo il Zurara) giunge al capo Verde. 

1445. — Famosa spedizione di 14 navi sotto il comando di 
Lanzarote, la quale parte da Lagos il 10 agosto, ed è ben tosto 
seguita da altre 10 navi armate nei porti di Portogallo e nel- 
l'isola Madeira. Tra queste ultime si distingue quella coman- 
data da Alvaro Fernandez nipote di Giovanni Gonfalvez Zarco. 

Alvaro Fernandez, piti desideroso di proseguire la esplora- 
zione della regione costiera che di partecipare alla razzia contro 
gli indigeni, si rende al capo Verde toccato, sul principio del- 
l'anno, da Dinis Fernandez : approda all'isola Palma, detta più 
tardi Gorea; incide sulla scorza degli alberi il motto dell'In- 
fante « Talent de bien faire », e continua la sua navigazione 



(1) Pietro Amat di S. Filippo non è lontano dal ritenere che il 
Lanzarote, di cui è parola t^to nel viaggio del 1444, quanto in quello 
deiranno seguente, fosse Lanzerotto Pessagno, discendente di Emanuele 
Pessagno, e, appunto nell'anno 1444, investito della carica di ammiraglio 
ereditaria nella sua famiglia. Y. Bollettino della Società geografica 
italiana, 1880, pag. 143. 



— 196 — 

sino ad un capo che egli chiama dos Mastos dalle numerose 
palme che rassomigliavano, da lungi, ad una foresta di alberi 
da nave. Questo promontorio pare corrispondere al moderno 
capo Gambaru, ira i capi Naze e Portudal. 

1446. — NuNO Tristam oltrepassa il capo dos Mastos^ e 
muore in seguito alle ferite da lui toccate in un conflitto cogli 
indigeni dei dintorni di una bocca fluviale, detta, a ricordo 
dell'egregio navigatore, Bio de Nuno. 

1446. — Alvaro Fernandez giunge, nella direzione del sud, 
ad una punta sabbiosa, la cui posizione non è esattamente in- 
dicata, nelle vicinanze di Sierra Leone. 

Relativamente al tempo impiegato per giungere alla esplo- 
razione delle coste dal capo Non a circa il 9^ grado di lati- 
tudine boreale, i risultati ottenuti parranno ben poco conside- 
rabili. Ma, nel giudicare l'opera dei navigatori portoghesi della 
prima metà del secolo XY, è necessario tener conto della nau- 
tica in quei tempi, della costruzione affatto primitiva ed ele- 
mentare delle navi, e dei pochi ed imperfetti strumenti atti ad 
agevolare l' opera dei naviganti. Si aggiungano i pregiudizi e 
le credenze fantastiche tanto comuni nel Medio Evo intorno ai 
mostri che popolavano l'Oceano, ai mari innavigabili, ai climi 
incompatibili colla esistenza dell'uomo, e molte altre opinioni 
singolari circa al Mare Tenebroso dell'occidente, e allora sol- 
tanto si potrà formulare un esatto giudizio di quelle prime na- 
vigazioni, le quali, oltre al distruggere molte opinioni erronee, 
tra cui, principalissima, quella che la zona torrida fosse, per sua 
natura, inabitabile, apersero più sicura la via alle spedizioni 
posteriori di Diego Cam e di Bartolomeo Diaz che dovevano 
condurre alla risoluzione del problema, da tanto tempo vagheg- 
giato, della circumnavigazione del continente africano. 

65. Alvise Gadamosto. Antoniotto ITsodimare. — La 
storia delle esplorazioni africane registra, nell'anno 1455, due 
importanti viaggi, i quali, quantunque diretti a scopo commer- 
ciale, ebbero tuttavia non ispregevoli risultamenti geografici. 
Alludo ai viaggi del veneziano Alvise da Cà da Mosto e del 
genovese Antoniotto Usodimare. 



— 197 - 

Il Cadamosto aveva appena ventidne anni quando nel 1454 
(agli 8 di agosto) partì da Venezia sopra le galee venete desti- 
nate ai porti di Fiandra e comandate da Marco Zeno. Venti 
contrari costringono la flotta a fermarsi al capo San Vincenzo. 
Quivi sedotto il Cadamosto sia dalla cordiale accoglienza fat- 
tagli dall'Infante D. Enrico, sia dalla speranza di poter avviare 
lucrosi negozi nel commercio di Guinea, sottoscrive alle condi- 
zioni regolamentari imposte ad ogni spedizione intrapresa sotto 
bandiera portoghese, e, dopo aver regolato i suoi interessi coi Ve- 
neziani, i quali continuano il loro viaggio verso la Fiandra, 
assume il comando di una caravella di 90 tonnellate conces- 
sagli dairinfante, avendo a pilota Vincenzo Dias di Lagos. 

La piccola nave mette alla vela da Lagos il 22 marzo, tocca 
risola di Porto Santo e l'isola Madeira, e, nel gruppo delle 
Canarie, Gemerà e Ferro: da quest' isola si dirige alla costa 
occidentale, riconosce il capo Bianco e il golfo di Arguin, e, 
navigando a mezzodì, passa il Bio de Senega (Senegal) e pone 
l'ancora in un luogo a 50 miglia dalla bocca di questo fiume. 

Nella relazione di questa prima parte del viaggio si leggono 
parecchie cose interessanti intorno alle Canarie, che il Cada- 
mosto dice essere allineate da occidente ad oriente; al Picco 
ardente di Tenerifa, di cui però esagera di molto 1' altezza ; 
alle quattro isole del golfo di Arguin (Arguin, Bianca, delle 
Grazie e di Cuori) piccole, arenose, deserte e prive d'acqua al- 
l'infuori di quella di Arguin ; alla natura delle coste africane, 
le quali sono abitate, finché dura la Barberia, ma dal capo Cantin 
sino al capo Bianco, così detto per la bianchezza dell' arena, 
sono sabbiose e corrispondono nell'interno al gran deserto di 
Sarra (Sahara) confinante al nord colle montagne della Ber- 
beria, al sud con i negri di Etiopia, e talmente esteso che a 
traversarlo si impiegano da 50 a 60 giornate ; — al luogo chia- 
mato Soden, il quale è dentro circa sei giornate da cammello, 
ed è luogo di convegno delle carovane che vengono da Tombuto 
e altri luoghi dei Negri. E qui il viaggiatore si estende in 
molti particolari relativamente al commercio intemo dell'Africa, 
specialmente in sale ed in oro. «A Tegazza, che, secondo il 



— 198 — 

Cadamosto, significa bisaccia d'oro (o Carcadore nella edizione 
del Bamusio), si cava una grandissima quantità di sale di 
pietra, e quella ogni anno da grandissime carovane di cammelli 
vien portata per Tombuto, e di là vanno a Molli imperio dei 

Negri e dicono che da Tegazza a Tombuto sono circa qua- 

ranta giornate da cavallo, e da Tombuto a Molli trenta In 

Molli poi tutti quelli di cui è il sale ne fanno monti alla fila^ 
ciascuno segnando il suo; e dappoi fatti i detti monti, tutti 
della carovana tornano indietro mezza giornata; di poi viene 
un'altra generazione di Negri, che non si vogliono lasciar ve- 
dere né parlare, e vengono con alcune barche grandi che pare 
che escano da alcune isole, e smontano, e veduto il sale met- 
tonvi una quantità d'oro all'incontro di ogni monte, e poi tor- 
nano indietro lasciando Toro e il sale ; e partiti che sono, ven- 
gono li Negri del sale , e se la quantità dell' oro lor piace ^ 
prendono T oro e lasciano il sale, e se non piace lasciano il 
detto oro con il sale, e tornansi indietro, e di poi vengono gli 
altri Negri dell'oro, e quel monte che trovano senza oro, levano^ 
e agli altri monti di sale tornano a mettere più oro se a loro 
pare, ovvero lasciano il sale, e a questo modo fanno la sua 

mercanzia senza vedersi l'un 1' altro ». « E questo oro che 

capita a Molli si divide in tre parti: la prima va colla caro- 
vana verso la Soria e il Cairo; la seconda e la terza parte 
viene con una carovana di Molli a Tombuto, e di là una parte 
ne va a Toet (Tuat nel Sahara marocchino ?) e da quel luogo 
si estende verso Tunisi, e l'altra parte viene ad Hoden donde 
si spande verso Oran ed One luoghi pure di Berberia dentro 
dello stretto di Gibilterra, e a Fessa (Fezzan), e a Marocco, e 
a Arzila, e Àzafì, e Messa luoghi della Berberia fuori dello 
stretto ». 

Importanti sono pure le indicazioni che la relazione del Ca- 
damosto dà intorno al Senegal. « Questo fiume divide i Negri 
dagli Azanaghi (cioè dalla tribù berbera dei Zenaga), e partisce 
ancora la terra secca ed arida che è il deserto sopraddetto (di 
Sahara) dalla terra fertile che è il paese dei Negri (cioè la 
Senegambia). Esso è grande e largo in bocca più di un miglio 



— 199 — 

ed ha fondo assai, e fa ancora un'altra bocca un po' più avanti, 

e un'isola in mezzo Questo fiume, secondo che dicono gli 

uomini Savi, è un ramo del fiume Gion, che vien dal Paradiso 
terrestre, e questo ramo fu chiamato dagli antichi Niger, che 
vien bagnando tutta l'Etiopia, e appressandosi al mare Oceano 
verso ponente dove sbocca, fa molti altri rami e fiumi oltre 
quello di Senega; e un altro ramo del detto fiume Gion è il 
Nilo, qual passa per l'Egitto, e mette capo nel nostro mare 
Mediterraneo; e questa è l'opinione di quelli che hanno cercato 
il mondo ». Nelle quali parole del viaggiatore veneziano ve- 
diamo ripetersi il sistema delle biforcazioni fluviali, tanto co- 
munemente accolto dagli Arabi e dai cartografi del Medio Evo, 
e che si potrebbe, fino ad un certo punto, scusare quando si 
ponga mente alle direzioni del Senegal, del Niger, del Koma- 
dogu (affluente dello Tsade), e dei fiumi che immettono nel 
Bahr-el-Ghazal tributario del Nilo sotto la latitudine boreale 
di circa 9 gradi. 

A 50 miglia dal Senegal, verso mezzodì, il Cadamosto pose 
piede a terra, e quivi entrò in relazione con un signore di 
quel territorio, di nome Budomel (1), il quale lo accolse con 
molta benevolenza. Durante il suo soggiorno in questo paese, 
che fu dì 28 giorni, il viaggiatore veneziano ebbe occasione di 
radunare molte notizie intomo alle produzioni naturali del ter- 
ritorio del Senegal, ed alle condizioni fisiche, morali della po- 
polazione, ai costumi ed ai commerci, ed è forse per questa 
importante parte della sua relazione che il celebre Bitter si 
credette autorizzato ad affermare che il Cadamosto fu per l'Africa 
occidentale ciò che Marco Polo era stato per l'Asia orientale 
e meridionale (2). 

Desideroso di scoprire nuove terre, e principalmente di esplo- 
rare più da vicino il paese di Gambra (Gambia), che alcuni 



(1) V., più sopra, il paragrafo 57. 

(2) RiTTER, Geschichte der Erdkunde und der Entdeckungen , 
pag. 232. 



— 200 — 

negri condotti schiavi in Europa dai navigatori portoghesi che 
lo avevano preceduto colà, raccontavano essere molto abbon- 
dante di oro, il Cadamosto prese commiato dal principe di 
Budomel ; e, mentre stava per salpare da quella costa, vide due 
vele in mare, alle quali appressandosi conobbe che una di esse 
era comandata dal genovese Àntoniotto Usodimare, e Faltra da 
uno scudiero dell'Infante D. Enrico. 11 medesimo scopo, quello 
cioè di « passare il capo Verde e provare la ventura » (come 
dice il Veneziano), unisce le tre navi, le quali, veleggiando di 
conserva, oltrepassano il capo Verde, e giungono, a' 29 di giugno, 
air isola Gorea. Il giorno seguente le navi pongono V àncora 
alla bocca di un fiume detto dei Barbacini, a 60 miglia dal 
capo Verde; più lungi incontrano un altro fiume non inferiore, 
in grandezza, al Senegal, e quindi V imboccatura di un gran 
fiume, della quale « giudicarono essere di tre a quattro miglia 
nel più stretto, e nella sua prima entrata di miglia sei in otto, 
ed opinarono essere la Gambra o Gambia tanto desiderata, e 
potersi trovare qualche ricetto fi:a terra per agevolmente pro- 
cacciarsi buona ventura d' oro, e altre cose preziose ». A tal 
proposito le navi entrarono nel fiume, ma gli indigeni, con 
molte barchette leggiere formate ciascuna di un tronco d'albero 
scavato, fattisi dintorno ai legni lanciarono tale quantità di 
freccio da rendere necessario Fuso delle bombarde e delle ba- 
lestre portoghesi, che, uccidendo gran numero di assalitori, ob- 
bligarono i superstiti a precipitosa ritirata. Il Cadamosto e gli 
altri capitani volevano proseguire, ma le ciurme cominciando 
a tumultuare, fu necessario ritornare in Europa. 

Le stesse cose si ritrovano in una lettera scritta da Ànto- 
niotto Usodimare nello stesso anno 1455. È la stessa lettera 
riferita più sopra (pag. 53), nella quale è alcuna notizia in- 
torno alla sfortunata spedizione dei fratelli Vivaldi, e al Prete 
Gianni, il cui territorio principiava, secondo il navigatore ge- 
novese, a 300 leghe dalla costa occidentale d'Africa. 

La relazione del Cadamosto coatiene alcune indicazioni sul 
cielo australe, le quali però non mi paiono tali da farlo rite- 
nere come uno degli iniziatori dei progressi dell'astronomia nau- 



— 201 — 

tica in quelle regioni meridionali (1). Esse si riducono di fatti 
all'osservazione della stella polare, la quale « pareva sortire dal 
mare V altezza d' una lancia » ed a quella di sei stelle basse 
sopra il mare, lucide e grandi e da lui giudicate essere il 
Carro delV Ostro. Ed è anzi probabile che appunto dalla osser- 
vazione del Cadamosto abbia avuto origine la credenza, comune 
ancora nella prima metà del secolo XYI, che, come vi ha un 
Carro nel cielo boreale, dovesse anche esisterne uno eguale 
nella parte opposta. Dai disegni delle costellazioni che si tro- 
vano nella Baccolta del Bamusio (2), si potrebbe dedurre che 
il Cadamosto intendesse della Croce del Sud osservata al tempo 
del suo tramonto; ma in altri scritti, a luogo di una croce 
sono disegnate sette stelle le quali, astrazione fatta dalla po- 
lare, si presentano disposte in modo analogo a quelle della 
Piccola Orsa neiremisfero boreale. E che il viaggiatore vene- 
ziano non alludesse alla Croce del Sud, è anche provato da 
che egli fa parola di sei, e non di cinque stelle (3). 

Un secondo viaggio fece pure il Cadamosto nell'anno 1456, 
in compagnia dell' Usodimare e con una terza caravella dell'In- 
fante D. Enrico. La piccola squadra parte dal porto di Lagos 
ai primi di luglio (4), giunge in pochi giorni alle Canarie, ri- 
conosce il capo Bianco, ma un forte vento di libeccio la obbliga 
a tornar indietro, spingendola verso due isole, cui sono imposti 
1 nomi respettivi di Boa Vista e Santiago. « Alla prima isola 
dove che dismontammo, dice il Cadamosto, mettemmo nome 
isola di Buona Vista per essere la prima vista di terra in 
quelle parti, e a quest'altra isola, che maggiore ci parve di 



(1) Amat di S. Filippo, in Bollettino della Società geografica ita- 
Uana^ 1880, pag. 131; Marinelli, op. cit., pag. 34. 

(2) Ramusio, l, pag. 107. 

(3) Humboldt, Kritische Untersuchungeriy III, pag. 174 e 175, nota 4. 

(4) Questa data trovasi neUa Descrizione dell* Africa del Temporal, 
pubblicata a Lione nei 1556. In Ramusio la data della partenza è al 
principio di maggio; in Mathurin de Rbdouer al principio di marzo. 



— 202 — 

tutte quattro (1), mettemmo nome ìsola di S. Jacobo, perchè 
il giorno di S. Filippo e Jacobo venimmo ad essa a metter àn- 
cora ». Per vero la festa dei santi Filippo e Giacomo cade al 
primo di maggio, e questa data è inconciliabile col giorno della 
partenza (ai primi di luglio). Ma notiamo che il Temperai, il 
quale dice che la partenza da Lagos avvenne ai primi dd luglio, 
afferma che la squadra giunse alla seconda delle dette ìsole il 
giorno di S. Giacomo. Ora ai 25 di luglio cade per l'appunto 
la commemorazione di S. Giacomo Maggiore o altrimenti di 
Compostella (2). 

Lasciata l'isola Santiago, le tre caravelle si volgono alla 
costa occidentale del Senegal, giungono alla Gambia che esse 
risalgono per 60 miglia, quindi, continuando a navigare nella 
direzione del sud, alla bocca di un fiume quasi uguale, in 
larghezza, alla Gambia, il quale pare essere stato il Bio Ca- 
samanee; al Capo Bosso distante da questo fiume venti miglia; 
al Bio Grande, largo alla bocca venti miglia almeno; e, in 
fine, ad alcune isole (gruppo delle Bissagos), ove ebbe termine 
l'esplorazione della costa. 

66. Antonio di NoUe (1460). — La scoperta delle isole 
del Capo Verde è attribuita, senza contestazione, dallo storico 
Barros al genovese Antonio di Nolle o Noli. « In questi me- 
desimi tempi, egli dice, troviamo ancora che furono scoperte le 
isole che ora chiamiamo di Capo Verde da certo Antonio di 
Nolle, genovese di nazione e di sangue nobile; questi, per dispia- 
ceri avuti in patria, si condusse in questo regno con due navi 
ed un barinel in compagnia del fratello Bartolomeo di Nolle 
e di Baffaele di Nolle suo nipote, ai quali l'Infante concedeva 



(1) Secondo la relazione del Gadamosto, due altre isole erano state 
vedute prima di approdare a quella che venne poi detta Boa Vista, ma 
il navigatore, come egli stesso dice, non si era curato di andarvi, si per 
non perder tempo e seguire il suo viaggio, come perchè giudicava che 
fossero disabitate e selvatiche. 

(2) Sopra questo punto controverso, veggasi quanto ne dice il Godine 
nel Bollettino della Società geografica di Parigi, 1873, voi. Il, pag. 83 
e seguenti. 



— 203 — 

licenza di andare a scoprire. Sedici giorni dopo la loro par- 
tenza da Lisbona, presero terra all'isola di Mayo (Maggio), alla 
quale imposero siffatto nome perchè vi giunsero in quel mese. 
Nel dì seguente, che era la festa dei santi Giacomo e Filippo, 
scoprirono due isole, che oggi portano appunto i predetti 
nomi » (1). Un altro storico portoghese, Antonio Galvam, dice 
invece che i Noli avevano ottenuto da D. Enrico il permesso 
di scoprire (più da vicino) le isole del capo Verde, dal che si 
potrebbe trarre la conseguenza che V Infante D. Enrico avesse 
notizia dell'esistenza di quelle isole, grazie alle scoperte ante- 
riori del Cadamosto. Favorevoli alla scoperta del viaggiatore 
veneziano sono, oltre all'affermazione del Galvam, alcune indi- 
cazioni del celebre Mappamondo di Fra Mauro Camaldolese 
(morto nell'anno 1459, cioè tre anni prima della navigazione 
di Antonio Noli). 11 cardinal Zurla, nel suo dotto lavoro sulla 
insigne opera del cartografo veneziano dice : « Verso capo Verde 
giace un'isola, che, sebbene anonima, pure per quella di S. Jago, 
ossia la maggiore di quelle di capo Verde, si riconosce ; molto 
più che presso la stessa altre minori si veggono, e come più 
di fresco marcate, con preparato sito di annotazione, non però 
eseguita, locchè combina coli' epoca dello scoprimento di tali 
isole, e prossime spiaggie, negli ultimi momenti della vita di 
Fra Mauro, che appena potè disegnarle » (2). 

Per altro lato la scoperta del Noli sarebbe confermata da 
che nelle carte nautiche di quel tempo le isole del capo Verde 
sono notate col nome di isole di Antonio. Così nella celebre 
carta del pilota Juan de la Cosa (anno 1500), e in un porto- 
lano antico ed anonimo che si conserva nella Biblioteca nazio- 
nale di Parigi, in cui si legge: « que (insule) invento sunt a 
quodam januense, cuius nomen erat Anthonius de Noli, a quo 
insule ipse denominate sunt et nomen adhuc retinent inventoris)>. 



(1) Barros, De Asia, Dee. I, lib. I, cap. 13. 

(2) Zurla, Il mappamondo di fra Mauro Camaldolese, pag. 63 e in 
altri luoghi, specialmente al numero 57, pag. 90, e al numero 124^ 
pag. 142-143. 



— 204 — 

Ma, per quanto è della carta del La Cosa, non si potrebbe, 
con una certa probabilità, attribuire la denominazione di isole 
di Antonio non già ad Antonio Noli ma sibbene ad Antonio 
od Antoniotto Usodimare, compagno del Cadamosto nella sua 
navigazione del 1456? Per cui, senza estendermi nello esporre 
e nel discutere le ragioni, le une favorevoli, le altre contrarie 
alla priorità della scoperta delle isole del capo Verde per parte 
del Noli, mi pare che, malgrado gli argomenti addotti a so- 
stegno del navigatore genovese da Pietro Amat di S. Filippo (1), 
non si possano ancora accettare senza alcun riserbo, le conclu- 
sioni cui giunge il dotto critico e che si possono compendiare 
in ciò, che il Cadamosto non seppe nulla di quell'Arcipelago 
africano, e che invece la priorità della scoperta debbesì, senza 
esitazione, attribuire al Noli (2). 

67. Diogo Gomes (1456 o 1457-1462). — Di questo na- 
vigatore portoghese non fanno menzione gli storici che tratta- 
rono delle memorabili navigazioni del secolo XV: solo esiste 
una relazione in una raccolta di manoscritti, fatta tra il 1495 
e il 1507 da Valentino Fernandez ed esistente in Monaco di 
Baviera, in cui Diogo Gomes racconta di due viaggi da lui 
fatti alla costa occidentale d'Africa, e nel secondo dei quali 
egli avrebbe scoperto, per primo, le isole del capo Verde. Kic- 
cardo Mayor attribuisce di fatti questo onore al navigatore 
portoghese, ma è validamente combattuto, nella sua tesi, dal 
francese Codine e da Pietro Amat di S. Filippo con ragiona- 
menti tanto calzanti da togliere ogni dubbio sul fatto princi- 
pale, che cioè, se realmente Diogo Gomes fece quei due viaggi, 
del che non sarebbe lecito dubitare, il secondo ebbe luogo nel- 
l'anno 1462, cioè sei anni dopo la navigazione del Cadamosto, 



(1) Bollettino della Soc. geogr. ital.^ 1880, pag. 134 e seg. 

(2) « Le tre navi girarono il Capo, e, a detta del Cadamosto, tocca- 
rono una delle isole del Capo Verde. Su di che feci le mie riserve 

spettando indubbiamente la scoperta di quelle isole ad Antonio Noli ». 
Amat di San Filippo, Biografia dei viaggiatori italiani, pag. 147. 



— 205 — 

e due anni dopo la morte di D. Enrico e la navigazione di 
Antonio Noli (1). 

68. Esplorazioni portoghesi dal 1462 al 1487. — Dopo 
avere raccontato quanto vide ed intese ne' suoi due viaggi alle 
coste occidentali d'Africa, il Cadamosto ci informa che, dopo 
la morte di D. Enrico (anno 1460), il re di Portogallo, Al- 
fonso V, spediva due caravelle armate, comandate da Fedro 
DE CiNTRA e da SoEiRO DA CosTA, coU'incarico di andare molto 
innanzi nella costa dei Negri, e di scoprire nuovi paesi; e 
quindi espone minutamente i risultamene della spedizione, i 
quali si possono compendiare nella esplorazione della zona co- 
stiera compresa tra l'arcipelago dei Bissagos ed un luogo, detto 
dal Cintra Arboreto di Santa Maria, che cadrebbe approssi- 
mativamente sul limite orientale dello Stato repubblicano di 
Liberia (5° di latitudine nord). 1 punti più importanti rilevati 
in questo tratto di costa furono il Capo Verga; il Capo Sagres 
in memoria del luogo del medesimo nome, ordinaria residenza 
dell'Infante; il Rio San Vincenzo, largo nella bocca circa 
4 miglia; il Rio Verde; il Capo Liedo o allegro; la montagna 
detta Serra Leona, « atteso il gran rumore che di continuo si 
sente pei tuoni alla sua cima sempre circondata da nebbie »; 
il Capo Rosso; il Capo Sant'Anna (26 luglio?); il fiume delle 
Palme; il Capo di Monte; il Capo Mesurado (poco lungi dalla 
odierna Monrovia); Y Arboreto di Santa Maria. 

Il re Alfonso V, più guerriero che scienziato, non attese mai 
direttamente al proseguimento delle scoperte a&icane, occupato, 
come egli era, nelle conquiste della Mauretania e nelle guerre 
colla Castiglia. Persuaso tuttavia del grave danno che ne sa- 
rebbe derivato al paese se quelle spedizioni si fossero del tutto 
abbandonate, egli concedeva per cinque anni (a cominciare dal 
novembre del 1469), ad un ricco cittadino di Lisbona, Femam 



(1) Godine, in Bull, de la Soc. de géogr, de Paris^ 1873, voi. II, 
pag. 93 e seg.; Amàt di S. Filippo, in Boll, della Soc, geogr. italiana^ 
1880, pag. 140 e seg. 



- 206 - 

Gomes, il privilegio esclusivo del commercio dell'Africa, me- 
diante il pagamento annuo di 500 ducati, ed alla condizione 
che in ciascuno dei cinque anni egli dovesse scoprire non meno 
di cento leghe di costa, di modo che, al termine del contratto, 
si contassero 500 leghe di nuove scoperte al di là del luogo, 
cui eransi arrestati gli ultimi scopritori Fedro de Cintra e 
Soeiro da Costa. 

Il Gomes, incoraggiato dalla speranza di lauti guadagni, e 
sorretto dal principe D. Giovanni che poneva molto interesse a 
simili imprese, si mise all'opera così attivamente, che al ter- 
mine dei cinque anni tutta la costa africana dall'Arboreto di 
Santa Maria al capo di Santa Caterina (circa 2 gradi di lati- 
tudine sud) era già conosciuta, almeno ne' suoi tratti princi- 
pali. Ma gli scrittori contemporanei, zelantissimi nel lusingare 
le inclinazioni di Alfonso V, minutamente raccontandone le sue 
imprese guerresche, poco si curarono di queste scoperte mer- 
cantili, per cui assai oscuro ed incerto è, ancora in oggi, tutto 
quanto ha rapporto colle prime esplorazióni della costa della 
Guinea. Tuttavia si possono registrare con onore Giovanni di 
Santarem e Fedro de Escovar, i quali negli anni 1470 e 1471 
scopersero successivamente l'isola San Tomaso (21 die. 1470), 
l'isola AnnO'iom o del Buon Anno (1® gennaio 1471), l'isola 
Sant'Antonio (17 gennaio) detta più tardi isola del Principe, 
e la costa degli Ascianti. Qualche incertezza si ha sulla data 
della scoperta di Fernando-Po. Alcuni autori la attribuiscono 
a Fernao do Fo che la vide pel primo nell'anno 1469 o 1471, 
« le diede il nome di Ilha Formosa per il suo ridente aspetto 
e la sua splendida vegetazione tropicale: altri invece ne pon- 
gono la scoperta nell'anno 1486, e la attribuiscono a Giovanni 
Alfonso di Aveiro. 

Né vuoisi dimenticare Buy de Sequeira, scopritore delle 
<;oste africane al sud della linea equinoziale, sino al capo 
Santa Caterina, ultimo luogo raggiunto sotto il regno di Al- 
fonso V. 

Il re Giovanni II, successore di Alfonso V, diede un impulso 
assai maggiore ai tentativi di scoperte e di colonizzazione dei 



— 207 — 

Portoghesi, ed il suo regno va gloriosamente distinto dalla fon- 
dazione di fattorie commerciali sulle coste della Guinea set- 
tentrionale, dalla esplorazione completa della costa di Benin, 
e dalle scoperte del Congo e del Capo di Buona Speranza. Al 
regno di D. Giovanni risale pure l'uso di innalzare dei padroni 
(padraos) o colonne commemorative nei più importanti luoghi 
della costa, e ciò nel fine di assicurare, per mezzo di monu- 
menti stabili e durevoli, i diritti di possesso del Portogallo 
dirimpetto alle altre nazioni. Tali colonne erano di pietra e 
portavano alla sommità una croce; alla superficie erano scol- 
pite le armi del Portogallo insieme coi nomi del sovrano re- 
gnante, del navigatore e colla data della scoperta (1). Di non 
lieve importanza sono i padraos nella storia delle navigazioni 
portoghesi sotto i regni di Giovanni II e di Emanuele, giacché 
servono, nel medesimo tempo, a determinare le date precise 
delle scoperte ed i luoghi estremi raggiunti, nelle loro spedi- 
zioni, dai diversi navigatori. 

Il primo a far uso di queste colonne commemorative fu 
DioGO Cao Cam ne' suoi due memorabili viaggi alla costa 
occidentale d'Africa (1484-86, 1486-88). 

Nel primo viaggio Ùiogo Cam si avanzò oltre il capo di 
Santa Caterina, e giunse al gigantesco fiume, detto Zaire dagli 
indigeni, e comunemente conosciuto col nome di Congo. Sul capo 
che termina a sud ovest l'imboccatura di questo fiume, fu innal- 
zata la colonna commemorativa (2) detta Padron di S. Giorgio, 
per la particolare devozione che il re Giovanni portava al Santo 
di tal nome. Nel secondo viaggio 1' ardito navigatore giunse 
sino al capo Cross (lat. sud = 2ì^ 48'), e furono innalzate due 
altre colonne commemorative, cioè il Padron de Sancto Ago- 
stinho sul promontorio che venne designato col nome di Santa 



(1) Queste iscrizioni erano in latino ed in portoghese; ovvero, come 
affermano alcuni scrittori, in latino, in portoghese ed in arabo. 

(2) Da questa prima colonna commemorativa hanno origine i nomi di 
Rio Padron e di Capo Padron che le carte antiche danno al fiume 
Zaire ed al promontorio a sud-ovest della foce. 



1 



Maria (dal giorno della scoperta, 15 ^osto) e bì trova sotto la 
latitudine australe di 13" 30'; e il Padron del capo Cross, il 
quale segna il punto estremo toccato da Diego Cam in quelle 
regioni lontane. 

Contemporaneamente al primo via^o di Diego Cam, gli sto- 
rici portoghesi registrano la spedizione di Alfonso J)e Ateiro 
(aprile 1484 — ottobre 1486), della quale faceva parte il celebre 
geografo e cosmografo Martino Behaim di Norimberga. A par- 
tire dalla fattoria dì La Mina, le due caravelle della spedizione 
si recano alla costa di Benin, quindi alle isole del golfo di 
Guinea verso la fine dell'anno 1484: ritornando alla costa giun- 
gono al Capo Negro (Monte Nigro) il 18 gennaio del 1485,. e 
al capo San Bartholomeo Viego il 24 agosto. Queste date ri- 
sultano da due leggende del globo di Martino Behaim, la 
prima delle quali, al monte Nigro, dice : « Quivi furono erette 
le colonne del re di Portogallo, il 18 gennaio dell' anno del 
Signore 1485 >; e la seconda, a Iato del capo San Bartolomeo 
« Sin qui giunsero le navi portt^hesi, ed innalzarono una co- 
lonna; al termine di 19 mesi furono dì ritorno al loro paese *. 

69. Bartolomeo Diaz (1487-1488). ~ Durante le spedi- 
zioni precedenti i Portoghesi erano entrati ìn relazione cogli 
abitanti delle coste africane, ed avevano potuto raccogliere 
molte e nuove informazioni intorno ai paesi dell'intenio. Si era 
inoltre riconosciuto che la costa africana deviava gradatamente 
verso oriente eoU'avanzarsi verso mezzodì, per cui doveva parere 
prossima al suo definitivo scioglimento la questione della cir- 
cumnavigazione dell'Africa in senso opposto a quella eseguita, 
20 secoli prima, dai Fenici. A tal fine venne allestita una 
nuova spedizione composta dì due caravelle, di 50 tonnellate 
ciascuna, e di una piccola nave da trasporto, e la si pose sotto 
il comando di Bi.BT0LOME0 Duz, capitano espertissimo (1). 



(1) Ln cave smmiraglia, comandata dal TAh?. in persona, aveva a pi- 
lota Pero d'Alanqoer: la caravella Pantaleara era comandata da Joam 
Infante, ed avera a pilota Alvaro Martina. La nave da trasporto era 
po^ta Botlo it comando di Pero Diaz, fratello dì Bartolomeo. 



— 209 — 

Il giorao della partenza può essere fissato tra il 1° ed il 15 
di agosto deiranno 1487. Difatti si legge in una nota mano- 
scritta sul margine del foglio 13 dell' esemplare AélVImago 
mundi (del cardinale Pietro d'Ailly) posseduto da Cristoforo 
Colombo: « Nota quod hoc anno de 88 in mense decembri ap- 
pulit in Ulibona Bartholomeus Didacus capitaneus trium cara- 
bellarum quem miserat serenissimus Sex Portugalie in Guineam 
ad tentandum terram ». Ora il viaggio di Bartolomeo Diaz 
durò 16 mesi e 17 giorni, secondo TafFermazione del Barros e 
di altri scrittori: risalendo adunque, di questo tempo, a partire 
dal decembre del 1488, il giorno della partenza da Lisbona 
viene a porsi tra il 1* ed il 15 dell'agosto 1487. 

Il Diaz si volge direttamente al Congo, donde, navigando 
lungo la costa, riconosce TAngra do Salto (tra il capo Negro 
e quello di Santa Maria), TAngra pequena od Angra dos ilheos, 
e FAngra das Voltas, ove lascia la nave da trasporto affidan- 
dola alla custodia di nove Portoghesi. Dopo tredici giorni di 
viaggio terribilmente tempestoso, giunge ad una latitudine più 
meridionale di quella del capo di Buona Speranza, cioè, quasi 
precisamente, al parallelo australe di 43<>. Calmatasi la tem- 
pesta, egli si dirige ad oriente, nella persuasione che la costa 
occidentale del continente continui a svilupparsi nella direzione 
generale del sud; ma, dopo alcuni giorni di navigazione, ordina 
di volgere le prore al nord, direzione questa che conduce le 
navicelle slV Angra dos Vaqueiros (1). Ora , secondo la nota 
citata poc'anzi, questa navigazione al nord, a partire dal pa- 
rallelo estremo toccato dalla spedizione, sarebbe stata di 
150 leghe portoghesi (di 17,5 per ogni grado equatoriale): la 
differenza tra la latitudine del parallelo e quella dell' Angra 
dos Vaqueiros risulta, così, di 8® 34'. E siccome la baia dos 
Vaqueiros (FlQsh Bay delle carte inglesi) è sotto la latitudine 
sud di 34*20', quella del parallelo estremo viene ad essere 
di 42« 54'. 



(1) Baia dei Vaccarì. 

Huauss, storia della Geografia, U. 14 



— 210 — 

Fatta provvigione d'acqua all'Angra dos Vaqueiros, le due 
caravelle, seguitando la costa verso oriente, giungono slVAngra 
de San Braa (odierna baia Mossel), il cui nome ricorda la 
data della scoperta (3 febbraio 1488, giorno dedicato a S. Biagio), 
quindi all' J2%a da Cruz, nel fondo nord-ovest della baia di 
Algoa, e infine al Rio Infante (dal nome del capitano della 
seconda caravella), corrispondente al moderno Gran fiume del 
Pesce. A questo punto gli ammutinamenti dell'equipaggio, che 
già si erano manifestati alla baia di Algoa, si fanno più forti 
e minacciosi, e il capitano è costretto, suo malgrado, a pren- 
dere la strada di ritorno. 

L'infelice stato delle navicelle, le fatiche dell'equipaggio, la 
diminuzione e le cattive condizioni dei viveri, forse anche molti 
contrattempi non riferiti dagli scrittori contemporanei, e che 
tutti si compendiano nell' unico ricordo delle furiose tempeste 
che diedero tanta celebrità alla scoperta del promontorio che 
segna molto approssimativamente l'estremità meridionale del 
continente (1), spiegano il lungo soggiorno di circa 7 mesi (dal 
febbraio al 16 agosto del 1488) sulla costa difficile e pericolosa 
che si estende dalla baia di Algoa al capo delle Tempeste. 

Dalla medesima nota più sopra citata a proposito della la- 
titudine del parallelo estremo raggiunto dalla spedizione nella 
direzione del mezzodì, sappiamo pure che il Diaz determinò 
quella del capo delle Tempeste in 35 gradi. 

Il viaggio di ritorno da questo capo a Lisbona non ci offre 
d'importante che la scoperta della baia di Sanf Elena (18 agosto), 
il ritrovamento, all'Angra das Voltas, di quattro dei Porto- 
ghesi colà lasciati a custodia della nave di approviggiona- 
mento (2), ed alcuni approdi all' isola del Principe, alla costa 
di Benin ed alla fattoria di La Mina. 



(1) È noto che il punto più meridionale dell' Africa è il Capo degli 
Aghi. 

(2) Dei nove Portoghesi lasciati all'Angra das Voltas, cinque erano 
morti nel frattempo. Quanto alla nave di trasporto, la si dovette distrug- 
gere perchè resa assolutamente inservibile dalle teredini. 



— 211 — 

Notiamo ancora Terezione di cinque colonne commemorative, 
la prima all'Angra pequena, la seconda all'Angra das Voltas, 
la terza airilha da Cruz, la quarta al capo Padron (dall' Angra 
dos Yaqueiros al Kio Infante), la quinta, in fine, al capo delle 
Tempeste. 

Il grande navigatore aveva chiamato col nome di Caho Tor- 
mentoso il promontorio che segna, col suo meridiano, il limite 
tra r Atlantico e il mare delle Indie; ma il re Giovanni, non 
volendo intimorire i marinai con un nome di sì cattivo augurio, 
e persuaso dei grandi vantaggi che quella scoperta avrebbe re- 
cato agli interessi commerciali e politici del Portogallo, lo 
cangiò in quello di Cobo de Boa Esperanga, che rimase defi- 
nitivamente nella nomenclatura geografica. 

Dalle cose dette apparisce chiaramente quanto sia ingiusta 
Tafifermazione di non pochi scrittori, anche moderni, che a Vasco 
da Gama spetti Tenore di avere, per primo, oltrepassato il capo 
di Buona Speranza (1). Ed anzi, quando si ponga mente alla 
grande distesa di coste (più di 700 chilometri) riconosciuta 
da Bartolomeo Diaz ad oriente del Capo, e alla circostanza che, 
appunto a partire dalla imboccatura del Eio Infante — estremo 
punto raggiunto dal navigatore — la costa africana incomincia 
a volgersi a nord-est, non parrà esagerato affermare che, colla 
famosa navigazione degli anni 1487-88, il problema della cir- 
cumnavigazione deir Africa poteva essere considerato come so- 
stanzialmente risoluto. 



(1) Carlo Ritter (Africa, voi. I, pag. 164) dice: « I Portoghesi, che 
primi oltrepassarono il Capo neiranno 1498, non vi si stabilirono ». 
Però nella sua Storia della geografia e delle scoperte (pag. 258) cosi 
si esprime: « Diaz è adunque il primo che fece questa scoperta (della 
strada marittima alle Indie) e non Vasco da Gama ». Il Yivien de Saint- 
Martin (Histoire de la géographie, pag. 309) attribuisce Tonore di avere 
oltrepassato il Capo delle Tempeste a Bartolomeo Diaz, ma nel Dizio- 
nario geografico, all'articolo Esperance (Cap de Bonne) dice che il 
Capo fu scoperto dal Diaz nel 1486 (sic), ma fu per la prima volta ol- 
trepassato da Vasco de Gama. 



— 212 — 

70. Fedro de Covilham. Alfonso de Payva. — Con- 
temporaneamente alla spedizione di cui nel precedente para- 
grafo, Giovanni II aveva spedito due suoi gentiluomini, Fedro 
de Covilham e Alfonso de Payva, verso oriente col doppio in- 
carico di avere notizie sicure sul personaggio misterioso detto 
Prete Gianni, i cui dominii credevano i Portoghesi che fossero 
situati nell'Abissinia, e di radunare tutte le informazioni in- 
torno al commercio dell'India ed alle vie navigabili verso quel 
continente. Con una carovana di mercatanti arabi del Marocco 
i due viaggiatori si recarono a Tor, al piede del monte Sinai, 
ove raccolsero alcune utili notizie intorno al commercio di 
Calicut. Si imbarcarono quindi sul mar Sosso, e giunsero ad 
Aden, ove si separarono, Payva per passare di là in Abissinia, 
e Covilham per proseguire verso l'India, ed assicurarsi della 
verità delle relazioni fattegli dai mercanti arabi. Assai impor- 
tante fu il viaggio del Covilham, giacché, dopo aver visitato 
parecchi luoghi della costa occidentale del Dekhan, attraversò 
rOceano Indiano, e giunse a Sofala sulla costa orientale d'Africa, 
celebrata per le ricche miniere aurifere del suo territorio. Quivi 
ebbe anche occasione di radunare alcune precise notizie sul- 
Visola della Luna, detta più tardi Madagascar. Dalla costa 
orientale d'Africa recossi quindi, per la via di mare, all'Egitto, 
e giunto al Cairo seppe che il Payva era stato barbaramente 
trucidato in Abissinia. Venne allora nella risolazione di andare 
egli stesso in cerca del Prete Gianni, ovvero del Negus di 
Abissinia, dal quale ebbe così lieta accoglienza e fu trattato 
così onorevolmente, che decise di passare colà il resto della sua 
vita. E, oltre alle note di viaggio che egli aveva diretto al re 
di Portogallo durante il suo soggiorno al Cairo, mantenne 
anche in seguito attiva corrispondenza epistolare col suo paese 
nativo, nella quale diceva, tra le altre cose, non esservì dubbio 
alcuno sulla possibilità di navigare all'India circumnavigando 
l'Africa, ed affermava che il promontorio meridionale di questo 
continente era bene conosciuto dai navigatori arabi pratici del 
Mare delle Indie. Per cui, come bene osserva un egregio geo- 
grafo inglese, al Covilham può essere giustamente attribuita la 



— 218 — 



scoperta teorica del passaggio pel Capo, come il merito della 
scoperta pratica appartiene a Vasco de Gama (1). 



Capitolo XII. 

La Cartografia nel Medio Evo. 

lì Mappamondo di Cosma ladopleuste — Altre carte quadrilatere — Le carte circo- 
lari — Carte ellittiche — Le carte nautiche. 

71. Il Mappamondo di Cosma Indopleuste. — Mentre 
nella coltura geografica un primo barlume di risveglio comincia 
ad appalesarsi intomo al 1000, la cartografia medioevale con- 
serva quasi inalterati i suoi caratteri, non solo durante l'epoca 
dei Padri e dei Dottori della Chiesa, ma eziandio durante l'in- 
tero periodo della scolastica, finché per una serie di meravi- 
gliose circostanze, tra le quali primaria la diffusione dell' uso 
della bussola, non apparvero sulla fine del secolo XIII, ovvero 
sul principio del XIV, le prime carte nautiche (2). 

Una delle più antiche carte medioevali, se non la piti antica, 
è il mappamondo di Cosma Indopleuste (dell' anno 555). La 
terra abitabile vi è rappresentata sotto la forma di un rettan- 
golo, coi suoi lati maggiori da occidente ad oriente, e i minori 
da settentrione a mezzodì. Il rettangolo è, tutto all'intorno, cir- 
condato dall'Oceano, e al di là di questo si estende la terra 
abitata dagli uomini prima del diluvio universale. La parte 
orientale del lato meridionale è frastagliata da due golfi ter- 
minati da spiaggie quasi semicircolari, cioè dal golfo Arabico 
ad occidente, e dal golfo Persico ad oriente. In quest'ultimo si 
gettano l'Eufrate ed il Tigri scorrenti dal nord, e il Fison che 
vi giunge da oriente. Lungo il lato settentrionale del rettan- 
golo, e corrispondente al golfo Persico, si apre il mar Caspio, 



(1) Desborough Goolky, Storia delle scoperte marittime e continen- 
tali, I, pag. 477. 

(2) Marinelli, La geografia e i Padri della Chiesa, pag. 52. 



— 214 — 

che comunica direttamente coU'Oceano, ed ha una forma iden- 
tica a quella del golfo Arabico. Finalmente un largo canale, 
che si apre lungo il lato occidentale, conduce dall'Oceano nel 
golfo Somano (mare Mediterraneo), il quale si avanza di molto 
nella direzione di oriente, con rive uniformi dal lato del mez- 
zodì, più irregolari e interrotte da due golfi secondari dal lato 
del nord. La Terra al di là dell'Oceano è occupata, nella sua 
parte orientale, dal Paradiso terrestre, irrigato dai quattro clas- 
sici fiumi, di cui ci informa la Genesi, e che per mezzo di ca- 
nali sotterranei giungono alla terra abitata, per gettarsi, il Tigri, 
l'Eufrate e il Fison nel golfo Persico, il Gihon (Nilo) nel Me- 
diterraneo. 

72. Altre carte quadrilatere. — Alla medesima cate- 
goria del Mappamondo di Cosma Indopleuste appartengono la 
carta merovingia di Alby, probabilmente dell'anno 730, che ac- 
compagna un manoscritto delVHormesta di Paolo Orosio. La 
Terra abitabile ha, in questo disegno, la forma di un quadri- 
latero arrotondato verso oriente, e circondato dal mare che vi 
forma, come nel mappamondo precedentemente descritto, quattro 
golfi, l'Arabico, il Persico, il Caspio e il Mediterraneo. Tra le 
dipendenze di quest'ultimo si notano l'Adriatico, il Ponto e il 
mare Ionio. Lungo le rive settentrionali del Mediterraneo si 
succedono, da occidente ad oriente, la Spagna, la Gallia, l'Italia 
(colla città di Kavenna), l'Acaia (colla città di Atene): lungo 
le rive meridionali, pure da occidente ad oriente, la Mauri- 
tania, la Numidia, l'Africa (col territorio di Cartagine), la Libia, 
l'Egitto (colla città di Alessandria), la Giudea (colla città di 
Gerusalemme). Nella parte orientale si presentano, dal sud al 
nord, la Persia, la Babilonia, la Media, l'India e l'Armenia. 
A settentrione dell' Acaia sono la Tracia e la Macedonia: al 
nord di queste, la Gozia bagnata dall'Oceano esterno, alla quale 
succede verso oriente, e sino alle rive del Caspio, il paese dei 
Barbari. Il lembo meridionale del disegno è occupato dalla 
Etiopia, dal mare Eubrum, dall'Arabia deserta e dal golfo Per- 
sico. Al nord-ovest è notata la Britannia: nel Mediterraneo si 
succedono, da occidente ad oriente, la Corsica e la Sardegna 



— 215 - 

(la prima a mezzodì, la seconda a settentrione), la Sicilia di- 
rimpetto alla imboccatura dell' Adrias (Adriatico), Cipro e Creta. 
Tutte queste isole hanno forma ellittica, a meno della Sicilia 
che ha forma romboidale. Gli unici fiumi sono il Reno che 
sbocca dirimpetto alla Britannia, il Rodano, il Nilo, il Tigri 
ed il Fison. 

Altra carta quadrilatera è il famoso mappamondo anglo- 
scissone appartenente alla biblioteca cottoniana del Museo bri- 
tannico di Londra. Questo mappamondo è unito ad un mano- 
scritto di Prisciano il grammatico, intitolato : « Liber Periegesis, 
id est de situ Terrae », quantunque non abbia alcuna relazione 
con questo poema. L'autore del mappamondo circonda le terre 
conosciute con un Oceano senza confini, e non ammette il fiume 
Oceano circolare che, nelle carte del medesimo tempo, inviluppa 
da ogni parte la Terra abitabile. Una parte molto considerabile 
del quadro è occupata dal Mediterraneo, nel quale sono facil- 
mente discernibili, malgrado la loro forma straordinariamente 
errata, il golfo del Leone, il mar Tirreno, il mar Ionio, l'Adria- 
tico, il mare Egeo, il Bosforo colla città di Costantinopoli, il 
Ponto e la Palude Meotide. In tutte queste parti del mare In- 
terno si innalzano isole numerosissime: ma, all' infuori delle 
Cicladi, tutte le altre non si possono riconoscere in alcune delle 
isole attuali. 

Il lembo occidentale del continente europeo è occupato dalla 
Spagna, la quale si sviluppa da mezzodì a settentrione ed è 
limitata ad oriente dai Pirenei pure diretti nel medesimo senso. 
A breve distanza dalla estremità settentrionale della Spagna è 
un'isola (arcipelago delle Scilly?), e ad oriente di questa si 
allunga notabilmente da occidente ad oriente ]a penisola della 
Cornovaglia, parte della Britannia. . Quest'ultima si allunga dal 
sud al nord, e porta nella sua parte settentrionale il nome di 
Camri^ che è quello degli abitanti del paese di Galles, desi- 
gnato, a sua volta, col nome strano di Morenpergas. Ad occi- 
dente della Britannia è rappresentata VHibemia (Irlanda) col 
suo asse maggiore diretto da oriente ad occidente: vi si nota 
la città di Arthunmorns (Armagh, una delle più antiche città 



) 



irlandesi). L'isola di ThyUn (Tbule) è al nord dell'Irl&nda, e 
a non molta distanza da questa: probabilmente l'autore della 
carta ba voluto con essa accennare ad una delle Ebridi. Le 
Orcadi, numerosissime ed occupanti uno spazio enormemente 
maggiore del vero, si innalzano ad oriente dì TUylen e a set- 
tentrione del paese dei Camri. 

11 golfo di Guascogna si sviluppa da settentrione a mezzodì, 
e comunica immediatamente colla Manica. La Gallia, limitata 
a settentrione da questo braccio di mare, lo è ad occidente dai 
Pirenei, a mezzogiorno dalle Alpi, che si sviluppano, in vasto 
arco, dal golfo di Genova all'Adriatico settentrionale. In queste 
montagne sorgono la Garonna e la Loire tributari del golfo di 
Guascogna, e il Beno afDuente del mare che limita ad oriente 
la Britannia. 

La penisola italiana si sviluppa bensì da nord-ovest a sud-est, 
ma si allarga da occidente ad oriente assai piti del vero. Nella 
celebre penisola sono notate Roma, Bavenna, Salerno (Salonna), 
Lucca, Pavia, Verona. L'Apennino percorre in vasto arco con- 
cavo ad occidente, tutta la regione italica, ed è affatto indi- 
pendente dalle Alpi. 

Tutta la Grecia si compendia in Atene, mìV Attica, e nella 
Macedonia, e si avanza, sotto la forma di una sinuosa penisola, 
dirimpetto alle innumerabili isole dell'Arcipelago, seminate qua 
e là a capriccio. Vi si riconosce anche l'istmo di Corinto. Ma 
l'Attica è situata al sud di questo istmo, nel Peloponneso; la 
Macedonia occupa il luogo della Laconia, e, per colmo di ine- 
sattezza, Atene è assai lontana dall'Attica, lungo la costa orien- 
tale dell'Adriatico meridionale. 

Nel centro dell'Europa si succedono, dall'ovest all'est, YHistria, 
la Dardania, la Pannonia e la Dàhttatìa, V Ungheria (Huno- 
rum gens) e la Tracia. Il lembo orientale dell'Europa centrale 
è occupalo 3alla Mesina (Mesia) e da Coslanlinopolim. 

Dal tronco continentale europeo si avanza verso il nord una 
penisola, nella quale si sarebbe tentati a riconoscere il Jutland: 
essa è desif^nata col nome dì Neronorroen (Norvegia?). Lungo 
il mare settentrionale sono notati, da occidente ad oriente, il 



— 217 — 

paese di Slespie (Schleswig?), gli Sciavi (Slavi); la Dania e 
la Gothia; il paese di Bolgam (Bulgaria). Più lungi si mo- 
strano la Scithia coi Montes Ripam (Bipei o Bifei), e tre fiumi 
che scorrono dal nord al sud e si gettano in un gran bacino 
marittimo allungato da occidente ad oriente e sparso di gruppi 
insulari numerosi, nel quale il cartografo intende sicuramente 
del Ponto Eussino. I tre fiumi portano, Toccidentale il nome di 
Naperfida (Dnjepr), il centrale quello di Ypanis (Bug?), To- 
rientale quello di Tanae (Tanais, Don), e quest' ultimo ha le 
sue sorgenti nei monti Bipei. Al nord della sezione orientale 
del Ponto appare il nome di Meotides palt^des^ ma la costa è 
quivi assai regolare, e non dà alcun indizio di addentramento 
marittimo. 

Il Naperfida, ITpanis e il Tanae sono, col Danubius^ i soli 
fiumi d'Europa accennati con nomi particolari : ma sono abba- ' 
stanza riconoscibili altri fiumi, quali VElha^ il Reno^ la Loire^ 
la Garonne, VEbro. 

Nell'Asia trovo specialmente a notare la Palestina, che vi 
occupa uno spazio immensamente maggiore del vero. Le tribù 
di Buben e di Gad e la mezza tribù di Manasse (dimidia 
tribù Manase) sono segnate esattamente all'est del Giordano (o, 
meglio, del mar Morto), ma vi si trova pure erroneamente la 
Philestea (paese dei Filistei). Ad occidente sono le altre tribù, 
a meno delle tre di Giuda, di Beniamino e di Simeone. La 
città di Hierusalem è posta erroneamente sulle rive stesse del 
Mediterraneo: anco più erronea la situazione di Betleem e di 
una seconda tribù di Neptalim (Naphtali) sulle rive del Nilo. 

Dai monti dell'Armenia, coronati dall'Arca di Noè, scaturi- 
scono due grandi fiumi (sicuramente l'Eufrate ed il Tigri), i 
quali scorrono da settentrione a mezzodì, confluiscono al disotto 
della città di Babilonia circondata da mura e da torri merlate, 
e si gettano uniti, non già nel golfo Persico, sibbene in un lago 
intemo del paese degli Ammoniti. Ma un terzo fiume, ad oriente 
e parallelo ai precedenti, bagna la Mesopotamia ed i Chaldei, e 
sbocca nella estremità occidentale di un golfo aperto liberamente 
nella direzione opposta, e nel quale si scorge il golfo Persico. 



. — 218 — 

A mezzogiorno di questo golfo, e parallelamente ad esso, si 
estende il Mar Rosso, diviso in due parti da un istmo solido, 
con cui pare che l'autore della carta abbia voluto alludere al 
miracoloso passaggio degli Israeliti. 

L'Arabia si mostra divisa in due parti dal golfo Persico: 
runa, detta Arabia deserta, è tra questo golfo ed il mar Bosso ; 
l'altra, che porta il nome di Arabia Eodemon, si estende ad 
oriente del golfo Persico, e tocca alla Persia ed alla Caldea. 

Alle estremità orientali della Terra sono segnate Y India colle 
sue 44 nazioni: «India, in qua sunt gentes XLIIII»; l'isola 
Tapróbanen (Ceylon), la quale ha 10 città e abbonda di ogni 
sorta di prodotti. Il Tison (Phison del Genesi) si getta diret- 
tamente nell'Oceano, e probabilmente corrisponde al Gange. 

Alla estremità nord-est dell'Asia si vede disegnato un leone 
maestoso colla nota: « hic abundant leones y>; al nord di questa 
figura si legge: « Gentes XLIII (ad) Boream ». 

Nell'Oceano settentrionale una grande isola, xiUungata da oc- 
cidente ad oriente, porta dall'una parte il nome di Islano, dal- 
l'altra quello di Sensefimius: col primo di questi nomi il car- 
tografo volle forse accennare all'Islanda, da poco tempo scoperta. 

Poco estesa da settentrione a mezzodì, l'Africa si allunga 
straordinariamente dall'ovest all'est, sino alla longitudine asse- 
gnata nella carta a Taprobane; e termina ad oriente con una 
montagna, a lato della quale si legge : « hic dicitur esse mons 
semper ardens » (forse il Theon Ochema del cartaginese Annone). 

Il Nilo è rappresentato da due fiumi assolutamente distinti 
e diretti in senso contrario. Il meridionale, detto Nilu, scorre 
da occidente ad oriente, uscendo dal paese che l'autore chiama 
Libia Aethiopum; percorre dei paesi popolati da Etiopi no- 
madi (hic oberrant Ethiopes); attraversa una seconda Libia 
Aethiopum, popolata da nazioni barbare, quindi i deserti della 
Etiopia « Ethiopica deserta » e termina in un lago che si trova 
nell'Egitto superiore (Egiptus superior). 

Il secondo Nilo incomincia poco lungi da questo lago, scorre 
da oriente ad occidente, forma l' isola Meroe, bagna 1' Egitto 
inferiore (Egiptus inferior), e la città di Alessandria, e gettasi, 
T\fir frpj rami, nel Mediterraneo. 



— 219 — 

E molte altre cose singolarissime e geograficamente assurde 
si potrebbero avvertire in questa e nelle altre parti della carta 
anglo-sassone ; ma basti il sin qui detto per far vedere in quali 
meschine condizioni si trovassero, in quei tempi, la geografia 
e la cartografia presso i popoli dell'Occidente europeo. 

73. Le carte circolari. — Alla forma quadrilatera della 
Terra abitabile tenne dietro la circolare. Al quale sistema i 
cartografi furono condotti e dalla forma circolare deirorizzonte^ 
e dall'autorità di rinomati scrittori, come Isidoro di Siviglia e 
Marciano Capella, e, specialmente, dal concetto, che il mondo 
dovesse estendersi uniformemente per ogni lato intorno ad un 
punto centrale, il quale non poteva essere altro che Gerusalemme, 
il luogo santo per eccellenza. 

In queste carte a ruota (1) la Terra è rappresentata da un 
cerchio, e l'Oceano esterno o mondiale da una cintura o zona 
circolare concentrica, il tutto diviso in tre parti da un dia- 
metro e da un raggio perpendicolare a questo. Tale forma è 
così descritta da Leonardo Dati nel suo trattato Della spera, 
scritto nell'anno 1422: 

Un T dentro a un mostra il disegno 
Come in tre parti fu diviso il mondo 
E la superiore è il maggior regno 
Asia chiamata: il gambo ritto è segno 
Che parte il terzo nome dal secondo: 
Africa, dico, da Europa: il mare 
Mediterran tra esse in mezzo appare. 

Nelle più antiche carte di questa specie il Tanai (Don), di- 
retto da settentrione a mezzodì, divide l'Europa dall'Asia; il 
Nilo, scorrente dal sud al nord, segna la divisione tra l'Asia 
e l'Africa. Questo sistema conosciuto col nome di Divisio tri- 
faria o Bistìnctio trifaria, si trova già espresso in Sant'Ago- 
stino: « Unde videntur orbem dimidium duae tenere. Europa 



(1) IsiD., Orig., lib. XIV, cap. 2: « Orìns a rotunditate circuii dictus, 
quia sicut rota est ». 



— 220 — 

et Africa, alium vero dimidìum sola Asia Qaapropter si in 

duas partes orbem dìvidas, Orientis et Occidentis, Asia erit in 
una, in altera vero Europa et Africa » (1). La medesima divi- 
sione è ammessa da Sant'Isidoro (2). L'abate di Fulda e ve- 
scovo di Magonza Babano Mauro ammetteva bensì che la Terra 
fosse quadrangolare (3), ma nello stesso tempo opinava che il 
detto, di cui nel cap. XXIV, v. 31 dell'Evangelio di S. Matteo, 
alludesse a ciò che i Greci chiamavano orizzonte (4). 

Conformemente allo spirito cristiano di quei tempi, la città 
di Gerusalemme era posta nel centro dell'orbe. E così Isidoro 
di Siviglia dice : « In medio autem Judaee civitas Hierosolyma 
est, quasi umbilicus regionis terrae » (5), come pure Babano 
Mauro: « In media Judaea civitas Hierosolyma est quasi um- 
Wicus regionis et totius terrae » (6). Gli Ebrei e gli antichi 
cristiani erano sicuramente condotti a ritenere che Gerusalemme 
fosse nel mezzo della Terra da due luoghi dì Ezechiele, l'uno 
dei quali nel cap. 5: «Ista est Hierusalem, in medio gentium 
posui eam et in circuitu eius terrae », l'altro nel cap. 38: « Et 
super populum, qui est congregatus ex Gentibus, qui possidere 
coepit, et esse habitator in medio terrae ». Davide Kimchi, rab- 
bino del secolo XIII, dice che la Terra abitabile si divide in 
sette parti, e che Gerusalemme è situata nel mezzo di quella 
parte che tra queste è la media (7). Anche Fra Mauro am- 
metteva la posizione centrale della Santa Città (8). 

La ragione per cui nelle carte a ruota si attribuiva all'Asia 
la metà dell'orbe, e solo un quarto di esso a ciascuna delle 
altre due parti pare fosse questa, che Sem, come primogenito 



(1) De Civitate Dei, lib. XVI, 17. 

(2) Oriff,, lib. XIV, cap. I. 

(3) V. più sopra, pag. 27. 

(4) Rabanus Maurus, De Universo, lib. XII, cap. 2. 

(5) Orig,, lib. XIV, cap. 3. 

(6) De Universo, lib. XIV, 2. 

(7) Leopardi, op. cit., pag. 207 e 208. 

(8) ZuRLA, U mappamondo di fra Mauro, pag. 47 e 48. 



— 221 — 

di Noè, avesse diritto ad una parte maggiore, e propriamente 
doppia di quelle spettanti ai suoi due fratelli Cam e Jafet (1). 

Tra le carte circolari una delle più curiose è il mappamondo 
detto di Torino^ e annesso ad un commento manoscritto del- 
l'Apocalisse, il cui autore sarebbe dellTIII secolo, poiché un 
motto del commentario dice : « Ab adventu Domini nostri Jesu 
Christi usque in presentem eram sunt anni DCCLXXXVII ». 
Il quale asserto non è però sufficiente per assegnare alla carta 
la data del 787, tanto piti se si badi alla forma circolare del 
mappamondo, non adottata dai cartografi prima del secolo X. 
Per altro lato, il contenuto stesso della carta dimostra che la 
composizione di questa è sicuramente anteriore al secolo XIII. 

L'orientazione della carta è tale, che il nord si mostra alla 
sinistra, similmente a quanto abbiamo veduto per le due carte 
quadrilatere descritte nel precedente paragrafo. Quattro figure 
di venti, personaggi grotteschi seduti sopra otri e con dei comi 
in bocca, indicano i punti collaterali, cioè i luoghi in cui pare 
a noi che il Sole si levi e tramonti nei giorni dei solstizi. 
Nella parte intema si trovano l' Europa a sinistra, l'Asia in 
alto, l'Africa alla destra : quest'ultima è innominata, e difficil- 
mente la si potrebbe riconoscere dalla forma detestabile che 
le attribuisce il cartografo. Alla estremità orientale dell'Asia, 
e per conseguenza nella parte superiore del disegno, si veggono 
disegnati Adamo ed Eva insieme col serpente tentatore che at- 
tortiglia l'albero fatale del bene e del male. 

Una nota inserta nel sud della carta ci informa che, oltre 
alle tre parti del mondo, ve ne ha una quarta, al di là del- 
l'Oceano, la quale è sconosciuta per causa degli ardori del sole, 
e sui confini della quale si pretese favolosamente che vi fos- 
sero degli abitanti antipodi: « Extra tres autem partes orbis, 
quarta pars trans oceanum inferior est, que solis ardore inco- 
gnita nobis est, cuius finibus antipodes fabulusore inhabitare 
produntur ». 



(1) LowBNBERG, Geschìchte der geographischen Entdeckungsreisen^ 
I, pag. 130. 



— 222 — 

Delle moltissime carte circoliari dei secoli XIV e XV sono 
specialmente degne di menzione il mappamondo dell'anno 1314, 
composto da Kiccardo di Haldingham, e conservato nella chiesa 
di sant' Etelberto della città di Hereford; il mappamondo di 
Marino Sanudo dell'anno 1320; il planisfero di Andrea Bianco 
dell'anno 1436; i mappamondi vicentino e veneziano di Gio- 
vanni Leardo, i quali portano le date rispettive del 1448 e 
del 1452; il planisfero di Bartolomeo Pareto dell'anno 1455. 

11 veneziano Marino Sanudo, viaggiatore instancabile, carto- 
grafo insigne, forse uomo di Stato, certamente precursore degli 
statistici e degli economisti d'oggidì, ricorda uno dei tratti ca- 
ratteristici dell' indole veneziana , poiché la crociata che egli 
propone e predica in quel memorabile libro dei Secreta fidelium 
Crucis (1), è una vera impresa politica o meglio politico-com- 
merciale, il cui primo e forse solo vero obiettivo era demolire 
la potenza mercantile dell'Egitto, rivolgendo alla strada dell'Ar- 
menia, fin allora poco battuta, i traffici fra ponente e levante (2). 

Parecchie carte accompagnano il libro del Sanudo, tra cui 
il Planisfero circolare, col suo centro nella città di Gerusalemme, 
^ colla indicazione di 16 rombi di vento, tra cui l'Omw^ nel- 
l'alto, r Occidens nel basso, VAtister a sinistra e V Aquila alla 
destra, e i quattro punti intermedi Qrecus, Syxcm, Afriois, 
Magister. Il Mediterraneo coi suoi diversi bacini secondari, i 
paesi ad esso adiacenti ed i litorali occidentali dell'Europa 
sono bene delineati, e dimostrano la superiorità di questo pla- 
nisfero sugli altri di quei tempi (3). Anche le parti inteme 
«ono meglio figurate che nei precedenti planisferi ; così pure vi 



(1) Il titolo del libro è il seguente : « Liber secretorum fìdelìam crucis, 
qui est tam prò conservatione fidelium, quam prò conversione et 
consumptione infìdelium, quamquam etiam propter acquirendam et te- 
nendam Terram Sanctam et alias nostras terras in bono statu pacifico 
et quieto ». 

(2) Marinelli, Venezia nella storia della geografia cartografica ed 
■esploratrice, pag. 28-29. 

(3) Fiorini, Le proiezioni delle carte geografiche, pag. 661. 



— 223 — 

si veggono disegnati i principali sollevamenti montagnosi ed i 
corsi dei fiumi maggiori, il che prima non era guari usato. 

Il mar Caspio porta nella carta il nome di Mare de Sara 
(Sarai), ed è giustamente indicato come un bacino chiuso e 
indipendente dall'Oceano; il suo grande asse è però diretto da 
occidente ad oriente. Un altro bacino lacustre, ad oriente del 
mare di Sara, è pure detto Caspium mare: forse il cartografo 
allude, con esso, al lago di Arai. 

La stessa carta è la prima nella quale trovisi inscritto il 
nome di Cathay (Sycia sive regnum Cathay) a denotare il paese 
situato ad oriente del secondo dei predetti bacini lacustri (1). 
Ma le sue nozioni intorno all'Asia orientale, il Sanudo non le 
attinse né all'opera di Marco Polo, né alle relazioni degli in- 
viati Francescani, sibbene dalla relazione del viaggio di Haitho 
di Armenia. Ciò é provato, tra le altre cose, da che il Sanudo 
dà al paese degli Uiguri il nome di Regnum Tarsae, solo 
usato, prima di quei tempi, dal viaggiatore armeno; come pure 
dalla circostanza che la steppa a mezzogiorno del Cur (Caspio) 
è accennata nel planisfero colle parole : <^ Planities Mongan in 
qua Tartari hyemant », prese letteralmente dalla relazione di 
Haitho. 

Alcune false opinioni comuni in quei tempi sono seguite dal- 
l'autore, tra cui quelle che due sieno le regioni inabitabili, la 
prima a cagione del freddo, la seconda per i calori cocenti. Cosi 
lungo le rive dell'Oceano boreale, che il Sanudo chiama Oceanus 
Sarmaticm, e a settentrione dell'esteso sollevamento dei Monti 
jRifei si trova scritto: « Eegio inhabitabilis propter algorem », 
e nella parte meridionale dell'Africa, al sud del bacino supe- 
riore del Nilo, si legge: « Eegio inhabitabilis propter calorem ». 

L'Africa é rappresentata come una grande penisola, la cui 
estremità non é a mezzogiorno, bensì ad oriente, di guisa che 
il mare Indiano é solo aperto nella direzione del mezzodì per 



(1) n Regnum Cathay continua anche, nella carta del Sanudo, a set- 
tentrione di un gran fiume (Amudaria, Syrdarìa?) affluente al mare di 
Sara. 



— 224 — 

mezzo di un grande canale chiuso tra Testremità orientale del- 
l'Africa e la penisola (India posteriore) colla quale il conti- 
nente asiatico termina nella direzione del sud-est. La costa del- 
l'India anteriore si estende uniformemente dall'ovest all'est, e 
non vi ha segno alcuno della importante penìsola del Dekhan. 
Molte isole giacciono sparse qua e là nell'Oceano Indiano, tra 
le quali è notabile Vlnstda piperis, dirimpetto alla estremità 
orientale dell'Africa (forse l'isola Madagascar?). 

La costa meridionale dello stesso continente si sviluppa sotto 
forma di un grande arco circolare concavo verso settentrione, 
la cui uniformità è solo interrotta, nella parte occidentale, da 
un considerabile addentramento dell'Atlantico. Le coste setten- 
trionali, bagnate dal Mediterraneo, sono delineate invece con 
una grande esattezza. 

Il Nilo è formato dalla unione di dae rami che hanno le 
loro sorgenti in una medesima catena di monti diretta da oc- 
cidente ad oriente ed appartenente, nella sua sezione orientale, 
ad una regione detta dal Sanudo: Hàbesse terra nigrorum 
(Abissinia?). Ciascuno dei due rami è 1' emissario di un lago 
alimentato da quattro fiumi, per cui, nel suo complesso, il si- 
stema idrografico del Nilo superiore ricorda quello, già accen- 
nato, più sopra, a proposito della Geografia presso gli Arabi (1). 
Poco lungi dalla confluenza dei due rami sbocca nel Nilo, e 
sulla riva destra, un fiume importante emissario di un lago 
dalla forma quasi circolare, sulla cui riva meridionale leggesi 
il nome Kush (paese di Kush, dei Cussiti, Etiopia). Nel fiume 
principale si riconosce il Bahr-el-Ahbiad, ^ nell'afiHuente di destra 
il Bahr-el-Azrek, e nel lago, cui quest'ultimo serve di emis- 
sario, il lago Tana o Tmna (Coloe della Geografia di Tolomeo). 

Poco lungi dalla sinistra del Nilo superiore sorge un fiume 
non meno importante, il quale, sviluppandosi quasi da oriente 
ad occidente, si getta nell'Atlantico a settentrione del golfo 
che frastaglia la costa occidentale del continente. Esso pare 



(1) V. pag. 65. 



— 225 — 

corrispondere al Nilo di Ghana (Niger) del mappamondo di 
Edrisi, col quale la carta di Marino Sanudo presenta non pochi 
tratti di somiglianza. 

Dei lavori cartografici di Andrea Bunco pervenne a noi un 
atlante di dieci carte con la data del 1436. La nona carta di 
questo atlante è il famoso planisfero, nel quale, seguendo Te- 
sempio di Marin Sanudo e di altri antichi cartografi, il Bianco 
rappresentò la Terra secondo la volgare credenza, collegandovi 
la tradizione classica con le leggende cristiane e con i mera- 
vigliosi racconti contemporanei (1). 

Il planisfero, circolare, è ricinto da una fascia azzurra stel- 
lata: la Terra è circondata dal mare colorato in verde, come 
i mari interni, ad eccezione del mar Bosso dipinto in colore 
minio. Esso è orientato come il planisfero del Sanudo, e porta 
la rosa di otto venti, Tramontana^ Greco ^ Levante, Scirocco^ 
Ostro, Garbino, Ponente e Maestro. Il Mediterraneo e l'Oceano 
Indiano, pieno di isole, si avanzano V uno dirimpetto ali* altro 
con larghezza quasi uguale, e dividono la Terra in due parti, 
l'una settentrionale, l'altra meridionale. L'Africa si estende da 
oriente ad occidente quanto l'Europa e l'Asia riunite. A mez- 
zogiorno e a settentrione sono segnate le due regioni inabitabili 
pel caldo e pel freddo eccessivi. 

Appena accennata è la penisola Arabica, e nessuna traccia 
si vede né della penisola del Dekhan e dell' India posteriore, 
né del mare Arabico e del golfo del Bengala. Alla sua estre- 
mità orientale l'Asia si scompone in due penisole l'una dal- 
l' altra separate per mezzo di un grandissimo golfo: nella pe- 
nisola meridionale è il Paradiso terrestre; nella meridionale 
il paese mitico di Gog e Magog. Dei quattro fiumi del Para- 
diso terrestre, che prima scorrono paralleli nella direzione di 
occidente, e quindi divergono sempre più l' uno dall' altro , il 
primo gettasi nell'Oceano indiano, il secondo nel Mediterraneo 



(1) Pietro Amat, Nota illustrativa del planisferio di Andrea Bianco, 
in Bollettino della Società geografica italiana, 1879, pag. 560 e seg. 

HneuKS, Storia detta Gtografia^ Q* 15 



— 226 — 

orientale, il terzo e il quarto nel Caspio raffigurato come un 
bacino chiuso. 

n NUo sorge nella parte orientale dell'Africa, scorre, per un 
lunghissimo tratto, verso occidente, quindi si volge a setten- 
trione per gettarsi, con un solo ramo, nel Mediterraneo. A circa 
metà cammino dal punto di deviazione alla foce si distacca dal 
Nilo un gran fiume, il quale si sviluppa verso occidente e ter- 
mina neir Atlantico dopo avere, nel suo corso inferiore, percorso 
l'impero del Marocco. 

Estremamente difettosa è, nella carta del Bianco, la idrografia 
fluviale non solo dell'Africa e dell'Asia, ma eziandio della stessa 
Europa. Il Volga, formato da due rami che si riuniscono ad 
angolo piatto — uno dei quali pare che si possa identificare 
colla Eama — si sviluppa da settentrione a mezzodì e si getta, 
per due bocche, nel Caspio. Il Tanai, afBnente del mare di 
Azov, sorge da una grande catena di montagne (Monti Bifei) 
che divide la Bossia (Bussia) dalla Norvega (Norvegia). Il 
Danubio ha le sue sorgenti in un lago al nord dell'Adriatico, 
scorre prima a settentrione, quindi ad oriente per gettarsi nel 
mar Nero. Un altro lago, ad occidente del primo, dà origine 
a due fiumi che riunendosi formano il Beno, il quale tributa 
per un ramo al mare del Nord, per un altro ramo al Baltico 
di cui è solo malamente indicata la sezione occidentale. Ma la 
singolarità maggiore sta in ciò, che dall'orientale dei due fiumi 
sorgentiferi del Beno si distacca un ramo che va più lungi a 
confluire al Danubio, mentre dall' occidentale si distacca un 
altro corso d'acqua che sbocca nel mare del Nord. 

Il mappamondo di Giovanni Leabdo (anno 1448) presenta, 
nel suo complesso, la medesima architettura, le stesse linee 
generali del mappamondo di Andrea Bianco: in alcuni punti 
però non possiamo a meno di riconoscere che esso deriva sia 
dalla scuola Catalana , come dalla scuola Araba (1), partico- 
larmente per quanto riguarda i due continenti asiatico ed 
africano. 



(1) DuRAZZO, Il mappamondo di Giovanni Leardo^ pag. 59. 



— 227 — 

Il Planisfero di BaktoIìOmeo Pareto (a. 1455) abbraccia pure 
tutto il mondo conosciuto ai suoi tempi; vi domina però l'in- 
tento di descrivere a preferenza le costiere marittime ed i con- 
tomi delle isole. Per ciò le parti interne di queste e dei con* 
tinenti sono trascurate, ed appena vi si notano le città più im- 
portanti con qualche leggenda o con la figura dei sovrani delle 
principali regioni (1), come sarebbero dell' imperatore di Ale- 
magna, del Gran Turco, del Gran Tartaro, del Soldano di Ba- 
bilonia: Genova si presenta con superiore grandiosità, quasi 
regina del mondo : delle altre città sono designate solo Venezia 
e Boma. Nella Francia primeggiano Parigi ed Avignone: nella 
Spagna Siviglia e Granata. Il Cairo è detto Civitas magna 
Carii: nella Siria sono indicate Gerusalemme, centro del mondo 
allora conosciuto, Damasco, il mare di Galilea, il lago di Pen- 
tapoli mar Morto. Del mar Bosso è detto che si chiama con 
tal nome non perchè l'acqua, ma il fondo è di colore rosso; 
come pure che per suo mezzo le navi dei mercanti indiani por- 
tano le spezierie che depongono in Babilonia (Cairo) e di là 
in Alessandria. Così pure di Baserà o Bassorah si legge che 
colà approdano le navi dell'India cariche di spezierie, poscia 
di là per terra coi cammelli le trasportano a Damasco e per 
tutta la Siria. 

Sulle coste occidentali d'Africa il mappamondo del carto- 
grafo genovese si arresta al capo Bojador. A fianco dell' isola 
Lancellotta o Lanzarotta si vede l'insegna della croce di Genova 
colla scritta: Lanzarotto Maroxéllo JanuensL 

74. Carte ellittiche. — Non rare sono le carte medioevali, 
in cui la Terra è terminata da un contomo ellittico. Molto pro- 
babilmente gli autori di tali carte si fondavano sulla opinione, 
generalmente ammessa, che la lunghezza della Terra fosse il 
doppio della sua larghezza. Il venerabile Beda dà alla terra la 
forma di un uovo, e come tale è descritta pure la Terra nella 
dissertazione cosmografica che accompagna la celebre carta Ca- 



(1) PiBTRO Am AT, in Memorie della Soc. geogr. italiano^ I, pag. 55 ; 
Canale, Storia del commercio^ dei viaggi^ ecc., p. 459. 



— 228 — 

talana del 1375. Lo stesso dicasi della carta mondiale di Bi- 
nulfo Hyggeden (anno 1360), del Mappamondo di Fra Mauro 
che alcun poco si allontana dalla forma circolare, e di una 
carta italiana del 1489, la quale appartiene al Museo Britan- 
nico, ed in cui il continente asiatico è talmente esteso nella 
direzione di oriente, che il suo sviluppo equivale ai tre quarti 
dello sviluppo intero della Terra abitata da occidente ad 
oriente (1). 

La più antica carta ellittica è forse quella attribuita a Beato, 
monaco dell' abbazia di San Severo nella Guascogna, e detta 
perciò, nella Storia della Cartografia, Mappamondo di San Se- 
vero. Comunemente le si attribuisce la data del secolo XI. Essa 
si distingue dalla carta torinese, non solo per maggiore ele- 
ganza di disegno, ma eziandio per il numero, assai più grande, 
dei nomi, per la copia delle leggende, e infine per le forme più 
tollerabili che in essa si assegnano alle diverse accidentalità 
geografiche (2). 

Oltre ai quattro punti cardinali, Siìbsolanus (Est), Auster 
(Sud), Favonius (ovest) e Septemtrio (nord), se ne contano altri 
otto intermedi. 

L'Oceano che circonda la Terra porta già diversi nomi : tra 
essi notiamo VOceanm Germanict4s, VOceanus BritannicuSj 
VOceanus Ircanm, ed il nome strano di Mare Egeum appli- 
cato ad una parte dell'Oceano esterno. Il Mare Rubrum è tutto 
il mare Eritreo degli antichi, e costituisce un gran ramo del- 
l'Oceano ellittico: il golfo Arabico ed il golfo Persico sono 
quasi irriconoscibili. 

Il Mediterraneo è molto meno regolare che nella carta di 
Torino; i nomi di alcune delle sue parti sono giusti, ma ine- 
sattamente applicati. Così è detta Tirrenum mare la parte com- 
presa tra l'Africa e la Spagna; Mare lAgusticum quella a 



(1) Fischer, op. cit., pag. 44; Pesghel, Abhandlungen^ I, pag. 213-225. 

(2) GoRTAMBERT, in Bulletifi de la Sodété de géographie de PariSy 
1877, voi. Il, pag. 346 e seg. 



— 229 — 

mezzogiorno della Gallia, ecc. Il Mare Caspium comunica col- 
rOceano Ircano, una delle parti dell'Oceano esterno o mondiale. 

Delle ìsole, uniformemente ovali od ellittiche, sparse qua e 
là lungo rOceano estemo, la maggiore è la Britannia, lunga 
800 mila e larga 200 mila passi. A lato di essa si innalza 
VHibemia abitata dalla nazione degli Scoti: più lungi, nella 
stessa direzione, risola di Gades e le Insulae Fortunatarum. 
Nell'estremo Oriente si presentano Vlnsula argire e Vlnsula 
Crise^ ì cui nomi indicano una lontana relazione colle regioni 
dell'argento e dell'oro della Geografia greca e latina. Nel Mare 
Rubrum si innalza, sopra un lungo spazio, l'isola Taprapone 
(Taprobane, Ceylon), della quale si vantano le perle, le pietre 
preziose e gli elefanti. 

Le isole del Mediterraneo, pure di forma ellittica, sono, da 
occidente ad oriente, Maiorica e Minorica; la Sardinia che 
sì estende dal nord al sud, ed occupa quasi tutta la larghezza 
del Mediterraneo, non lasciando che due stretti passaggi, uno 
verso la Spagna, l'altro verso l'Africa; la Corsica e la Sicilia] 
Gypros. 

Il continente africano porta, nel suo insieme, il nome di 
Libia: quello di Africa è solo applicato alla parte occidentale. 

Una nota che accompagna il bacino superiore del Nilo dice 
che questo fiume, dopo avere attraversato una stretta gola, 
forma un gran lago circondato da montagne che rassomiglia 
alla Palude Meotìde. Dei due rami sorgentìferi del Nilo, il 
più orientale viene dal monte Silon (Selene, montagne della 
Luna): al di là della riunione dei due rami è V insula Meroen; 
in fine il Nilo si getta in mare per sei bocche. 

Interessante è la menzione che si fa, nella Tripolitania, di 
immense saline che crescono e decrescono secondo le fasi della 
Luna « Saline immense quae cum Luna crescunt et decrescunt », 
allusione evidente alle maree che formano uno dei caratteri del 
golfo delle due Sirti. 

Fra tutte le carte generali del Medio Evo primeggia, sotto 
ogni aspetto, il Mappamondo di Fra Mauro Camaldolese, che 
si conserva nella Biblioteca di San Marco di Venezia, ed è 



— 230 — 

tanto eccellente in ogni sua parte da giustificare il titolo di 
Cosmografo ineomparahik che si legge in una medaglia co« 
nìata dai Veneziani in onore del suo Autore. In questo monu* 
mento cartografico « alla straordinaria ampiezza e grandiosità 
materiale, tutta messa a pittura e ad oro, corrispondono la 
copia e la sceltezza delle nozioni, talché si direbbe un trattato 
quasi completo di Geografia in bella foggia rappresentativa distri- 
buito, col corredo di lumi affatto nuovi e veri, massime intoma 
al Nilo, e delle più recenti scoperte di quelFetà alla costa oc- 
cidentale dell'Africa, e col marcato possibile giro attorno a 
questa. La quale ultima preziosa singolarità ripetuta in altro 
simile planisfero dallo stesso Fra Mauro eseguito per onorevole 
commissione di Alfonso V re di Portogallo, e colà inviato, servì 
senza dubbio di norma alle successive navigazioni dei Porto- 
ghesi, e al passaggio air India per la parte di scirocco » (1). 

La figura del Mappamondo è quella di una ellisse poco ec- 
centrica, il cui asse maggiore, da settentrione a mezzodì, è di 
piedi parigini 5 e pollici 11 (m. 1,92), e Tasse minore, da le- 
vante a ponente, è di piedi 6 e linee 7 (m. 1,97). 

Il settentrione è posto al basso della carta, e ad ogni ottava 
parte del contomo sono segnati i punti cardinali e gli inter- 
medi con i loro nomi in lettere maiuscole: « Septemtrio, Maistro^ 
Occidens, Garbin, Auster, Siroco, Oriens, Griego ». 

Le tre parti del Mondo Antico sono circondate tutto all'in- 
tomo dall'Oceano mondiale colorato in azzurro, e sparso di nu- 
merosissime ìsole quasi tutte assai piccole. I confini della Terra 
descritta sono : al nord la Permia (paso dei Samoiedi); al nord- 
ovest la Scandinavia e VIxilandia (Islanda); all'ovest la Spagna 
e l'isola detta Berail (le Azere); al sud-ovest il Capo Verde 
ed il Senegal o, altrimenti, V Etiopia occidentale; al sud la 
estremità meridionale dell'Africa con So f ala; al sud-est l'isola 
Saylan; all'est la Qiava Maggiore; al nord-est il Cataio. 

Il centro del Mappamondo, segnato da una pallottola metal- 
lica, giace tra la Caldea, l'Assiria, la Mesopotemìa, giusta la 



(1) Ganalb, op. cit., pag. 462. 



— 231 — 

tradizione che mette colà la culla del genere umano. Ma il 
centro della Terra abitabile è posto da Fra Mauro in Gerusa- 
lemme, per la ragione, egli dice, che la parte occidentale è 
più abitata della orientale, e nello scegliere il centro della 
Terra abitabile bisogna aver riguardo non già allo spazio della 
Terra, ma sì alla moltitudine degli abitanti (1). 

Circa ai limiti tra l'Asia e l'Europa, tra l'Asia e l'Africa 
il sommo cartografo non esprime la sua propria opinione, ma 
bensì si limita ad accennare quelle degli antichi storici e geo- 
grafi, tra cui Messala Orator, Pomponio Mela, Tolomeo, come 
pure degli autori moderni, e lascia la decisione della questione 
alla prudenza degli studiosi. 

Caratteristica, sopra ogni altra cosa, è, in questo Mappa- 
mondo di Fra Mauro, la forma del continente africano, rappre- 
sentato come una penisola la cui estremità meridionale, al- 
quanto ricurva verso oriente, si protende a mezzogiorno assai 
più dell'Asia. La stessa parte estrema dell'Africa è presentata 
dal cartografo come una penisola triangolare separata dal resto 
del continente per mezzo di un canale diretto da nord-nord-est 
a sud-sud-ovest, il quale, come dice Fra Mauro, « è chiuso per 
ambo i lati da monti altissimi e da alberi talmente folti che 
lo rendono oscuro, e forma nella sua insida (uscita) o sbocco 
in mare un pericoloso vortice che ne rende assai dif&cile la 
navigazione ». L'isola porta il nome di Diab, il quale si ripete 
poi per indicare il punto più meridionale delle terre africane, 
corrispondente al capo degli Aghi od a quello di Buona Spe- 
ranza. La quale corrispondenza è ancora meglio dimostrata dal 
racconto che fa l'Autore di una nave indiana, la quale nel- 
l'anno 1420, venendo da oriente, oltrepassò il capo di Diab 
per cercare le isole degli Uomini e delle Donne, e, dopo aver 
percorso per la via di ponente e garbino ben 2000 miglia non 
trovando mai altro che cielo e acqua, fece ritorno in 70 giorni 
al medesimo Capo (2). 



(1) ZuRLA, Il mappamondo di fra Mauro^ pag. 48. 

(2) ZuRLA, H mappamondo di fra Mauro, pag. 62. 



i 



— 232 — 

Rispetto alte altre parti dell'Africa, notiamo che, non sola- 
mente il grande veneziano conosce, sotto il sno vero nome di 
Takazzè ( Tagcu) uno dei maggiori affluenti del Nilo aulla rìra 
destra; ma egli ci mostra eziandio la fonna, a modo di spirale, 
della carva che il Fiume Azzurro {Abavi di Fra Mauro, Abai 
degli Abissini) descrive, nel suo corso superiore, intomo alla 
giogaia montagnosa del Gtoggiam (Gogtaniy, menziona il lago 
alpestre dì Tana o Tzana; nomina e dispone convenientemente 
parecchi distretti dell' Abissinia. Anche 1' angolo orientale del- 
l'Africa è chiaramente disegnato nella carta di Fra Mauro: 
nelle vicinanze del Bab-el-Mandeb il dotto frate pone la dimora 
dei Danakil {Deukali), la città di Zeila {Zilla) e il distretto 
di Adel. Bappresenta bene il corso dell'Havash (^ixui); men- 
ziona, primo tra tutti i Geografi europei, il fiume Oiuh {Xébe, 
e, nel suo corso inferiore, Fluvio di Galla) sboccante nel- 
l'Oceano Indiano sotto la linea equinoziale. 

Da una grande palude dell'interno, detta Almaona, esce un 
fiume cbe, scorrendo verso oriente, gettasi nel Nilo sulla riva 
sinistra, e, da quanto si può dedurre dalla leggenda contro- 
notata, corrisponde al corso superiore del gran fiume d'Egitto 
secondo Plinio. Fra Mauro nega però che il Nilo abbia le sue 
sorgenti nella Mauretania, ma considera il fiume uscente dalla 
palude Almaona come un ramo del Nilo, per la ripone che 
nelle sue acque vivono animali simili a quelli che si trovano 
nel Nilo (1). L'isola Meroe (Meroes nel Mappamondo), anziché 
lungo il corso del fiume principale, è invece rinchiusa tra due 
rami di quell'affluente occidentale. 

Dalla stessa palude Almaona esce un altro fiume che scorre 
ad occidente, e ad un certo punto si scompone in due rami 
quasi paralleli e vicini tra loro, i quali vanno a sboccare nel- 
l'Atlantico a settentrione della entrata di un grande golfo detto 
Seno etiopico o altrimenti Oólfo dell'Oro. In questo fiume 
occidentali? non si può a meno di riconoscere il Sondai, e nel 



(1) ZuHLA, op. cit., pag. 58. 



— 233 — 

Seno Etiopico, malgrado la sua esagerata grandezza, l'adden- 
tramento nel quale sbocca il Bio Grande. 

Rivolgendoci ora all'Europa, è notabile primieramente la fe- 
lice rappresentazione della Scandinavia come una grande peni- 
sola diretta da nord-est a sud-ovest, e circondata da numerose 
isole, alcune grandi, altre piccole. Solamente è a lamentare la 
mancanza quasi completa del golfo meridionale cosi caratteri- 
stico, che già appare tanto nella carta catalana del 1375 quanto 
nella carta dei fratelli Pizigani (1367). 

Il mar Baltico è rappresentato come un grande bacino esten- 
dentesi da O.S.O. a E.N.E. Dirimpetto alla sua entrata, piut- 
tosto angusta, giace l'isola Batta (Danimarca), diretta da mez- 
zodì a settentrione, e detta, nella sua parte centrale Islandia 
(SeelandP). Secondo Fra Mauro, adunque, il Jutland non è parte 
dell'Europa continentale, con che, rispetto ad alcuni cartografi 
del secolo precedente (XIV), egli si mostra in regresso. Tut- 
tavia, come osserva il Fischer (1), Y errore è attenuato dalla 
leggenda: « Datia è parto in isola e parte in terraferma, e con- 
fina colla Bassa Alemagna ». Quanto al nome dello stesso mare, 
dice Fra Mauro che ne ha parecchi, come « lubech (da Lubecca, 
città anseatica), prusico^ sarmatico^ germanico »; ma perchè 
quest'ultimo nome è piti, chiaro, così, egli aggiunge, «ho no- 
tato golfo germanico ». La poca salsedine che distingue il 
mar Baltico dagli altri mari europei, era ben conosciuta da 
Fra Mauro, il quale ne adduce anche la ragione. « Questo mare 
prussian, egli dice, è quasi dolce perfino alla bocca, e questo 
per le tante fiumane che vi entrano da ogni parte » (2). 

Nell'Asia centro settentrionale è notabile un gran lago, detto 
Mar Bianco, che, per la sua posizione, pare corrispondere al 
lago alpestre designato sulle nostre carte col nome di Baical, 
quantunque i suoi emissari, scorrendo verso sud-ovest, tributino 
al fiume Edil (Volga) o direttamente al Caspio o mare Ircano. 



(i) FiscHKR, Sammlung mittelalterlicher Welt- und Seeharten ita- 
lienischen Ursprungs, pag. 58. 
(2) ZuRLA, op. cit., pag. 28. 



— 234 — 

Lo stesso fiume Edil è considerato da Fra Mauro come solo 
inferiore al Nilo: esso gettasi per numerosi rami nel Caspio, 
rappresentato con singolare fedeltà quanto alla forma, ma di- 
retto, col suo grande asse, da nord-ovest a sud-est. Il lago donde 
sorge l'Edil è poi riunito coU'Oceano boreale per mezzo di un 
fiume che percorre la Permia, come pure col Nepero (Dnjepr) 
tributario del Ponto Eussino. Ed anche i fiumi che si gettano 
nella parte sud est del Caspio, e nei quali è facile riconoscere 
rOxos e lo Jaxartes, si presentano, nella carta di Fra Mauro, 
uniti col sistema fluviale del Polisanschifij fiume del Cataio e 
corrispondente al Pei-ho dei Cinesi. 

La parte orientale del Mappamondo è una vera illustrazione 
dei viaggi di Marco Polo. I nomi delle città Cinesi sono quelli 
stessi di cui ci informa l'immortale viaggiatore veneziano: nella 
Mappa compaiono egualmente il nome di Deserto Lop per in- 
dicare la vasta regione stepposa e deserta dell'Asia Centrale; 
quello di Quian applicato al massimo dei fiumi Cinesi; il 
nome Tebet nella parte adiacente all'Indo Cina, con che viene 
ad essere meglio rinforzata l'ipotesi del Bichthofen intomo alla 
posizione del Tebet di Marco Polo (1). 

La regione Indiana è divisa da Fra Mauro in tre parti, 
India terza ad oriente, India seconda nel mezzo. India prima 
ad occidente. L'India terza è situata al nord di un grande ad- 
dentramento che si lascia facilmente identificare col golfo di 
Siam, quantunque porti erroneamente nella carta il nome di 
seno Gangetico: l'India seconda è al nord del seno Indico (golfo 
del Bengala): l'India prima si estende ad occidente sino al 
golfo Persico. I nomi dei fiumi sono alterati. Cosi il cartografo 
chiama il Gange col nome di Indo^ e dà quello di Gange al 
principale tributario del seno Gangetico. L'Indo propriamente 
detto si divide, a poco più della metà del suo corso, in due 
grandi rami, il più orientale dei quali sbocca nel seno Indico, 
l'occidentale in un altro golfo che probabilmente corrisponde 
al golfo di Cambay. In generale, tutto ciò che, nella carta di 



(1) V., più sopra, pag. 117. 



— 235 — 

Fra Mauro, si riferisce alla regione Indiana, ha il suo princi- 
pale fondamento nella relazione di Niccolò di Conti (1). 

Chiudo questa breve esposizione del Mappamondo di Fra Mauro 
osservando, con un pregio storico italiano studiosissimo delle 
cose veneziane, che < dall'abbondanza del suo sapere Fra Mauro 
attinse quello spirito divinatore, il quale strappa alla scienza 
i secreti che essa si ostina ancora a tenere occulti ai mortali. 
Facendo in£a.tti tesoro delle notizie dei geografi antichi e dei 
navigatori moderni egli giunse ad una conclusione, che forse 
ai contemporanei parve incredibile appunto perchè era mera- 
vigliosa, che cioè, sono le sue stesse parole, sema alcuna du- 
bUatìan se può affermar^ che questa parte austral e de garbin 
sia navegàbUe (2); vale a dire che fosse, senza alcun dubbio, 
possibile di girare la punta meridionale deirAfrica, e con fe- 
lice navigazione tragittare dall'Europa alle Indie. Anzi, a rap- 
presentare sensibilmente il proprio pensiero, dipinse al mezzo- 
giorno dell'Africa una nave veleggiante per l'Asia » (3). Nota 
eziandio lo stesso storico che la Mappa di Fra Mauro, rappre- 
sentando all'estremo occidente il Portogallo e la Spagna e al- 
l' estremo oriente la China, lasciava supporre relativamente 
mfcolto vicino all'Europa il Cataio, le cui meraviglie erano già 
state rivelate da Marco Polo, nel quale giudizio concorda pure 
il cardinale Zurla (4). Era questo, senza dubbio, un grave er- 
rore; ma fu un errore fecondo, giacché fortificò, se pure non 
generò, nella mente di Colombo la convinzione, che, navigando 
a occidente per non immensurabile spazio, si potesse giungere 
alle Indie. 

75. Le carte nautiche. — A lato dei planisferi, o carte 
generali del mondo conosciuto, che ci furono tramandati dai 
secoli XIV e XV, da Marino Sanudo a Fra Mauro, ci si pre- 



(1) Pesghel, Geschichte der Erdkunde, pag. 213^ nota 5. 

(2) Zurla, op. cit., pag. 63. 

^) FuLiN, Bell'attitudine di Venezia dinanzi ai grandi viaggi ma- 
rittimi del secolo XV, pag. 12. 
(4) Zurla, op. cit, pag. 140 e seg. 



— 236 — 

senta un'altra categoria di carte di carattere affatto diverso, 
quella cioè delle carte marine o nautiche. 

Nulla ci dice che i Bomani, ed i Greci prima di essi, i quali 
composero tante eccellenti descrizioni costiere del Mediterraneo, 
cioè i cosidetti Peripli, avessero eziandio costrutte delle carte 
generali o particolari di questo mare taiito conosciuto. Gli au- 
tori che distinguono due sorta di guide per i viaggiatori e per 
i militari, cioè gli itinerari scritti, itinera adnotata^ e le carte 
stradali^ iUnera pietà, avrebbero sicuramente aggiunto a questa 
seconda classe gli itinera maritima, se realmente fossero esistite, 
in quei tempi, delle carte speciali per la navigazione costiera. 

L'immenso sviluppo nelle relazioni commerciali dei paesi cir- 
costanti al Mediterraneo durante e dopo le Crociate, non poteva 
a meno di creare nuovi bisogni alla navigazione. A questi prov- 
vide particolarmente l'introduzione dell'ago calamitato (acus 
nautictis), la quale non sappiamo, né quando, né come, né per 
opera di chi sia avvenuta, ma che certamente alla metà del 
secolo XII era un fatto compiuto e notissimo. Gli scrittori più 
autorevoli ammettono generalmente che la bussola, ben nota ai 
Cinesi, passasse in Occidente per mezzo degli Àrabi, e si ado- 
perasse in principio facendola galleggiare sull'acqua, e anche 
sino da tempi assai antichi si montasse sopra un pernio: così 
infatti la descrive Alessandro Neckam, professore all'Università 
di Parigi, tra il 1180 e il 1187, cogli altri strumenti neces- 
sari all'armamento di una nave. Pietro di Maricourt, nel trat- 
tato sulla calamita da lui terminato nell'agosto dell'anno 1268, 
descrive due bussole, una delle quali sospesa sull'acqua e l'altra 
sopra un pernio; e, poco dopo, Baimondo Lullo (1268-1295) in- 
dica con precisione lo strumento Stella maris, che, secondo 
molti, è una bussola composta di una rosa dei venti attaccata 
all'ago magnetico (1). Altri invece vogliono che questa unione, e 



(i) Ristoro d*àrezzo (secolo l^III) conosceva Tago calamitato^ detto 
da lui « rangola che guida li marinari, e per la virtù del cielo è tratta 
e rivolta alla stella, la quale è chiamata tramontana ». V. Della conv-. 
posizione del inondo^ Milano, Daelli^ 1864, pag. 205. I nonii arabi Zohron 



— 237 — 

più specialmente la riduzione della bussola ad essere uno stru- 
mento pratico dei naviganti, sia dovuta all'amalfitano Flavio 
Giou che fioriva verso il 1300, e che fu celebrato nel XV se- 
colo quale inventore della bussola, come anche si reputa in ge- 
nerale (1). 

E la cartografia marittima deve pure aver fatto, in quei 
tempi, rapidi progressi. Mancano tuttavia documenti che val- 
gano a stabilire con sicurezza le date del suo risveglio e del 
suo susseguente perfezionamento. È pero probabile che poco 
dopo il mille i navigatori latini, e specialmente gli italiani, 
imparando dai Greci di Bisanzio l'arte di comporre e di usare 
le carte fondate sulle direzioni e sulle distanze, le abbiano a 
poco a poco migliorate. Ciò che sappiamo di certo è che nel 
secolo XIII erano in uso le carte navigatorie (2). Guglielmo di 
Nangis, lo storico dell'ultima crociata di Luigi il Santo di 
Francia, racconta che, partita la squadra reale dal porto di 
Aiguesmortes il 1° luglio dell'anno 1270 per la rada di Cagliari, 
dove era il convegno generale della spedizione, venne colta nel 
golfo del Leone da una fiera tempesta; che nella sera del sesta 
giorno, tutti i marinai, stupiti di non aver raggiunto il luogo 
di convegno, domandarono ai piloti la sua situazione precisa, 
e che questi portarono al Be le loro carte per dimostrare che 
si trovavano nelle vicinanze del porto (3). Già si è avvertito 
piti sopra che Baimondo Lullo annoverava i quattro strumenti 
principali di cui si servivano i piloti, dicendo nella sua opera 



e Aphron (il Nord e il Sud) che Vincenzo di Beauvais (secolo XIII) dà^ 
nel suo Speculum naturale, alle due estremità delFago calamitato, di- 
mostrano, insieme con molti altri nomi tolti alla medesima lingua, e 
sotto i quali noi designiamo ancora le stelle, da quale lato e per quale 
strada quelle prime notizie giunsero ai paesi occidentali. V. Humboldt,. 
Cosmos^ voi. II, pag. 222. 

(1) UziELU, in Studi bibliografici e biografici sulla Storia della geo- 
grafia in Italia, 1875, pagg. 290^291. 

(2) Fiorini, Op. ctV., pag. 647. 

(3) D* Ayezac, AperQu historique sur la Rose des Yents, in Bollettino 
della Società geografica italiana, 1874, pag. 408. 



— 288 — 

Arbor scientiae: «Marinari habent chartam, compasam, acnm 
et stellam marìs », e in altra sua opera, Fenix de las me- 
ravillas de for&e, parla delle carias da mafear, delle quali i 
marinai della Catalogna e di Maiorca facevano uso prima del 
1286. Una carta, nota sotto il nome di Carta pisana, e con- 
servata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, è generalmente 
attribuita agli ultimi anni del secolo XIII, e ciò è dimo- 
strato, come dice il Desimoni, dalle sue rozze fatture gene- 
rali, dall'abbozzo delle Isole Britanniche, e specialmente dalla 
costruzione della Bosa dei Venti, differente da quella seguita 
da quel tempo in poi (1). E del principio del secolo XIY pare 
essere Y atlante di otto carte, di autore anonimo (forse vene- 
ziano), conosciuto col nome di Atlante Luxoro dal proprietario 
cav. Tamar Luxoro, e illustrato dal Desimoni e dal Belgrano (2). 
Prescindendo dalle carte nautiche più antiche, e prendendo 
le mosse dal sistema inaugurato nel 1311 dal genovese Pistbo 
Yesconti, si vede che esso consiste essenzialmente in una serie 
di raggi, a un tempo convergenti e divergenti, di uno o di pa- 
recchi sistemi di Bose simmetricamente coniugate, ì quali co- 
prono il piano di proiezione con una rete di direzioni multiple, 
formante, ad ogni centro di convergenza, una Bosa totale o par- 
ziale suddivisa angolarmente in venti (tramontana, greco, le- 
vante, scirocco, mezzogiorno, libeccio o garbino, ponente, maestro), 
mejsai venti (greco-tramontana, greco-levante, levante-scirocco, 
scirocco-mezzogiorno, ecc.)* quarte di vento (quarta di tramon- 
tana verso greco, quarta di greco verso tramontana, quarta di 
greco verso levante, quarta di levante verso greco, ecc.). Gli 
otto venti sono distinti con color nero; i mezzi venti col color 



(1) Le carte nautiche italiane del Medio Evo, pag. 12. < Né forse, dice 
il Malfatti (Discorso cit., pag. 24), saremo discosti dal vero conghiet- 
tarando che, oltre alle Baleari, le nuove Carte di mare avessero avuto 
per patria Pisa; la quale, succeduta ad Amalfi nella signoria del Tir- 
reno, era in condizione di mettere a partito, prima e meglio d'altri, Yxmo 
della bussola; sul quale appunto si fonda la costruzione di quelle Carte ». 

(2) In questo atlante sono rappresentati il bacino del Mediterraneo^ e 
le coste orientali dell* Atlantico dalle Isole Britanniche sino a Salle. 



— 239 — 

verde; le quarte di vento col color rosso; precauzione utilis- 
sima, perchè aiutava l'occhio a ritrovare ed a proseguire la 
via a tenersi in mezzo all'intrecciamento delle direzioni. L'in- 
sieme dei 32 venti o rombi forma come una stretta rete, sulle 
cui maglie si scrivono i nomi dei luoghi, dei porti, delle isole, 
delle secche, e simili, in modo che corrispondano alla loro na- 
turale posizione e direzione, secondo che insegnano la bussola 
e l'esperienza nautica. 

Diversi dalle carte nautiche sono i portolani, cioè i mano- 
scritti libri che non hanno disegni, ma contengono soltanto 
una descrizione graduata di coste e le distanze da porti a porti, 
da capi a capi, i migliori luoghi di ancoraggio, gli scogli e le 
secche, le profondità marine, il flusso e riflusso, e in generale 
tutte quelle cose che si possono meglio rappresentare collo 
scritto che non col disegno. Dei portolani italiani, i più antichi 
sono quelli di Marin Sanudo (almeno per una parte), dell'Uz- 
ZANO (1440), del Benincàsa, del Loredano, del Verzi: è noto, 
tra i portolani a stampa, quello, così detto, del Cadamosto(I). 

Mi limiterò, in queste ultime pagine, ad alcuni pochi cenni 
intomo alle principali carte nautiche, nella costruzione delle 
quali primeggiano gli Italiani, specialmente Veneziani e Genovesi. 

La più antica delle carte colla data scritta è quella composta 
nell'anno 1311 dal genovese Pietro Yesgonti. Alquanto più 
antiche paiono essere quelle che accompagnano il Codice Va- 
ticano dei Secreta fidelium cmcis di Marino Sanudo: la loro 
data oscilla tra il 1306 e il 1321. Tra queste carte è special- 
mente importante quella del Mediterraneo in nove fogli e carte 
speciali, le quali rappresentano rispettivamente il Mar Nero; 

— l'Arcipelago settentrionale; — il Peloponneso, e la parte 
meridionale dell'Arcipelago sino alle coste africane della Mar- 
marica e di Barqah, dal golfo degli Arabi a quello della Grande 
Sirte ; — la parte orientale del Mediterraneo (carte 5» e 6»); — 
e quella settentrionale del Mediterraneo centrale ed occidentale ; 

— la parte meridionale del Mediterraneo dal golfo della Grande 



(1) De Simoni, Op, ctV., pag. 14. 



— 240 — 

Sirte ad Algeri (Zizera); — le coste oceaniche della Francia, 
e quelle della Bassa Germania sino alla Danimarca ed alle isole 
Britanniche; — le coste della penisola Iberica e dell'Africa 
nord-ovest, sino a Safi ed a Mogador. 

La carta del Yesconti, colla data del 1311, si conserva nel- 
l'Archivio fiorentino di Stato. Essa era solamente destinata alla 
navigazione nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero, giacché 
il limite occidentale è segnato approssimativamente dal meri- 
diano del Capo delle Mele (Liguria occidentale) e del Eas Hadid 
(nell'Algeria). Le regioni interne sono quasi vuote di nomi e 
di particolarità geografiche. Tra queste si veggono indicate le 
bocche del Nilo, del fiume El Asy (Oronte), del Kion, del Cuban, 
del Don, del Dnjestr, del Tevere e dell'Arno. Sono chiaramente 
disegnati il delta ed il corso inferiore del Danubio, la Save, 
colla Bosna suo affluente di destra, la Narenta (mare Adriatico). 
Vi è già accennata la posizione della Tana a mezzogiorno del 
delta del Don, e nel sito occupato dalla odierna città di Azov. 

Di grande rinomanza è l'atlante di 10 tavole composto dallo 
stesso Vesconti nell'anno 1318, il quale appartiene alla Biblio- 
teca imperiale di Vienna. La prima carta è un calendario astro- 
nomico: delle altre nove, sette sono dedicate al Mediterraneo, 
e due alle coste atlantiche della Spagna, della Francia, dei 
Paesi Bassi ed a parte delle Isole Britanniche. Questo atlante 
è, secondo il Fischer, una edizione, alquanto aumentata, di 
un altro atlante di sette tavole, composto dal Yesconti nello 
stesso anno 1318 (1). 

Notiamo ancora, dello stesso cartografo, una tavola nautica 
del 1327, la quale rappresenta tutto il bacino del Mediterraneo 
(compreso il Mar Nero), e la costa atlantica da Mogador alla 
Scozia (2). 

Neir Archivio fiorentino di Stato si conserva una carta com- 
posta — molto probabilmente tra il 1306 e il 1320 — dal sa- 
cerdote Giovanni da GARiaNANO, rettore della chiesa genovese 



(1) Fischer, Op* ctt., pag. 111. 

(2) Firenze, Biblioteca Laurenziana. 



— 241 — 

di San Marco. Essa comprende il bacino del Mediterraneo e 
l'Europa, meno il nord della Scandinavia e della Bussia, FÀsia 
sino alla Persia, e. rAfirica sino al Sahara. La costa occidentale 
africana termina al Caput finis Qozole (Capo Non) così detto 
dalla tribù berbera dei Cruezulah^ stabilita, in quei tempi, a 
mezzogiorno dell'Atlante occidentale. È specialmente importante 
la nota che si legge nella parte S. 0. del Sahara — qualificato 
come un deserto sabbioso (desertum arenosum) — e dalla quale 
siamo informati che, assai prima di quel tempo, i Genovesi man- 
tenevano attive relazioni di commercio colle regioni inteme 
del continente africano, e specialmente colla famosa città di 
Sigélmessa. 

Monumento insigne della cartografia medioevale è V Atlante 
Nautico Mediceo (anno 1351), il quale si compone di otto ta- 
vole in pergamena, di cui la prima è un calendario perpetuo 
delle fasi lunari, con numerosi esempi che tutti si riferiscono 
all'anno 1351; prova evidente che l'atlante venne terminato in 
quell'anno (1). 

Delle altre carte, la più interessante è il planisfero delle 
terre allora conosciute, dalla costiera occidentale del Dekhan 
sino alle coste dell'Atlantico poco prima scoperte. L'Africa vi 
è già rappresentata colla sua forma piramidale verso mezzodì, 
e con un grado di esattezza assai maggiore di quello che si 
riscontra nella Mappa di Marino S^nudo, specialmente per i 
contomi occidentali del continente, lungo i quali si riconosce 
chiaramente il grande Golfo di Gruinea. Che tale giusta rap- 
presentazione non si fondi sopra ricognizioni dirette, è provato 
dal contenuto stesso della carta, dal quale si vede che le nozioni 
del cartografo non si estendevano, nella direzione del mezzodì, 
al di là delle frontiere settentrionali della regione* sudanica. 
Ma, per altro lato, non si può ammettere che, nel delineare 
la forma generale del continente africano, l'autore siasi la- 
sciato guidare dalla sola fantasia. Basta ricordare che Marco 



(i) Qaesto atlante, di anonimo autore (probabilmente genovese), si con- 
serva nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze 

HvanES, Storta deUa Geografia, II. Itt 



— 242 - 

Polo aveva già recato in Europa notizie di Madagascar e della 
deviazione, verso S. 0., delle coste orientali d'Africa; che Ibn 
Batuta sì era avanzato, lungo la medesima distesa di coste, 
sino a Quiloa, e quivi aveva radunate non poche informazioni 
sui paesi piii meridionali, tra cui quello dì Sofala; che, in fine, 
nei primi anni del secolo XIV, navigatori italiani erano pure 
giunti colà, come già sì è accennato a proposito della naviga- 
zione dei fratelli Vivaldi (1). 

Per la prima volta appaiono, nella medesima carta del- 
l' Atlante Medìceo, gli arcipelaghi delle Azere, di Madeira e 
delle Canarie. È veramente mirabile la rappresentazione di 
queste ultime, tanto nella posizione loro quanto nella gran- 
dezza (2). Nelle Azere, invece, sono errate sia Torientazione — 
da settentrione a mezzodì — sia la distanza dalla costa porto- 
ghese, la quale uguaglia Testensione della penìsola iberica da 
oriente ad occidente, ed equivale pertanto ai due terzi della 
distanza vera (3). 

All'Atlante Mediceo segue, in ordine cronologico, la famosa 
carta dei fratelli Francesco e Marco Pizigani dì Venezia, la 
quale sì conserva nella Biblioteca Nazionale dì Parma, e porta 
la data del 1367. 

L'Africa non sì estende, lungo l'Atlantico, che sino al capo 
Bojador, designato col nome dì Caput finis Africae et terrene 
occidentalis. Numerose indicazioni sì succedono dal Caput fims 
Crozóle (Capo Nun) allo stretto dì Gibilterra. Ad occidente, si 
innalzano, bellamente disposte, le Canarie^ tra cui Lanrenisa 
(Lanzarote), Landa marina Farteventura , VY, del Ninfema 
(Tenerifa), ecc. Al nord è la leggenda: Me sunt foga pi4rga- 
tario. Tre isole occupano il sito del gruppo di Madeira, cioè 
Capirizia^ Canaria^ e quella designata col nome di Inside 
diete Fartunate, sey isaU panentur (?) Sancti Brandani^ e 



(i) V. pag. 172. 

(2) Per i nomi di queste isole, veggasi pag. 175, nella nota. 

(3) V. pag. 175. 



— 243 — 

presso la quale sì delinéa la figura di San Brandano in atto 
di muovere verso di essa colle braccia distese. 

Ad occidente del Capo San Vincenzo si vede V insula de 
Brame, e, nelle vicinanze di questa, è scritto Occeanm magnio. 
Poco più al nord, in linea del capo Finisterre, si legge : Mare 
finis ierrae occidentalis. In due altri luoghi si ripete il nome 
di Brazie o Brazil, cioè a S. 0. dell' Irlanda e a N. 0. del- 
ringhilterra. 

Un vasto lago di forma ellittica si estende, nell'Africa, al 
nord dei Monti della Luna, e vicino ad esso sta scritto : « Iste 
lacus exit de moDS lune et transit per deserta arenosa ». Quattro 
rami fluviali, tra cui sono le parole fons Nilidis, sorgono dalle 
montagne della Luna^ e si versano nell'anzidetto lago, il quale 
dà origine, verso oriente, al Nilo, e, verso occidente, al fiume 
Palolus, affluente dell'Atlantico, e rinchiudente, a metà del suo 
corso un'isola, della quale è detto: « Insula Paiola hic coligitur 
auro ». Secondo lo Zurla (1) il nome Palolus deriva dalla voce 
Pajola, colla quale, in quei tempi, si soleva denotare l'oro. È 
pure accennato, nella carta, il Nilo orientale (Fiume Azzurro) 
il quale esce da un lago detto La>cus àbaxie (Lago Tana nel- 
l'Abissinìa). Molti nomi di luoghi, alcuni dei quali si ricono- 
scono nei nomi moderni, si succedono lungo le rive, tanto del 
ramo occidentale, quanto del ramo orientale del gran fiume 
d'Egitto. 

Di altre carte dei Pizigani si hanno indizi, tra cui un pic- 
colo atlante di cinque carte, appartenente alla Biblioteca Am- 
brosiana di Milano, nella prima delle quali, che rappresenta il 
Mar Nero , si legge : « MCCCLXXIII a die Villi di zugno, 
Francesco pizigany veniziano in veniexia me fecit ». 

Già si è detto che, secondo quanto è affermato da Baimondo 
Lullo, i Catalani si servivano, prima del finire del duecento, 
di vari strumenti nautici e di carte navigatorie (2). Per gli 
uni e per le altre le denominazioni erano italiane, ed italiani 



(1) Zurla, Dissertazioni. Voi. 2*, pag. 321. 

(2) V. pag. 237. 



— 244 — 

erano pure i nomi dei venti. Un'ordinanza reale dell'anno 1359 
stabiliva eziandio che ciascuna galera fosse provvista di due 
carte marittime. Tutto ciò induce a credere che i Catalani ed 
i Maiorchini, come gli Italiani, dovessero essere valenti costrut- 
tori di carte nautiche (1). 

Di questa valentìa cartografica è prezioso monumento un 
atlante comunemente conosciuto col nome di Caria catalana^ 
primieramente illustrato dai francesi Buache e Tastu, i quali 
ne fissano la data all'anno 1375. 

Questo atlante, scritto in lingua romana catalana, si com- 
pone di sei tavole, due delle quali sono dedicate ad argomenti 
di cosmografia, e le altre quattro rappresentano Fabitabile. 
Queste ultime hanno di particolare che, poste l'una vicina al- 
l' altra, vengono a formare, senza ripetizioni e sovrapposizioni, 
una carta generale che è un vero mappamondo, a differenza 
degli altri atlanti nautici, in cui nell'attacco di una tavola al- 
l' altra le parti rappresentate sul finire dell' una lo sono pure 
sul principio dell'altra, e il piti delle volte in diversa scala (2). 

La prima delle quattro carte rappresenta l'Oceano Atlantico 
(Mare Ochceanum) e le parti occidentali dell'Europa, del Me- 
diterraneo (Mare Miteretainae) e dell'Africa. Nella sezione set- 
tentrionale dell'Oceano si innalzano l'isola Chatanes (Thule 
della geografia classica?), l'isola Archania (le Orcadi) colla leg- 
genda : « In quest' isola vi sono sei mesi di giorno, durante i 
quali la notte è chiara, e sei mesi di notte, durante i quali il 
giorno è oscuro » (3); l'isola Scillanda (Shetland?); la Gran Bre- 
tagna coi nomi di Ingilterra e Scheda; Y Irlanda. Queste due 
ultime isole sono delineate molto fedelmente, avuto riguardo ai 



(1) Fiorini, Op. cit., pag. 674. 

(2) Fiorini, Op. crt., pag. 675. 

(3) Onorio di Augsbarg (comunemente di Autun), scrittore della prima 
metà del secolo XII, dice la stessa cosa di Ghile (Thule?), nel suo libro 
De imagine mundi: « Orcades triginta tres, Schotia, Ghile cuius ar- 
bores numquam folia deponunt, et in qua sex mensibus, yidelicet aestivis» 
est continua dies: sex hybemis continua nox ». 



— 245 — 

tempi. Della Scandinavia è segnata la parte meridionale, la quale 
porta, ad occidente il nome di Norvega, ad oriente quello di 
Suessia (Svezia): a mezzodì del primo di questi nomi si legge: 
« Questa regione di Norvega è molto aspra, fredda, montagnosa, 
selvaggia e coperta di boschi. Gli abitanti, più che di pane, 
vivono di pesci. L'avena vi matura, ma in piccola misura, per 
causa del grande freddo. Vi si trovano molte bestie selvatiche, 
come cervi, orsi bianchi e girifalchi ». La penisola danese, detta 
nella carta Dasia, si avanza dal sud al nord, dirimpetto ad un 
grande golfo che separa la Norvega dalla Suessia. Nel suo 
centro è la città di Viher (Viborg?). 

A non molta distanza dalla penisola spagnuola (Chastela) 
sono segnate le isole Azere, cioè Vlns. cfe' Corvi marini, Li 
Canigi, S, Zorzo e VI. de Brasril, allineate da settentrione a 
mezzodì. Ad occidente dell'Africa figurano l'isola Porto Santo 
e VI. de Legname (Madeira), e più al sud le isole Canarie o 
Fortunate colla inscrizione: «Le isole Fortunate si innalzano 
nel Gran Mare, dal lato della mano sinistra, e sul limite del- 
l'occidente: esse non sono lungi in mare. Vi si trovano miele 
e latte, soprattutto nell'isola di Capria, così detta dalla molti- 
tudine delle capre ». A mezzogiorno delle Canarie è disegnata 
una nave colla bandiera di Aragona, e colla leggenda già men- 
zionata a proposito della navigazione di Jayme Ferrer (1). 

Il grande sistema AelV Atlante incomincia al Capo de No 
{G. Non) e si sviluppa, prima al nord-est, quindi ad oriente 
terminando con diverse ramificazioni al deserto d* Egitto: la 
metà orientale del sistema appartiene alla seconda carta del- 
l'Atlante. Delle città al nord dell'Atlante si veggono segnate 
Maroch (Marocco), FeSj Oran, Casartina (Costantina), Algeri, 
Bougie, Bona. A mezzodì dell'Atlante si estendono i paesi di 
Go0ola (Getulia), di Ashara (Sahara) e di Oinya. La città di 
Tenhuch (Timboctu) è situata al nord di un lago, presso il 
quale si legge: Ormtiss, sive lacu Nili Dalla parte orientale 
di questo bacino lacustre esce uno dei rami del gran fiume 



(1) V. pararg. 57. 



— 246 — 

africano, il quale scorre ad oriente, passa per la città di Syene 
(Cinta Sioene) e si unisce nella Nyhia (Nubia) col ramo orien- 
tale passante per Doncola, dopo di che il Nilo scorre diretta- 
mente al nord verso il Mediterraneo. 

Il bacino del Nilo appartiene alla seconda carta dell'atlante, 
la quale comprende inoltre tutto il resto dell'Africa^ del Medi- 
terraneo e dell'Europa, come pure la parte occidentale del- 
l'Arabia, la Siria, il bacino dell'Eufrate e l'Asia Minore. 

In mezzo al Mar Baltico che, in questa carta, è detto Mare 
di Alemagna, si legge, presso V Insula de Visbi (Gothland): 
« Questo mare è detto mare di Alemagna e mare di Gozia e 
di Svezia. Esso è gelato per sei mesi dell'anno, cioè dalla metà 
di ottobre alla metà di marzo, per cui, durante questa stagione, 
lo si può attraversare con carri tirati da buoi ». 

Ad oriente del Baltico un lago di notabile ampiezza tributa 
le sue acque, per un lato al Baltico per mezzo di un fiume 
che sbocca al nord di Biga, per 1' altro al mare di Azov me- 
diante il Tanay (Don) diretto prima da occidente ad oriente, 
quindi dal nord-est al sud-ovest, e, infine, al Mar Caspio per 
mezzo di un fiume che si sviluppa ad oriente, e si unisce col- 
VEdil (Volga) che scorre in senso opposto. 

Fedelmente rappresentati sono il mare di Azov, la penisola 
di Crimea, il Mar Nero e la penisola dell'Anatolia, n Mar 
Bosso, notabilmente più largo di quanto è realmente, è accom- 
pagnato dalla seguente leggenda: « Questo mare è detto Mar 
Bosso; per esso passarono le dodici tribù d'Israele. Sappiate 
che l'acqua non è rossa, ma sibbene è il fondo che ha questo 
colore. La maggior parte delle spezie che dalle Indie sono por- 
tate ad Alessandria passa per questo mare ». 

La terza carta comprende i paesi adiacenti al golfo Persico 
ed al mare delle Indie, e la metà occidentale dell'Asia. In essa 
sono specialmente a notare la forma peninsulare dell'India an- 
teriore (Dekhan) e il bacino del Caspio. Sopra la forma del 
Dekhan, così malamente intesa da Tolomeo e dai geografi arabi 
anteriori a Biruni, il cartografo catalano era stato probabil- 
mente informato dalle relazioni dei missionari dei secoli XIU 



— 247 — 

e XIV. In una lettera di Monte Corvino scritta dalla costa del 
Coromandel nell'anno 1292, è chiaramente descritta la natura 
peninsulare dell'India, e, nel medesimo tempo, combattuto Tan- 
tico errore, che il continente africano si estendesse dirimpetto 
all'India facendo dell'Oceano Indiano un mare pressoché chiuso 
da ogni parte. 

Il Mar Caspio, detto dal cartografo Mar del Sarra e de 
Bacu, si estende dal nord-ovest al sud-est, e si avanza talmente 
nella direzione di oriente, che il suo asse equatoriale appare 
maggiore dell'asse meridiano. « Io non dubito, dice a questo 
proposito Alessandro di Humboldt, che nel secolo XIV esistes- 
sero a mezzogiorno del golfo di Balkhan e dell' altipiano di 
Ust-Ust parecchi addentr amenti, e che il Caspio si avvicinasse di 
molto ad Urghendi e anche all'Arai; tuttavia mi pare che la 
forma del Mar Caspio, quale si presenta nella Carta catalana, 
denoti una completa ignoranza della esistenza del lago di Arai 
quale bacino indipendente e separato dal Caspio mediante un 
istmo solido » (1). 

Oltre al Volga che passa per la Ciutat de Sarra, sono ac- 
cennati, come affluenti del Caspio, il Laych (Jaik, Ural), ed il 
fiume Organa (dalla città di Urghendj), cioè l'Oxos, il quale 
sbocca al sud del Mertvoi Kultuk o Golfo morto, detto nella 
carta Golf de monumentis. 

Sulla quarta carta, che comprende il resto dell'Asia, trovasi 
per la prima volta indicato il lago Yssicol (Issikul), con una 
località del medesimo nome, presso la quale si legge: « In 
questo luogo è un monastero di Frati Armeni, nel quale, a 
quanto si dice, trovasi il corpo di San Matteo, apostolo ed 
evangelista ». L'identità del lago Tssicol della carta catalana 
col lago che porta il nome pressoché uguale di Issikul (Lago 
Caldo, Je-hai delle geografie cinesi e giapponesi) è resa mani- 
festa dalla circostanza, che appunto ad Hi e così poco lungi 
da quel bacino lacustre, il governo dell'usurpatore Ali Soldan 
ordinava nell' anno 1342 una sanguinosa persecuzione di cri- 



(1) Humboldt, Ceniral-Asien, I, pag. 484. 



— 248 — 

stianì che erano giunti colà al seguito di alcuni monaci fran- 
cescani (1). Ricordiamo eziandio che la grande strada al Catay, 
della quale ci informa Balducci Pegolotti, passava per Arma- 
lecco (Kulgia suirUi), distante appena 350 chilometri dal- 
rissikul, e che pertanto il nome di questo lago doveva essere 
ben conosciuto dai mercatanti italiani e catalani del sec. XIY (2). 

Nessuna traccia vi ha, nella carta, dell'India posteriore: la 
parte sud-est, i cui contorni esterni ricordano assai bene quelli 
della Cina propria, è tutta occupata dal Ghataio. Una catena 
di montagne forma il limite settentrionale di questo paese, e 
dai suoi fianchi meridionali sorge un poderoso fiume che si 
divide poi in parecchi rami, diretti gli uni verso sud-est, gli 
altri a mezzogiorno, e nei quali sono malamente rappresentati 
il Pei-ho, il Piume Giallo e lo Jang tze-kiang. Delle città del 
Ghataio sono indicate Chanbalech (Pe-king), Zàiton e Cansay : 
queste due ultime si trovano sulla costa meridionale, cioè sul- 
l'Oceano Indiano. 

Ad oriente della penisola del Dekhan, e nella direzione ge- 
nerale da settentrione a mezzodì, si estende una grande isola, 
detta illa lana, la quale, per la sua posizione, pare corrispon- 
dere a Geylon. 

Ad oriente dell'isola lana, e sul limite del Mare delle Indie 
e del Mare Orientale, una grande isola designata col nome di 
IVapohana corrisponde, per la sua posizione, a Sumatra: la 
sua direzione generale è da occidente ad oriente. 

In fine nell'angolo nord-est della carta, a settentrione delle 
montagne che formano il limite nord del Chataio, è accennato, 
come in molte altre carte medioevali, il paese di Gog e Magog. 

Agli ultimi anni del secolo XIV appartengono ancora la 
Carta Nautica dei fratelli Zeno, della quale abbiamo già avuto 
occasione di trattare brevemente (3); la Carta Nautica del ma- 
iorchino Guglielmo Solerio (anno 1385), la quale si estende 



(1) Humboldt, Op, cit, pag. 485. 

(2) V., più sopra, pag. 138. 

(3) V. pag, 165 e seg. 



— 249 — 

dal capo Bojador e dalle isole Azore e Canarie alle coste della 
Siria e della Palestina, e contiene pure il Periplo del Mar Bosso; 
ed una Carta Nautica di anonimo autore, la quale è conservata 
nella Badia di Cava de^ Tirreni, e rappresenta il bacino del 
Mediterraneo. Notiamo, per ultimo, la Carta Nautica di Nicola 
DE CoMBiTis, appartenente alla Marciana di Venezia, e com- 
posta di quattro fogli, nei quali sono rappresentati il Mediter- 
raneo e la parte orientale dell'Atlantico. Secondo alcuni, questa 
carta venne composta nella prima metà del secolo XIY, e perciò 
contemporaneamente ai lavori cartografici di Pietro Yesconti. 
Ma a questa opinione ^i oppone il foglio quarto, il quale di- 
mostra, nella indicazione della costa africana e delle isole atlan- 
tiche, cognizioni più vaste di quelle del cartogi'afo genovese. 
Ed anzi pare potersi affermare che la carta del Combitis sia 
alquanto più giovane della Carta catalana, di cui ci siamo oc- 
cupati poc'anzi. Osserva difatti il Fischer (1) che il nome Bo- 
jador, il quale nella Carta catalana appare due volte colle 
diverse forme di Cavo de huyetder e di buyetder, porta pure 
nella Carta del Combitis le forme, più corrotte, di Cavo de 
inbticder e di inhubder. Così pure il nome vetenille, partico- 
lare alla carta del 1375, ha, nella carta del Combitis, la forma 
vetenile, ed il Wed Nul o fiume Draa della geografia moderna, 
che il cartografo catalano chiama alltiet null^ compare nella 
carta del Combitis sotto la forma auenul. Lo stesso Fischer 
propende a ritenere che la carta di cui si tratta sia dell'ultimo 
ventennio del secolo XIV, se pure non la si debba porre nei 
primi anni del secolo seguente. 

Nel quale continuano a primeggiare i cartografi italiani, non 
solo nella parte che riguarda i planisferi o le carte mondiali, 
ma eziandio nella costruzione delle carie nautiche e dei por- 
tolani (2). 



(1) Fischer, Op. cit, pag. 151 e 152. 

(2) Sul primato degli Italiani nel campo cartografico, dal XIII al XVI 
secolo, veggasi la memoria, più volte citata, del Marinelli, Venezia 
nella storia della geografia cartografica ed esploratrice^ pag. 23 e 24. 



ì 



Primo, in ordine cronologico, si presenta Giacomo Giraldi, 
veneziano, uno dei piti attiri e valenti cartografi della prima 
metà del secolo XY. Di luì rimangono quattro atlanti (dal 1426 
al 1446), ciascuno dei quali si compone dì sei carie rappre- 
sentanti il Mediterraneo, le coste oceaniche dalla Scozia al 
Marocco meridionale e, sopra una scala maggiore, il Mare Adria- 
tico. Già nel più antico (1426), che appartiene alla Marciana 
di Venezia, si vedo chiaramente delineata la navigazione , dì- 
stinta per rombi, alle isole Madeira, Canarie ed Àzzorre. Queste 
ultime portano i nomi di Is. dei Corvi marini, Is. dei Conigli, 
Is. de Ventura, Is. dei Colombi, Is. de Braxil, ecc. E che il 
cartografo tenesse dietro premurosamente alle scoperte dei Por- 
toghesi della prima metà del secolo, è dimostrato chiaramente 
da che, per la prima volta, appare nell'atlante del 1426 il nome 
di Madeira colla forma alquanto corrotta dì Madiera, invece 
dell'antico nome italiano Isola do legname. 

Del genovese Qiovan Battista Bechakio è specialmente im- 
portante la carta nautica del 1435, appartenente alla Biblio- 
teca Nazionale di Parma, e rappresentante l'Irlanda, la Scozia, 
l'Inghilterra, la Francia, la Spt^na, le sponde occidentali del- 
l'Africa, l'Italia, la Dalmazia, l'Albania e parte della Grecia. 
L'Irlanda, recante il motto: Irlanda qae Ibemia, didtur, è 
tutta circondata da numerosissime ìsoletta varie di forme e dì 
colore: ad occidente campeggia la grande isola de Braeil, di 
forma ipotetica circolare , quale vedesi nel Portolano dei Pizigani. 

Le Azere sì succedono da settentrione a mezzodì nel seguente 
ordine: Como maxima, li conigì, San Zorzo, insula de ventura, 
GoUonbi, insula de Bramii, Gaprara, Lavo. Al sud di quest'ul- 
tima è la. nota: Insule fortunate sancti Brandany. Sono deli- 
neiittì i|uindi Porto Sancto e Vinsulla de legname, e, a mez- 
zodì di esse, le Canarie, allineate da occidente ad oriente, cioè 
Ferro, Palma, Gomera, Vinsulla del Ninferno, Canaria, For- 
leventitra, Ve^i ntarin, Lamerotto Maloxelìo, Alegrama. Tra 
il gruppo di Madeira e le Canarie sono rappresentate le insidie 
deserie e le insulle salvagge, queste ultime come altrettanti 
cerchietti rossi, così disposti da formare nel lorc insieme un 
triangolo equilatero. 



— 251 — 

NelFalto Atlantico, a nord-ovest e ad occidente delle Azere, 
si innalzano le due grandi isole Satanagio (1) e Antilia, sotto 
la forma di due rettangoli col loro lato maggiore da setten- 
trione a mezzodì. L'isola Antilia, che vediamo più tardi men- 
zionata nella famosa lettera di Paolo Toscanelli a Ferdinando 
Martins, famigliare del re di Portogallo, si presenta però, prima 
che nella carta del Bechario, in una carta della Biblioteca di 
Weimar, portante la data del 1424, e diffusamente descritta 
da Alessandro di Humboldt (2), che la ritiene di autore italiano. 
Secondo il Fischer, questo autore sarebbe anzi lo stesso Be- 
chario (3): ma Topinione deiregregio critico non potrebbe tut- 
tavia conciliarsi colle parole Contesi campa ancon 

MGGCGXXIV, dalle quali apparirebbe come autore della 
carta un cartografo anconitano. Prima del 1474 (4) l'isola An- 
tilia è anche disegnata nella carta 5» dell'atlante del veneziano 
Andrea Bianco (anno 1436), e nella carta del genovese Barto- 
lomeo Pareto. Tra i documenti cartografici, posteriori al Tosca- 
nelli > nei quali è ancora accennata la detta isola, voglionsi 
notare specialmente il globo di Martino Bebaim (anno 1492) e 
quello della città di Laon (anno 1493). A Iato di Antilia leg- 
gesi nel globo del Behaim: « Nell'anno 734 di Cr., allorquando 
la Spagna fu invasa dai miscredenti d'Africa, l'isola Antilia, 
chiamata Septe Citade (le Sette Città), fu popolata da un ar- 
civescovo di Porto, da sei altri vescovi, e da altri cristiani, i 
quali essendo fuggiti dalla Spagna, vi giunsero coi loro be- 
stiami e coi loro averi. E solo per caso una nave spagnuola 
giunse ne* suoi dintorni nell'anno 1414 ». L'autore del globo 
della città di Laon pone le isole Antela e Salirosa in un luogo 
che corrisponderebbe approssimativamente a quello occupato 
dalle Azere (5). 



(1) Probabilmente SanfAtanagio. 

(2) Kritische Untersuchungen, l, pag. 415 e seg. nella nota. 

(3) Fischer, Op. ctV., pag. 19. 

(4) La lettera di Paolo Toscanelli al canonico Martins porta la data 
del 25 giugno 1474. 

(5) Medina Peter (Pietro di Medina), letterato spagnuolo del secolo 



— 252 — 

Di grandissimo pregio è l'Atlante nautico di Andrea Bianco 
del 1436, composto di dieci carte, e conservato nella Biblioteca 
di San Marco in Venezia. La prima carta porta la inscrizione : 
« Andreas Bianche de veneciis me fecit MCCCCXXXYI »; e 
neirangolo superiore di sinistra una lunga leggenda, nella quale 
è esposto il metodo per applicare alla navigazione il cosidetto 
martéloio o martelogio, o, altrimenti una operazione abbastanza 
complicata, alla quale si dava il nome di rosoti, toleta e Suma 
del martelogio. L'etimologia di questo nome martéloio è tutt(»-a 
incerta. Per il Toaldo (1) la parola martelogio è corruzione di 
marilogio, e vale regola del mare; il Morelli (2) lo fa deri- 
vare da homartohgium, cioè trattato o discorso d'accompagna- 
mento; il Breusing la deduce dalla parola francese matelot 
(marinaio) (3); il Desimoni suppone che debbasi intendere colla 



KVI, afferma che in una geografia di Tolomeo donata al Pontefice Ur- 
bano VI (1378-1389) era rappresentata un'isola Antilia colla leggenda: 
« Ista insula Antilia, aiiquando a Lusitanis est inventa sed modo, quando 
quaeritur, non invenitur ». Ma è probabile, come dice il D'Ayezac 
(Iles de VAfrique^ pag. 27), che TAntilia e la relativa leggenda figu- 
rassero, nel Tolomeo di cui si tratta, sopra una di quelle carte supple- 
mentari che i cartografi dei secoli XV e XVI aggiungevano di mano 
in mano agli esemplari manoscritti ed alle edizioni stampate del geo- 
grafo alessandrino. Si è creduto eziandio di trovare risola Antilia sulla 
carta dei Pizigani (anno 1367), la quale difatti presenta ad occidente 
dell'Europa due statue accompagnate dalle seguenti parole: « Hae snnt 
statuae quae stant ante ripas Antilliae, quarum quae in fundo ad secu- 
randos homines navigantes, quare est fusum ad ista maria quousque 
possint navigare, et foras porrecta statua et mare sorde quo non possint 
ìntrare nautae ». Per mala sorte tutta questa leggenda è rosa dal tempo, 
e non si può decifrare che assai difficilmente, cosicché alcuni, in luogo 
di ante ripas Antiliae^ leggono ante ripas Attullio, ed altri ad ripas 
istius insulae. V. Gelgigh nel Giornale della Società geografica di 
Berlino, 1890, pag. 107. 

(1) Toaldo, Saggi di Studi Veneti, 1782. 

(2) Morelli^ Lettera rarissima di Cristofaro Colombo, pag. 42, Bas- 
sano, 1810. 

(3) Breusing, La toleta de Martelojo und die loxodromischen Karten 
nella Zeitschrift fUr wissenschaftliche Geographie, II, pag. 130. 



— 253 — 

parola marteloio la tela o rete del mare, come pare potersi 
anche dedurre dalla espressione toleta del marteloio (1); il Govi, 
infine, fa provenire la parola martilogium da martyrologium^ 
cioè quasi registro^ elenco^ calendario. 

Il citato Desimoni spiega molto chiaramente TufiBzio che ha 
la tavola di cifre che i nostri navigatori dei secoli XIV e XV 
chiamavano col singolare nome di marteloio. « Il pilota , do- 
vendo dirigere la nave alla sua meta, ha bisogno di conoscere 
ad ogni istante la posizione della stessa nave in mare ; e se e 
come si avvicini o si allontani dalla vìa diretta. Il sole, la luna 
la calamita colla rosa dei venti gli mostrano questa direzione 
secondo i 32 rombi o venti, che dividono l'area circolare in cui 
egli si trova; l'orologio di sabbia, la maggiore o minore gon- 
fiezza della vela e la lunga esperienza lo istruiscono della ve- 
locità della nave misurata in miglia. Con questi due elementi 
per base (la direzione e la velocità) egli ricorre al marteloio, 
che gli presta un calcolo ingegnoso, e gli insegna di quanto 
la forza dei venti contrari lo ha allontanato lateralmente dalla 
sua meta (questo dicesi allargare) e di quanto ad ogni modo 
ha potuto progredire più o meno verso la meta stessa {avan- 
zare). Che se il vento contrario cessi per dar luogo al favore- 
vole, il marteloio gli insegna quanta via dee fare per rimet- 
tersi sulla diretta {ritornare)^ e quante miglia dovrà ancora 
impiegare per raggiungere la meta [avanzare di ritomo). Tutto 
questo è esposto in quattro colonne di cifre, fondate sulla ipo- 
tesi di una navigazione di cento miglia; egli non avrà che a 
sostituire nella scala uno degli elementi guadagnati colla sua 
osservazione particolare, per ottenere gli altri colla semplice 
regola aritmetica, detta del tre » (2). 

Andrea Bianco non è però il primo a dare notizia del marte-- 
loio. In Genova, tra i registri notarili dell' archivio conservasi 



(1) Dbsimoni, Le carte nautiche italiane del Medio Evo^ pag. 15. 

(^) Desimoni, Mem. cit., pag. 15. La memoria, citata, del prof, fìreusing 
si estende difhisamente sul modo di adoperare la toleta del marteloio^ 
applicandola anche ad alcuni esempi particolari. 



— 254 — 

un atto del 1390, nel quale, descrivendosi un inventario di varii 
oggetti, si trova un martiloio, con una carta da navigare : < In- 

ventarìum in quo inter alia Martilogiuna Carta una prò 

navigando ». Questa data del 1390 è finora la più antica tra 
tutte quelle dei documenti in cui èì abbia notizia di tale stru- 
mento (1). 

Delle altre nove carte dell* Atlante del Bianco, la prima rap- 
presenta il Mar Nero; — la seconda l'Arcipelago, e la parte 
meridionale del Mediterraneo, e nella sezione, corrispondente, 
dell'Africa è scritto, entro un circolo colorato in giallo, Ci- 
viias Siene fons Nilus (2); — la terza contiene il periplo 
d'Italia, le coste francesi, e la parte corrispondente dell'Africa, 
tagliata, da occidente ad oriente, dal Nilo, con un lago azzurro 
situato sotto il meridiano dell'isola di Sicilia, e colla leggenda: 
Sic est prindpalibus fluminis Nilli in partihus occidentalis; 
— la quinta oflfre, oltre hlVAntilia in forma di grande isola 
rettangolare, molte altre terre insulari, tra cui, al nord, quella 
detta de la man Satanaxio, l'arcipelago delle Azere (isole corho 
marinos^ coriios de san Zar /si ^ de bentufla, di colombi^ de 
Brasila ecc.), Porto Santo, Madeira e le Canarie; — la quinta 
rappresenta le coste settentrionali della Spagna, le occidentali 
della Francia e della Fiandra, l'Inghilterra e l'Irlanda; — la 
sesta comprende la Dacia, il Mare Germanico, la Svezia, la 
costa S. 0. della Norvegia coli' isola ttiles, e le isole più set- 
tentrionali di Stilanda, di Stokafixa (3) e di Novercha; — la 



(1) Canale, Op, ctV., pag. 447. 

(2) Il colore giallo dato alla città di Siene sembra alludere al famoso 
pozzo, nel cui fondo si rifletteva, una volta all'anno (cioè al solstizio 
d'estate), il disco del Sole, secondo quanto riferiscono Eratostene ed altri 
antichi scrittori. 

(3) Si vuole che questo vocabolo sia usato invece di stockfish (stocco- 
fìsso) siccome chiamasi il baccalà nelle lingue settentrionali, e che qui 
si applichi a Terra Nuova dove se ne fa una grandissima pesca. È tut- 
tavia da osservarsi che l'Islanda era in quei tempi notevole per le sue 
grandi pesche; e Niccolò Zeno osserva che le pescherie di quella con- 
trada erano sufficienti a provvedere le Fiandre, l'Inghilterra, la Dani- 



— 255 ~ 

settima ripete, in iscala minore, tutto ìt Mediterraneo colle re- 
gioni adiacenti, il Mar Nero, e parte dell'Oceano sino alle re- 
gioni più boreali; — l'ottava è il Planisfero del quale abbiamo 
precedentemente trattato; — la nona, infine, è il Mappamondo, 
secondo Tolomeo, dipinto a* varii colori, colla indicazione dei 
paralleli e dei meridiani. 

Di Andrea Bianco si conserva nella Biblioteca Ambrosiana 
di Milano una grande carta composta a Londra nell'anno 1448. 
Essa è specialmente importante per il disegno delle coste occi- 
dentali d'Africa, le quali si estendono, al di là del Capo Bojador, 
sino al Capo Verde ed al Capo Bosso. Molto esattamente il 
Capo Bianco (Cabo Bianche) occupa l'estremità di una penisola 
diretta a sud-ovest, a partire dalla quale si notano sino al 
Cabo de S. Jacobo (odierno Capo Timris) numerose e piccole 
isole fiancheggiate ad occidente da estesi banchi di sabbia. Si 
ha adunque in questa carta una rappresentazione grafica delle 
scoperte dei Portoghesi lungo la costa occidentale d'Africa du- 
rante il periodo, più sopra esaminato, che corre dal 1436 al 1447. 

Di un anno anteriore alla carta del Bianco è il planisfero 
deiranno 1447, il quale si conserva nella Biblioteca Palatina 
di Firenze, ed è sicuramente di autore genovese. La sua forma 
è quella di una ellisse col grande asse lungo m. 0,75 e il pic- 
colo asse lungo m. 0,37. L'autore si dimostra seguace, in molti 
punti, della Geografia di Tolomeo : così, ad esempio, nelle parti 
che si rapportano all'India citra et ultra Gangem, nella rap- 
presentazione del Nilo e nei contorni esterni dell'Africa e del- 
l'Asia meridionale. Aflfatto indeterminati sono i contorni del- 
l'Africa a mezzogiorno del Capo Bojador: il continente termina 
all'incirca verso l'equatore con una linea arcuata. Due golfi vi 
penetrano da oriente e da occidente: nell'occidentale si trova 



marca e molti altri paesi. È pertanto probabile che la parola stokafixa, 
nella carta del Bianco, non sìa posta per indicare alcun 'isola particolare 
ma, secondo il costume del Medio Evo, tenda solamente ad incorporare 
le meraviglie di quella parte del mondo. Vedi Desborouoh Goolet, 
Op. ciV., I, pag. 303. 



i 



— 256 — 

N 

una grande isola colla leggenda : « preter ptolemei traditìonem 
est hic guifus sed pomponius eum tradit cum eius insula >. 
Nella parte meridionale della stessa parte del mondo si innalza^ 
sotto il nome di Montes lune, una grande catena di montagne, 
dalla quale sorge uno dei rami superiori del Nilo, e nelle vi- 
cinanze si legge: « hic sunt montes lune qui lingua egiptiaca 
dicuntur gebeltan a quibus nilus fluvius oritur atque estatis 
tempore dissolutis in ipso amnibus major efBuit ». La parte S.O. 
dell'Africa porta nella carta il nome di Etiopia; ad essa ap- 
partiene il paese del Prete Gianni. Le regioni del nord-ovest 
sono designate col nome di Maureiania; le centrali con quelli 
di Libia; le orientali col nome di Nubia. Sono pure attinte 
alla geografia di Tolomeo le rappresentazioni del Nilo, deirisola 
Meroe e del ramo orientale del Nilo, che sorge da un lago 
(Coloe, Tana o Tzana). In questo lago è un'isola sormontata 
da un tempio, colla leggenda: «in hoc lacu insula est tenis 
nomine que lucos silvasque grande apostolis templum sustinet, 
natat et quocumque venti agunt appellitur », la quale leggenda 
è tolta quasi letteralmente da Pomponio Mela, il quale, a pro- 
posito di una terra dell'Egitto, dice: « In quodam lacu Chemnis 
insula lucos silvasque et ApoUinis grande sustinet templum, 
natat, et quocumque venti agunt, pellitur » (1). Già nel se- 
colo XV il lago Coloe di Tolomeo portava il nome Tenis poco 
diverso dall'attuale, e l'isola galleggiante e mobile a seconda 
del vento che nella carta del 1447 è raffigurata come boscosa 
e portante un tempio, si spiega osservando, che, ancora in oggi, 
sulle rive del lago Tana, e specialmente nelle sue isole, si tro- 
vano i più venerati chiostri e templi dell'Abìssinia. Osserviamo 
ancora, col Fischer, che l'anonimo autore della carta poteva 
essere abbastanza minutamente informato di quel paese alpestre 
dell'Africa orientale, perchè precisamente parecchi anni prima, 
cioè nel 1439, il Papa Eugenio IV aveva incaricato un Com- 
missario apostolico di una lettera al Prete Gianni signore di 
quel paese, e nell'anno 1441 un'ambasceria abissina sì era re- 



(1) Be situ Orbis, 1, 9. 



' I 
I 



— 257 — 

cata a Firenze nella occasione del Concilio Ecumenico tenuto 
in quella città (1). 

U ramo occidentale del Nilo esce da un lago vicino al golfo 
che si addentra nella costa occidentale del continente, ed ali- 
mentato da fiumi che discendono dalla parte più occidentale 
delle Montagne della Luna. Il fiume attraversa quindi, al nord 
dì queste montagne, una grande palude, popolata da coccodrilli. 
A mezzogiorno del capo Bojador sbocca in mare, per mezzo di 
due rami molto lontani Tuno dall'altro, un grande fiume for- 
mato da due corsi d'acqua, il primo dei quali esce da un lago 
situato neir intemo del Sahara, il secondo da una montagna 
che si innalza nel sud-est. 

Nel disegno dell'Asia meridionale predomina l'influenza della 
Geografia Tolemaica. L'India anteriore non apparisce ancora 
nella sua forma peninsulare: l'India posteriore si avanza verso 
mezzogiorno come una penisola, corrispondente all'Aurea Cher- 
soneso del geografo Alessandrino. Ma nell'Asia Centrale e Orien- 
tale il cartografo si appoggia specialmente alle informazioni di 
Marco Polo. Nell'estremo Oriente è disegnata una città, colla 
leggenda : « hinc regio quae catayum vel eorum lingua canbalec 
dicitur, dominatur magnus canis ». Trovasi pure accennato il 
nome di Sine; in allora, come in tempi più moderni, si distin- 
guevano adunque, nell'Asia Orientale, la Cina, alla quale si 
giungeva per la via di mare, e il Cathay, alla cui cc^izione 
avevano specialmente contribuito i viaggi terrestri. Ad oriente 
di Sine si innalza un gruppo di isole colla leggenda: « Hae 
insule Jave diete sunt, ultra has insulas nulla est amplius ho- 
minibus nota habitatio ncque facilis nautarum transitus quoniam 
arcentur ab aere navìgantes ». 

Il Mar Caspio è falsamente indicato col suo grande asse di- 
retto da occidente ad oriente. Ad oriente di esso una zona mon- 
tagnosa, conosciuta col nome di Ymaus mons, si sviluppa, con 
due catene principali, verso oriente e verso nord-est. Quest'ul- 
tima si estende sino al Mare Boreale, e termina ad un prò- 



(1) Fischer, Op. cit, pag. 167; Huouas, L'Abissinia, pag. 58, nota 25* 

Hdqukb, Storta deìla Geografia^ II. 17 



foDdo golfo, ne' cui dintorni si trovano le dimore delle perdate 
tribù d'Israele. Nel \Mogo in cui la zona montagnosa si scom- 
pone nelle due catene principali è rappresentata una grande 
muraglia con una fortissima torre e colla leggenda: «porte 
ferri obi alexander tartaros vincit ». Tutta la catena orientale 
è accompagnata da torri , nelle quali probabilmente il carto- 
grafo intende della Chande Muraglia della Cina, dì cui non 
è menzione nelle relazioni di Marco Polo. K quasi nel mezzo 
della catena medesina è il nome Gog, colla leggenda : « Iste 
sunt ex gog nationes que cubitus altitudinem non excedunt, 
annum etìam nonum non attingunt, et continue a gniìbns in- 
fertantor», reminiscenza singoiare del combattimento delle gru 
coi pigmei, di cui è parola in Omero. In un altro luogo della 
catena si innalza una torre, colle parole: < istas turres con- 
struxit presbyter Johannes ne incluaia hominibus ad eum pateat 



\ 



Bell'Europa orientale un importante fiume, sul quale siede 
una grande città, si getta, dalì'un lato nel Baltico per mezzo 
di grandi paludi, dall'altro nel Mar Nero. 

Forse il più laboriosa cartografo del secolo XV fa Grazioso 
Benincasa di Ancona, i cui lavori, numerosissimi e somma- 
mente pregevoli per l'accuratezza e l'eleganza del disegno, com- 
prendono per Io meno un periodo di 22 anni (dal 1460 al 1482). 
Tutte le carte del Benìncasa furono composte in Venezia, a 
meno di quelle del 1460 e del 1461, le quali, secondo il De- 
simoni, lo furono in Genova. Moltissime se ne conservano nelle 
Biblioteche e negli Archivi d'Italia: altre se ne trovano nelle 
principali collezioni cartografiche di Parigi, Vienna, Londra, 
Ginevra, ecc. Singolare pregio di alcune di queste carte è, che 
esse ci permettono di seguitare, passo a passo, i progressi delle 
grandi scoperte portoghesi lungo la costa occidentale d'Africa. 
Cosi uell'Attante del 1463 (Museo Britannico di Londra) il di- 
segno di ([iieste coste si arresta al capo (fe Bueedor: in quello 
del 14*i"i (Museo Civico di Vicenza) si avanza sino al Capo 
Verde; [lE-ll'Atlante del 1467 (Museo Britannico di Londra) l'ul- 
timo luogo accennato lungo la costa è il Ga^o Rosso; nel- 



— 259 — 

TAtlante del 1468 le cognizioni del cartografo si spingono sino 
al Capo di Monte ed al Capo Mesurado ; in un altro Atlante 
del 1468 (Palermo) la settima ed ultima carta offre il disegno 
della linea costiera dal Capo Bosso al Capo Santa Maria, la 
foce del Rio Grande, le isole di Bravas (?) e le coste della 
Guinea; in fine, nell'Atlante del 1471 l'ultimo luogo dell'Africa 
occidentale è il Rio das Paimeiras, al di là del Capo di Monte. 
Né meno importanti sono le carte di Andrea Benincasa, 
figlio di Grazioso, l'ultima delle quali porta la data del- 
l'anno 1508. Di molti altri cartografi, specialmente veneziani, 
ci informa il cardinale Zurla, nella sua opera più volte citata, 
a proposito di un codice marcato al di fuori col titolo: Carte 
di nautica in pecora mss. e miniate, il quale comprende ben 
35 carte contenenti tutto quanto si conosceva, in fatto di idro- 
logia marittima, prima dell' anno 1489. Tra questi cartografi 
sono a ricordarsi Piero Bosali, Zuan da Napoli, Francesco Be- 
caro, Nicolò Piorin, Francesco Cexano, Domenego de Zane, 
Nicolò de Pasqualin, Benedetto Pesina, Ponente Boscaino, Cri- 
stofalo Soligo. Due delle carte sono in particolar modo interes- 
santi, giacché dimostrano con quale zelo si cercasse di radunare 
in Venezia il nuovo materiale cartografico creato, per così espri- 
mermi, dalle scoperte dei Portoghesi, e con quale ansiosa atti- 
vità i Veneziani tenessero dietro a questi progressi della geo- 
grafia nell'Africa occidentale, del che abbiamo già recato prove 
a proposito di Andrea Bianco e di Grazioso Benincasa. Una di 
queste carte é la 30* della collezione, la quale, ripigliando la 
costa del Capo Boxo, continua al golfo di Besegue, incurvan- 
dosi con mirabile precisione ad oriente col Capo de Verga, 
C. de Sangres, C di Monte, C Mexurado, C. de Palmas, 
Capo de tre pontas; seguono il rio da volta, il rio da lago, 
il rio das forendo e il rio corams, alla cui foce sono alcune 
isole di mediocre grandezza colla vicina indicazione hic non 
apar poli4s, quantunque la latitudine di questo luogo sia di 
6" 30' nord. La costa si sviluppa quindi a mezzodì, e presenta 
C. de Fremoxo, Angra verde, rio da ilkis, rio Dangra, C de 
San Joam, Capo de Lapo Gonaalvem e Capo de Caterina, 



— 260 — 

(2^ lai sud). Verso Angra verde sono segnate tre vaste isole: 
la più vicina alla costa è detta Fremexa (Fernando Po?); la 
mediana porta il nome di L Princepe, e la più lontana quella 
di L de Santomao^ sotto Tequatore. 

La seconda carta è la 31*: ripigliando Tandamento della costa 
dal luogo in cui nella carta precedente sta scritto hic non apar 
polus^ si spinge sino alla latitudine meridionale di 15^ 40', cioè 
al Capo Negro. Altro pregio grandissimo di questa tavola 31*^ 
giustamente rilevato dal cardinale Zurla, sta in ciò, che il 
Mar Caspio, ivi detto Mm dabacu, sia per la sua direzione da 
settentrione a mezzodì, sia per la sua generale configurazione 
è disegnato con un' esattezza che invano si cercherebbe nelle 
carte posteriori, sino alla prima metà del secolo XYIII. Si ag- 
giungono il numero grande di nomi lungo la linea delle spiaggie^ 
le minute sinuosità di questa, le foci dei fiumi, i segni di bassi 
fondi, di isole ed altro: il tutto indicante una piena cognizione 
di esso mare acquistata per mezzo di pratica e lunga navigazione» 



APPENDICE 



f 
t 



La Geografia Fisica nel Medio Evo. 

Le terra e le acqae sulla soperflcie della Terra. — Rilievi del suolo. 
Osservazioni meteorologiche e idrografiche. 



76. Le terre e le acque sulla superficie della Terra. — Nel Medio 
Evo prevaleva, sopra ogni altra, Topinione, per vero fondata sopra con- 
siderazioni puramente astrologiche, che Tacque coprisse tutto Temisfero 
meridionale. Ristoro d'Arbzzo (secolo XIll), che per Tacume deirin- 
gegno, e per la forza divinatrice, merita bene di essere messo di sopra 
a tutti i suoi contemporanei (1), così si esprime nel Capitolo 1 del 
Libro VI della Composizione del mondo: « E per ragione dee (la terra) 
essere scoperta dalla parte più forte del cielo e più piena di virtude, 
come quella che è settentrione; che noi veggiamo la parte di setten- 
trione essere fortificata e piena di figure, e spessa e soffolta (gremita) di 
grandissima moltitudine di stelle; e la parte del mezzo die veggiamo 
rada e debole di poche figure e di poche stelle, a quella rispetto; e in 
quella parte spessa, là ove sono le molte figure e grandissima moltitu- 
dine di stelle, quella parte dee essere forte, e quivi dee- essere per ra- 
gione molta virtude, e molta potenza e molta operazione, e in quella 
parte rada, e di poche figure e di poche stelle, a quello rispetto, quella 
parte dee essere debile in operazione^ a quello rispetto, e avere meno 
operazione e meno virtude. Adunque troviamo la parte di settentrione 
più forte e più potente per adoperare nella terra di quella del mezzo 
die » (2). Dal che si vede che Ristoro attribuiva la disuguale distribu- 
zione delle terre e delle acque alla quantità diversa delle costellazioni 
sulla volta celeste. Spiegazione erronea; ma desunta almanco dalla na- 
tura; e sotto alla quale c'è più che il presentimento della forza di at- 
trazione (3). 



(1) Malfatti, Della parte che ebbero % Toscani alVincremento del 
sapere geografico^ pag. 16. 
g) Della Composizione del Mondo, pag. 146. Milano, Daelli, 1864. 
(3) Malfatti, Discorso citato^ pag. 17. 



— 262 — 

Anche nello scritto Quaestio de aqua et terra^ che molti opinana 
ancora essere lavoro di Dante, è espressa Fidea che tra il cielo delle 
stelle fisse e la Terra esista una specie di relazione molto corrispondente 
a quella del magnetismo (1). Una parte della Terra , anzi un emisfero, 
appare destinato ad una specie di eliso, rimanendo Taltro emisfero, e 
solo parzialmente, a dimora dell'uomo. Essendo diverse di grandezza e 
di splendore, e variamente distribuite, le stelle possono agire a far rial- 
zare in modo difierente i continenti ; e siccome la^.ona più attiva è quella 
corrispondente alla temperata settentrionale, ne viene il naturale rialzo 
di questa e la sua conseguente abitabilità ^). 

Della quantità delle terre emergenti paragonata alla totale superficie 
della Terra, ci informa più da vicino lo stesso Ristoro d*Arezzo nelle 
prime pagine del suo lavoro: « E noi troviamo una parte della terra 
scoperta dall'acqua; e, secondo i savi, è la quarta parte scoperta, si che 
tre parti rimane sotto l'acqua... E troviamola scoperta inverso la parte 
di settentrione^ sotto quella parte del cielo, la quale è più stellata; e 
troviamo quella parte della terra scoperta, girata e avironata intorno in- 
torno d'acqua, la quale è chiamata mare maggiore, e tali la chiamano 
mare oceano > (3). 

Nello scritto già citato Quaestio de aqita et terra, si ammette pure 
che la parte abitabile rappresenti la quarta parte della superficie totale 
della Terra. La parte emergente ha poi la forma di un semilunio, e si 
estende, nel senso delle longitudini, per 180 gradi, da Cadice alle foci 
del fiume Gange, e, nel senso delle latitudini, dall equatore ai luoghi 
aventi il loro zenit sul circolo descritto dal polo dello zodiaco intomo 
all'asse del mondo, il quale polo è distante dal polo del mondo circa 
23 gradi, per cui la estensione in latitudine è quasi di 67 gradi e non 
più (Y. Quaestio de aqua et terra^ § XIX). Dalle quali considerazioni 
chiaramente apparisce che la terra emergente si innalza nel quadran- 
golo sferico avente per lati opposti, meridionale e settentrionale, la metà 
della circonferenza dell'equatore e la metà del parallelo di 67 gradi, 
e per gli altri due lati i segmenti meridiani uguali, ciascuno, a 67 
gradi. Il quale quadrangolo equivale, molto approssimativamente, ai 
^Vioo ^^^^ superficie totale della sfera, di poco superiore all'area am- 
messa dall'autore dell'opuscolo. 

Alberto Magno (Alberto di Bòllstadt)^ anteriore di alcuni anni allo 



(1) Quaestio de Aqua et Terra, § XXI. 

(2) GÙNTHER, Studien zur Geschichte der mathematischen und phi- 
sihalischen Geographie, pag. 158; Marinelli, in Bollettino della So' 
cietà Geoarafica Italiana, 1880, pag. 475. 

(Si) Della Composizione del Mondo, Lib. 1, Gap. XX, pag. 36. 



— 263 — 

scrittore toscano (1), dava alle parti solide della superficie terrestre una 
estensione molto maggiore. « La zona torrida, egli dice, è abitabile, ed 
è un pregiudizio volgare quello di credere che i nostri antipodi debbano 
necessariamente cadere. I medesimi climi delFemisfero superiore (setten- 
trionale) si ripetono simmetricamente nelFemisfero inferiore (meridionale), 
dall'altro lato dell'equatore, e vi sono due razze di Etiopi, Tuna al tro- 
pico settentrionale, l'altra al tropico meridionale. L'emisfero inferiore, 
abitato dai nostri antipodi, non è totalmente coperto dalle acque: la sua 
maggior parte è abitata, e se gli individui di quelle lontane regioni non 
giungono sino a noi, ciò è per causa della immensa estensione dei mari 
intermedi, e, forse anche, per una forza magnetica che, come la cala- 
mita fa del ferro, attrae ed incatena le carni umane. Del resto, i popoli 
della zona torrida, ben lungi dall'essere privi di intelligenza a cagione 
del calore cocente, sono invece molto istruiti, come risulta dalle opere 
filosofiche ed astronomiche che ci sono pervenute dall'India » (2). 

RoGBRo Bacone (1214-1294), a proposito della Terra abitabile, o, per 
meglio dire, della quantità delle terre emergenti, fa le seguenti consi- 
derazioni. « Tolomeo, nel Libro della Disposizione della sfera^ vuole che 
la parte abitabile sia quasi la sesta parte della Terra. Aristotele dice 
che il mare è piccolo tra il termine della Hispania dalla parte di occi- 
dente e il principio dell'India verso oriente, ed afferma che più della 
quarta parte della Terra è abitata, nel che concorda anche Averroe (3). 
Il medesimo mare, secondo che ne dice Seneca nel Libro Y delle QuC' 
stioni Naturali^ si può attraversare, con vento favorevole, in pochissimi 
giorni. E Plinio insegna, nella Storia Naturale, che il seno Arabico dista 
dal mare Indico per lo spazio corrispondente ad un anno di navigazione, 
dal che si conchiude che non molta è la distanza del principio dell'India 
dal termine della Spagna: secondo il medesimo autore il mare è tanto 
piccolo da non coprire i tre quarti della superficie terrestre. E ciò è 
provato dall'autorità di Esra, il quale dice^ nel Libro IV, che sei parti 
della Terra sono abitate, e la settima è coperta dalle acque » (4). In un 
altro luogo dell'Opus maius^ il Filosofo cosi si esprime intorno al me- 
desimo argomento : « Il mare non copre i tre quarti della superficie ter- 
restre. È evidente che una parte considerabile del quarto abitato deve 
trovarsi al disotto della nostra propria abitazione, poiché le parti estreme 
dell'Oriente e dell'Occidente sono vicine l'una all'altra, come quelle che 



(1) Alberto Magno, nato nel 1193, morì nel 1280. 

(2) Liber cosmographicus de natura locorum, 1515, fol. 14 e 23. 

(3) AvERRHOES o AvERROE, illustre medico e filosofo arabo, nacque 
probabilmente nel 1120 in Cordova, e morì a Marocco nel 1198. 

(4) Esra, Lib. IV, Gap. 6: « Et tertia die imperasti aquis congregari 
in septima parte terrae ». 



— 264 — 

Bono separate da un mare di estensione mediocre, donde ne segue che 
Fabitazione tra TOriente e TOccidente non sarà la metà del circolo equi- 
noziale né della circonferenza terrestre, ma sar& più lunga di questa 
metà. Ma quale è precisamente la sua estensione? Essa non venne mi- 
surata ai nostri giorni, e nemmeno la troviamo indicata, come sarebbe 
desiderabile, nelle opere degli antichi. Possiamo noi meravigliarci che 
più della metà del quarto abitato, nel quale noi ci troviamo, ci sia sco- 
nosciuto, se anche nei nostri paesi tanti sono i luoghi che gli scienziati 
non conoscono? » (1). 

Della medesima opinione è il Cardinale Pietro d^Ailly (1350-1420), il 
quale si vale delPautorità di Aristotele, di Seneca, di Plinio, di Averroe, 
di Esra e di San Gerolamo per dimostrare, con essi, che la terra abi- 
tabile è grande, e che la parte coperta dalle acque deve, per conse* 
guenza, essere relativamente pìccola. « Ecco, egli aggiunge, ciò che mi 
porta ad ammettere questo fatto. Verso i due poli del mondo Tacqua ab- 
bonda necessariamente, giacché questi luoghi, lontani come essi sono dal 
Sole, SODO freddi. Ora il freddo moltiplica le acque. Ed è per questo che 
Tacqua, cadendo nel seno del mare, si estende tra il principio dell'India 
e il termine della Spagna Ulteriore, che è in oggi una parte dell* Africa, 
ed anche verso la Spagna Citeriore. Altravolta, nelFantichità, Tacqua 
non correva in questo spazio, e le terre erano continue; ma, coirandar 
del tempo, TOceano penetrò nella terra ferma, e si uni col mare Medi- 
terraneo che bagna le coste dell* Aragona e deiritalia. Il mare Oceano, 
tra rQriente e TOccidente, ha un*estensionè più piccola di quanto si crede 
dalla maggior parte dei filosofi » (2). E, in altri luoghi : « L^estensione 
della Terra verso oriente è molto maggiore di quella ammessa da To- 
lomeo, e rOceano che si estende tra il termine della Spagna Ulteriore, 
cioè deirAfrica, dalla parte di occidente, e il principio delFIndia, dalla 
parte di Oriente, non è di grande larghezza. Si sa difatti per esperienza 
che questo mare si può navigare in pochissimi giorni con vento favo- 
revole, e perciò il principio dell'India, nelPOriente, non può essere molto 
distante dal termine deirAfrica » (3)... « DalFun polo alFaltro Tacqua 
scorre nel corpo del mare e si estende tra il termine della Spagna e il 
principio deirindia in una larghezza abbastanza piccola perchè la di- 
stanza tra Tuno e Taltro luogo superi la metà del circolo equinoziale » (4). 

Una ripetizione quasi letterale dei concetti espressi dal Cardinale 
d'Ailly e dal grande Filosofo inglese si trova nella lettera che Cristoforo 
Colombo scriveva ai Monarchi di Spagna immediatamente dopo il suo 



(1) Opus maiuSf pag. 183 e 184. 

(2) De Hispania et eius partibus. 

(3) Compendium cosmographicum^ Cap. 19. 

(4) Imago mundi, Cap. 15. 



— 265 — 

terzo viaggio. Ed è noto che sopra questo errore della distanza relati- 
vamente piccola delle coste occidentali dell'Europa da quelle orientali 
dell'Asia si fondava appunto il progetto del Qrande Navigatore, di giun- 
gere airOriente navigando nella direzione di ponente. 

77. Bilievi del suolo. — Alquanto più avanzate che presso gli Arabi 
sono le nozioni dei geografi Occidentali sopra i rilievi del suolo terrestre. 
Nella carta di Marino Sanudo sono chiaramente rappresentati il sistema 
Alpino ed il suo legame cogli Apennini. Nella Carta catalana (1375) ed 
in quella dei Pizigani (1367) lo sono, almeno per quanto si rapporta alla 
direzione generale, l'Atlante, i Pirenei, le Alpi; ma TApennino vi manca 
compiutamente, ed il Caucaso si presenta come una grande catena di- 
retta da settentrione a mezzodì. Nell'Asia sono disegnati qua e là molti 
sollevamenti in posizione e in direzione affatto fantastiche ed arbitrarie, 
e solamente nel Mappamondo di Fra Mauro si avvicina alquanto al vero 
la giacitura dell'Himàlaia od Imaus. Già si è visto, nei capitoli prece- 
denti, quale importanza, specialmente sotto Taspetto della idrografia, at- 
tribuissero i cartografi medioevali alle celebri Montagne della Luna nel 
cuore del continente aMcano. Alcune osservazioni interessanti si leggono 
poi nelle relazioni dei grandi viaggiatori dei secoli XIII e XIV intomo 
alle elevazioni del suolo. Così Odorico da Pordenone, parlando di Azaron 
od Erzerum, dice che esso è un luogo naturalmente freddo perchò si- 
tuato ad una maggiore elevazione che qualunque altra città del mondo. 
E, nel suo viaggio attraverso la Zungaria, non isfuggì al Rubruk la circo- 
stanza, che tutti i fiumi sono diretti da oriente ad occidente, e nessuno 
in direzione contraria. 

Giustamente osserva Alessandro di Humboldt che, avuto riguardo ai 
tempi, sono degne di essere notate le osservazioni che Alberto Magno 
fa sul calore più o meno intenso prodotto dai diversi angoli di incidenza 
dei raggi solari, sulle variazioni del clima a seconda della latitudine e 
delle stagioni, come anche sulla influenza che le montagne esercitano 
sulle condizioni climatiche dei diversi luoghi (1). 

Che la configurazione della terraferma nel senso verticale sia soggetta, 
per diverse cagioni, a cangiamenti continui, era opinione pressoché ge- 
nerale. Ristoro d'Arezzo, nella sua interessante descrizione del terremoto 
di Yechianne, luogo vicino a Volterra, cosi si esprime: € Per la qual 
cagione del tremuoto può profondare la città, e cadere le mura e le torri 
e le case; e per istagione fa isquarciare e cadere lo monte; e secondo 
ragione può innalzare la terra, e gittarla in su e fare lo monte, e quello 
monte sarà sello e cupo, secondo via di ragione » (2). Nelle quali parole 
il filosofo toscano chiaramente spiega la formazione delle montagne vul- 



g 



1) Humboldt, Kritische Untersuchungen, I, pag. 67 nella nota 1*. 
~l) Della Composizione del Mondo, pag. 217. 



caniche isolate; e attriboÌHce i terremoti al fuoco sotlerraDeo. In altro 
luogo, coma osserva il Malfatti, Ristoro adombra il Nettunismu nel ca- 
pitolo in cui, trattando del diluvio, dice che e l'acqua del diluvio, co- 
proDdo la terra e rimanendosi per la terra, per cagione del vento od 
altra cagione, può torre la terra da un luogo a porla ad an altro; im- 
perciocché ^ natura dell'acqua, se ella è rìmenata per la terra, di (are 
Io monte e la valla, ad à sua natura dì lasciare la terra montuosa e 
vallosa > (1). 

Vincenzo di Bbautais opinava che, dai tempi del diluvio in poi, le 
montagne avessero perduto continuamente nella loro altezza, sia per l'a- 
uone modificatrice dell'atmosfera e delle meteore acquee, sia per quella 
diatruggitrice del flusso e del riflusso del mare. Tuttavia lo stesso filosofo 
ammetteva un innalzamento progressivo delle montagne nelle vicinanze 
di Toledo (S). 

Dal trovarsi i pesci foaaili sulle alte montagne rettamente deduceva 
Ristoro d'Arezzo che queste fossero atate coperte dalle acque del diluvio. 
« E gi& avemo trovato e cavato, quasi a somma a una grandissima mon- 
tagna, dì molte balie (specie) ossa di pesce, le quali noi chiamiamo 
chiocciole, e tale le chiamano nicchi li quali erano simili a quelli dei 
dipintori, nelli quali elli tengono i loro colori. E in tale luogo si tro- 
viamo di color di molte balie rena, e pietre grosse, e minute e ritonde, 
a lui^o a luogo entro per esso, come fussero di fiume: e questo è segno 
che quello monte fosse fatto col diluvio >... * E quella contrada là ove 
si trovano questi monti, là ove si trova la rena e l'ossa del pesce, è 
segno che per quella contrada fosse già il mare, od acqua in modo di 
mare, imperciocché la rena, laonde si potessero fare li monti con quelle 
ossa dello pesce, non se ne troverebbe tanta altrove, come i fiumi di 
acque picciolelle > (3). 

78. OeaervaEioni meteorologiche e idrografiche. — I progressi 
della Geografia positiva nel Medio Evo, più che alla zona'torrida, toccano 
alla zona temperata boreale, e per conseguenza ad uno spazio della su- 
perficie terrestre, nel quale non potevano manifestarsi che in piccola 
misura le correnti regolari dell'atmosfera, e te leggi de cui le correnti 
stesse sono regolate. Tuttavia i viaggiatori nelle contrade orientali del 
Mondo Antico ebbero conoscenza dei venti periodici che chiamansi vol- 
garmente col nome di monsoni. Nella terza lettera di Giovanni da Mon- 
tecorvino scritta dalla costa di Coromandel nell'anno 1310, e dal suo 
correligionario Fra Menentillo da Spoleto spedita a Fra Bartolomeo da 
San Concordio, si legge : < Non vi si pub navigare (nel mare delle Indie) 



(1) Della Ct^nposisione del Mondo, pag. 163. 

(2) Vincent. Bellovac, i^aulum naturale. Vili, Cap. 20. 
^) RiOTOTLO h'Arkzzo, Ibtd. pag. 163 e 194. 



— 267 — 

se non una volta Tanno perchè dalFintrata d* Aprile ìnfino alla fine di 
Ottobre li venti sono occidentali (meglio: di S. 0.), sicché ninno po- 
trebbe navigare inverso Occidente, e poi lo contrario, cioè dal mese di 
Ottobre infino al Marzo ». E già avemmo occasione di ricordare le im- 
portanti osservazioni fatte, sul medesimo argomento, da Giordano de 
Séverac, nel 1328 (1), e quelle anteriori, di Marco Polo intorno alla 
periodicità dei monsoni nei mari meridionali della Gina (2). 

L Missionari che, primi tra gli Europei, visitarono gli altipiani del- 
TAsia Gentrale, non potevano a meno di essere colpiti dalla mancanza 
quasi assoluta di precipitazione atmosferica che ne forma la principale 
caratteristica meteorologica. A questo riguardo sono di grande interesse 
le osservazioni del Garpini, a loro luogo riportate (3). 

Le abbondanti piogge che cadono sul suolo irlandese sono giustamente 
attribuite da Giraldo de Barri o Gambrknsb (nato nel 1147) ai venti 
occidentali dominanti nella parte nord delF Atlantico europeo: per la 
stessa ragione i tronchi degli alberi pendono tutti nella direzione op- 
posta, cioè verso oriente. E come si producano le piogge è spiegato 
chiaramente da Vincenzo di Beauvais, il quale dice che Taiia calda 
delle pianure si condensa lungo i fianchi, più freddi, delle montagne, 
convertendosi dapprima in nebbia, e cadendo quindi sotto forma di 
pioggia (4). Ed esattamente osserva il medesimo scrittore che il mare è 
continuamente impoverito dalla evaporazione, e che il vapore acqueo, 
condensandosi, cade sulla terraferma, vi forma le sorgenti, e queste alla 
loro volta, alimentando i fiumi, ritornano airOceano Tacqua perduta (5). 
Secondo altri, invece, il mare penetra, per mezzo di canali sotterranei, 
nei continenti, deposita, durante il cammino, le materie saline, e ritorna 
quindi alla superficie sotto forma di sorgenti d'acqua dolce. Strana teoria 
che si vede espressa dalTautore anonimo di un trattato del secolo i3^ dal 
titolo Imago mundi, e dall'autore della Garta catalana del 1375 (6). 

Sulla circolazione delle acque e sulla idrografia fluviale si trovano 
nella citata opera di Ristoro d'Arezzo alcune osservazioni di grande in- 
teresse, le quali tendono a dimostrare primieramente che l'acqua deve 
continuamente entrare nel mare ed escirne continuamente, con che si 
spiega il detto volgare, che i fiumi escono dal mare ed entrano nel 
mare (7); in secondo luogo, che « i fiumi non debbono tutti correre in 



(1) V. pag. 133 e Peschel, Geschichte der Erdhunde, 1^ Edizione, 
pag. 203 e la nota 1*. 
^) V. pag. 117. 
(3) V. pag. 78. 

^4) Speculum naturale, VII, 23. 
[5) Speculum naturale, VI, 8. 

Peschel, Op. cit., pag. 204 e nota 2*. 
Ristoro d'Arezzo, Op. cit., pag. 152 e 153. 



i? 



— 268 — 

una parte, ma debbono andare quasi a scontro per opposito; e s'egli si 
trova fiume che venga da oriente, per lo suo opposito è mestieri che si 
trovi fiume che venga a rincontro da occidente; e s'egli si trova fiume 
che venga dal mezzodì è mestieri ch'egli si trovi quello che venga da 
settentrione » (1) in terzo luogo, che i fiumi « debbono radunarsi in un 
luogo più cupo di loro, e questo deve essere un braccio di mare il quale 
esce dal mare maggiore, il quale circonda tutto airintorno la terra; e 
se questo braccio di mare non fosse potrebbonsi iscontrare i fiumi in- 
sieme, e allagherebbero, e farebbero un braccio di mare di lor medesimi, 
il quale per forza entrerebbe nel mare maggiore e allagherebbe la terra, 
che non si potrebbe abitare altrove che alla sommità dei monti » (2), 
donde la necessità assoluta della esistenza del Mare Mediterraneo. 

Alle osservazioni, più sopra esposte, che Alberto Magno fa intorno 
alle condizioni climatiche dei diversi paesi, si aggiungono queste altre 
non meno importanti. Non solamente le temperature variano ool variare 
delle latitudini, ma sibbene si abbassano tanto più quanto più aumenta 
l'altitudine, così che nei bassopiani dei paesi meridionali o la neve è 
sconosciuta, o quella poca che cade si scioglie prestamente (3). La spie- 
gazione del fatto che sulle alte montagne la neve non si scioglie, e la 
temperatura si abbassa coU'aumentare dell'altezza, è data da Vincenzo 
di Beauvais nello Speculum naturale (4). « Quanto più denso è il mezzo 
attraverso il quale passano i raggi solari, tanto più intenso è il riscal- 
damento; per questa ragione il freddo che regna sulle alte montagne è 
solamente prodotto dalla grande rarefazione degli strati atmosferici ». 

Era pure nota l'influenza prodotta sulla climatologia delle varie con- 
trade dalle diverse direzioni delle catene montagnose. Dice Alberto 
Magno (5) che un paese aperto liberamente verso il sud, e difeso a 
settentrione da un alto sollevamento, deve essere assai più caldo di un 
altro aperto liberamente nella direzione del nord; per contro, una con- 
trada aperta verso oriente e coperta, nel lato opposto, da una catena di 
montagne, deve essere più asciutta di una contrada aperta verso occi- 
dente. Osservazione giustissima, e confermata da mille fatti tanto nel 
continente orientale quanto nell'occidentale. 

Se in Aristotele troviamo cenni sulla profondità del Ponto e del Me- 
diterraneo (6); se ai Fenici e ai geografi greci e romani, a Plinio e a 



(1) BiSTORo d'Arezzo, Ibid,, pag. 153. 

(2) Ibid., pag. 154. 

(3) Meieorum, Lib. II, 1, 17. 
?4) Lib. VII, Gap. 23. 

(5) Be natura locorum, Gap. 13. In questo trattato del celebre filosofo 
trovasi, per la prima volta, la espressione di nevi perpetue (nives per- 
petuae). 

(6) Aristot. Meteor. Lib. II, Gap. I, 12. V. Parte prima, pag. 35. 



— 269 — 

Strabone tra gli altri (1), erano note le maree ed il loro accordo coi 
moti lunari; se agli Arabi siamo debitori di interessanti ricerche e su 
ciò che più tardi chiamossi stabilimento dei porti e sulla salsedine, 
nonché la divinazione che questa scenda al mare, rapita dai fiumi alle 
terre (2); completa confusione, ignoranza ed errore avvolgono le astro- 
logiche e paurose interpretazioni dei fenomeni oceanici durante il pe- 
riodo del prevalente scolasticismo (3). Roberto di Lincoln attribuiva i 
movimenti ascendente e discendente delle acque oceaniche a ringonfiamenti 
del mare simili a vapori, i quali si disperdono quando la luna passa allo 
zenit (al meridiano), e danno cosi occasione al riflusso. Ed altre false 
spiegazioni del fenomeno si trovano in Rogero Bacone ed in Onorio di 
Augsburg (4). 



li) Plin. Eist. Nat. Lib. II, Gap. 99; Strab., Lib. Ili, Gap. V, 8. 
s) Pbsghel, Geschichte der Erdkunde, pag. 139. 
) Marinelli, Della Geografia scientifica e di alcuni suoi nessi^ 



pag. 30. 
(4)~ 



Pesghel, Op. cit, pag. 202 e nota 2*. 



INDICE 



Capitolo I pag. 1 

Le invasioni barbariche — La propagazione del Cristianesimo 

— Ammiano Marcellino — Macrobio — Marciano Capella 

— La geomfia patristica — La geografia esploratrice. 
Zemarco e Cosma IndopIe4|tt(^ 

Capitolo II > 30 

Colonizzazione deirislanda — Scoperta della Groenlandia — 
Navigazione dei Normanni ad occidente della Groenlandia 

— Scoperta dei paesi orientali dell' America del Nord — 
Viaggi di Other — Viaggio di Vnlfstano — Alfredo il 
Grande — Cronacisti tedeschi dei secoli XI e XII. 

Capitolo III » 51 

La geografia matematica presso gli Arabi — Le navigazioni 
degli Arabi — L'Africa interna — La costa orientale d'Africa 

— Asia — Europa — Geografia generale. 

Capitolo IV» — I missionari cristiani in Asia . » 76 

Considerazioni generali — Ascelino. Giovanni di Piano Car- 
pini — Guglielmo Bubruk — Haitho di Armenia. 

Capitolo V. — I viaggi di Marco Polo . . » 92 

Matteo e Niccolò Polo — Riassunto dei viaggi da Acri alla 
Corte di Kublai — Soggiorno in Cina — Bitomo in Europa. 

Capitolo VI. — I viaggi di Marco Polo (Continuazione) » 96 

Asia occidentale — Asia centrale — Cina propria — Tebet 
e Giappone — Indie orientali — Africa orientale — I paesi 
del Nord — Conclusione. 

Capitolo VII. — I successori di Marco Polo . » 127 

Giovanni di Montecorvino — Andrea da Perugia — Bicoldo 
da Montecroce — Odorico da Pordenone — Altri Missionari. 

Capitolo Vili » 135 

Le repubbliche italiane del Medio Evo — Balducci Pegolotti 

— Niccolò de' Conti — Giosafatte Barbaro — Giovanni 
Mandeviile. 



— 271 — 

Capitolo IX. — I viaggi neir Atlantico Settentrionale pag. 159 

Viaggi di Madoc — Niccolò ed Antonio Zeno — Pietro Querini. 

Capitolo X. — Le navigazioni nell'Atlantico meridionale 

(secoli XIII e XIV) » 170 

I fratelli Vivaldi — Scoperta delle Canarie — Scoperta di 
Madeira e delle Azere — Nicoloso da Becco — Jayme Ferrer 

— I Francesi alla costa occidentale d^Africa — I viaggi del 
Frate mendicante. 

Capitolo XL — Le navigazioni dei Portoghesi . » 187 

Considerazioni preliminari — Giovanni Gon^alvez-Zarco e Tri- 
stano Vaz Teixeyra — I Portoghesi giungono alle Azere — 
Gli Eannes — Navigazioni dìn^ Portoghesi dall'anno 1434 
airanno 1446 — Aloise Cadamosto, Antoniotto Usodimare 

— Antonio di Nolle o Noli — Diego Gomez — Esplora- 
zioni portoghesi dal 1462 al 1487 — Bartolomeo Diaz — 
Pedro de (^vilham e Alfonso de Payva. 

Capitolo XIL — La cartografia nel Medio Evo . » 213 

II Mappamondo di Cosma Indoplenste — Altre carte quadri- 
latere — Le carte circolari — Carte ellittiche — I^ carte 
nautiche. 

Appendice. — La Geografia Tisica nel Medio Evo » 261 

Le terre e le acque sulla superficie della Terra — Rilievi del 
suolo — Osservazioni meteorologiche e idrografiche.